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Memoria ed inconscio: le colonne d’Ercole della psicologia scientifica

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1. Premessa

Col differenziarsi progressivo dei saperi è spesso stato compito, difficile e scomodo, di una branca delle scienze quello di criticarne un’altra, mostrando le leggerezze teoretiche e la sicumera non dovuta di alcuni fondamenti. Non ha fatto eccezione lo studio della ψυχή, la psicologia, a seguito della profonda metamorfosi che gradualmente ha portato una materia eminentemente filosofica a convertirsi in disciplina applicata, nuovamente rifondata su basi scientifiche; a cavallo fra il XIX e il XX secolo ciò implicava inevitabilmente un allignarsi nella mentalità positivistica, con le sue speranze e la salda convinzione di equivalenza fra metodi prima qualitativamente eterogenei in un comune sostrato matematico-empirico. Se lo stringere d’assedio al positivismo e allo scientismo non tardò a sbocciare già in contemporanea al suo rigoglio, un confronto maturo con quelli che furono i frutti dell’unione fra scienza e psiche venne intrapreso solo nella seconda metà del ‘900 (pensiamo all’antipsichiatria di Foucault, Goffman e molti altri). Eppure germi di tali intenti erano già presenti nell’istituzione della psicanalisi, oggi vista letterariamente come fiero alter ego della psicologia ufficiale, che in realtà si proponeva come conseguenza e proseguimento della stessa; nello spiritualismo e nell’evoluzionismo “vitalista”, che ai prodromi della fenomenologia indaga un mondo che non si esaurisce nell’assioma della causalità e delle relazioni fisico-chimiche.

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Umanismo ed esistenzialismo – Sartre ed Heidegger

.Umanéimo (raro umanismo) s. m. [der. di umano, in parallelismo conumanista, prob. con influenza del ted. Humanismus]. 1

La nozione di umanismo potrà suonare al lettore ricercata e desueta, trattandosi come evidenziato di una declinazione del più noto umanesimo. Nella storia del pensiero filosofico questi termini ineriscono a correnti ed eventi distinti:  l’umanesimo fa riferimento a quel movimento di riscoperta della letteratura classica greca e latina compiutosi dal XIV al XVI secolo e che, per diversi aspetti, segna l’inizio dell’età moderna. Con umanismo s’inquadra invece quella vasta categoria di filosofie etiche che affermano come la moralità, e conseguentemente il valore e la dignità siano dipese da ciò che v’è di comune tra gli uomini nella loro condizione, rifiutando modelli valoriali trascendenti. Si tratta quindi di una vasta area di studi e dottrine snodate nel corso della storia, da Protagora alle varie organizzazioni umanistiche contemporanee, sia laiche che religiose, quali la American Humanist Association, fondata nel 1941 e con  ramificazioni in molti paesi,  l’organizzazione internazionale argentina Movimento Umanista, fondata nel 1969 da Mario Rodriguez Cobos.

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  1. Cit da dizionario online treccani;  http://www.treccani.it/vocabolario/umanesimo/, il 16/04/2014

Saggio – L’assente nella percezione

.La conoscenza è un processo “positivo”: lungi da una valutazione di tipo morale, in questo caso si attribuisce alla scienza un valenza di creatio ex nihilo, una non-deformazione e la possibilità di innalzare delle strutture. Ma è possibile abbracciare una posizione così luminosa, priva di contorni e ombre? Con un taglio trasversale in diversi campi del sapere, realizzabile soltanto attraverso un approccio filosofico, nel saggio seguente si individuano nelle osservazioni di studiosi autorevoli (lo storico dell’arte Alois Riegl, il neurologo Semir Zeki, il fisiologo Hermann von Helmoltz e il fenomenologo Maurice Merleau-Ponty) sulla percezione fisica (soprattutto visiva) delle zone “vuote”. La conoscenza ha forse dei rigurgiti volontari, frustrazioni dovute all’impossibilità di un sapere totale… o si può parlare di una condizione base della forma “umana” della percezione soltanto in “presenza” di una “assenza”? Di una campitura destinata all’immaginazione, di un ordine costruttivo del cervello o, più che mai auspicabile, di una connessione diretta fra l’Uomo e il Mondo in base ad una comunanza di organi vivi e di omogeneità delle sostanze percepenti e percepite?

L’assenza nella percezione non si può indagare e inquadrare, in quanto assenza: si indica, si indovina. Ciò risulta possibile soltanto adesso, con maggiore chiarezza rispetto al passato, con il profilarsi epistemologico di un nuovo modo possibile di intendere il percepire: il “sensore” dell’Intelligenza Artificiale. Una percezione da intendersi come sommatoria perfetta e dettagliata di tutto ciò che c’è da “registrare” dell’esistente si può considerare “percetto” nel senso classico? Leggi il resto di questo articolo »

Dacio e Vidali – I postulati del gioco

Quanto più tentiamo di separare la forma gioco da altre forme di vita apparentemente affini, tanto più si rivela la sua  irriducibile indipendenza. E possiamo ancora continuare a isolare così il gioco dalla sfera delle grandi antitesi categoriche. Se da una parte il gioco sta al di là della distinzione saggezza-follia, dall’altra resta altrettanto escluso da quella verità-falsità. Sta anche al di là della distinzione di bene e male. Il gioco in sé, benché attività dello spirito, non contiene una funzione morale, né virtù, né peccato.  (Homo Ludens, p.6) 1

 Breve Prefazione, a cura di Federico Della Sala:

Se a prima vista un tema come “il gioco” potrebbe sembrare un argomento paradossale da discutere con approccio filosofico, tale considerazione è fallace. Il gioco è uno dei più rilevanti topoi della filosofia, e sarebbe futile tentare di passare in rassegna gli innumerevoli pensatori che lo hanno indagato attraverso prospettive esistenziali, cosmologiche e, talvolta, anche antropologiche. Tra i più recenti ci sovviene George Gadamer, in Verità e Metodo, che sostenne la superiorità del “giocare” rispetto alle singolarità dei giocatori o alle loro prerogative (una fra tutte, il divertimento). Il gioco, per Gadamer, detiene una sua essenza, indipendente dai fruitori che, anzi, avvertono la sua trascendenza fino al punto di “essere giocati”, anche in situazioni loro sfavorevoli, dalle quali non si ottiene appagamento alcuno e che ripagano soggetti altri. Anche il giovane Nietzsche, riprendendo Eraclito, si confrontò con il Gioco cosmico del Panta Rei, affermando come l’esistenza venisse definita proprio dal gioco, dalla creazione di spazi ove i giocatori/creatori, ascoltando la propria intimità, si contendono l’autonomia ed il diritto di manifestare la loro potenza creativa, riplasmando e distruggendo il mondo esterno. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Johan Huizinga . Homo Ludens. 2002

Saggio – Pausa e Ritmo. Sull’attacco della 5a di Beethoven

    Gli oggetti e gli eventi non sono esperienze primitive. Oggetti ed eventi sono rappresentazioni di relazioni. Dato che ‘oggetti’ ed ‘eventi’ non sono esperienze primitive e così non possono rivendicare uno status assoluto (oggettivo), le loro interrelazioni, l’“ambiente” è un affare meramente personale, i cui vincoli sono fattori anatomici o culturali […] Quelle proprietà che si credeva facessero parte delle cose si sono rivelate essere proprietà dell’osservatore.”  Così scrisse il fisico e filosofo Heinz Von Foerster in Sistemi che osservano. Partendo da questo presupposto, si evince che la conoscenza non è da cercare al di fuori di noi, bensì in noi. Ma allora che cos’è la conoscenza? Come la si acquisisce? Quanti metodi esistono per questa acquisizione ? Un unico metodo universale o molteplici e particolari? Quale o quali sono questi metodi? Ma soprattutto la conoscenza è riciclabile per acquisire nuova conoscenza? Si è cercato di dare una risposta a questi quesiti tentando di risolvere quello che viene qui definito ” L’enigma Beethoven”.

Tale enigma si cela dietro al compositore tedesco Ludwig Van Beethoven, figura cardine della musica del XIX ° secolo. L’estrema complessità della figura del compositore sembra essere custodita nel suo ruolo di transizione tra classicismo e romanticismo; egli è confine, terra di nessuno, tra l’uno e l’altro mondo, senza fare parte, in senso stretto, di alcuno dei due. La sua tecnica è classica, segue rigorosamente i dictat armonici e strutturali della scrittura musicale classica dell’epoca anteriore; ciò nonostante il risultato delle sue composizioni è strabiliante,emotivamente dirompente come un fiume in piena, ma soprattutto, diverso dalla musica che lo precede. Leggi il resto di questo articolo »

Gesto artistico e follia: Franz Xavier Messerschmidt

Franz Xavier Messerschmidt (1736 – 1784) fu uno scultore bavarese di cui si hanno confuse e contraddittorie informazioni biografiche. E’ certo che nacque a Wiensensteig, in una famiglia numerosa dove precocemente venne a contatto col mondo dell’arte grazie ai due fratelli della madre, gli scultori professionisti P. K. Staub e J. B. Staub. Il giovane Messerschmidt iniziò quindi la sua carriera artistica frequentando l’Accademia di Vienna, arrivando ad ottenere la nomina di professore aggiunto. Ma l’evento che più segnò la sua vita fu la malattia psichica che lo colpì nel 1771 circa e che gli impedì di ottenere la cattedra a causa di una serie di comportamenti paranoidi e manie di persecuzione. Da quel momento in poi la malattia avanzò sempre più e Messerschmidt dovette stabilirsi qualche anno dopo presso il fratello, a Bratislava. In città e nei paesi vicini si vociferava di lui che fosse “un individuo strano, scurrile e con una notissima tendenza all’isolamento” 1.

Nonostante la sua ‘cattiva fama’ e la sua riluttanza ad accogliere curiosi, acquirenti e critici d’arte nella sua casa, nel 1781 andò a fargli visita lo scrittore tedesco Friedrich Nicolai, che inserì il resoconto del suo contatto con l’artista nell’opera Reisenbeschreibung durch Deutschland und die Schweiz (Descrizione di un viaggio attraverso la Germania e la Svizzera). Fu proprio a partire da questa diretta testimonianza degli atteggiamenti patologici di Messerschmidt, che si sviluppò l’interpretazione della figura dello scultore da parte dell’austriaco Ernst Kris (1900-1957). Kris fu sia uno stimato storico dell’arte e funzionario del Kunsthistorisches Museum di Vienna, sia in seguito un docente di psicoanalisi a New York2. Nel 1952 pubblicò la sua opera Ricerche psicoanalitiche sull’arte, e servendosi delle descrizioni di Nicolai, dedicò il capitolo “Uno scultore psicotico del XVIII secolo” proprio all’artista bavarese.

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  1. Ernst Kris, Ricerche psicoanalitiche sull’arte, Einaudi, Torino, 1967. p. 125
  2. Ivi, Prefazione all’edizione italiana, p. XIII

Cinema e Icona oltre il materialismo sovietico: da Florenskij a Tarkovskij

Nel 1966, il regista russo Andrej Arsenevič Tarkovskij (1932-1986), termina il suo secondo lungometraggio, Andrej Rublëv. Il film viene bloccato per anni dal Goskino (commissione di stato sovietica per il cinema) e dimezzato dai tagli, per una durata di “sole” 3:20 ore. La sua partecipazione al Festival di Cannes viene permessa (con tre anni di ritardo) a condizione che sia presentato fuori concorso. Il film viene proiettato l’ultimo giorno del Festival alle 4 del mattino, malgrado ciò vince il premio FIPRESCI. Non riuscendo più a fermarne la diffusione all’estero, viene fatto uscire anche in URSS, in versioni ulteriormente censurate 1, sebbene non pubblicizzato e distribuito in modo molto limitato, ha un successo enorme 2. Oggi Andrej Rublëv è considerato come uno dei migliori prodotti del cinema russo, e non solo3. Per quale motivo allora i dirigenti sovietici erano così reticenti a diffondere il capolavoro di Tarkovskij?

La ragione di fondo è di natura ontologica: la filosofia ufficiale in Unione Sovietica era il materialismo, definito “dialettico” da Friedrich Engels e da Lenin 4, in quanto si appropriava del “metodo dialettico” di Hegel. La dialettica è più di un semplice metodo, è una legge universale che permette al materialismo di considerare che ogni ente contiene, in sé, delle forze, contraddittorie tra loro, che lo fanno mutare continuamente. Questa dinamica spiega ogni aspetto della realtà: tutto è conoscibile oggettivamente, non vi è più spazio per una metafisica o in generale per qualsiasi entità spirituale. Si nega l’esistenza di  qualsiasi forma di “spirito” usando (e tradendo) la filosofia di Hegel che è proprio una filosofia dello Spirito. L’intero campo della conoscenza, libero da entità trascendenti, si rende oggettivo e razionale (e quindi disponibile al controllo del regime). Leggi il resto di questo articolo »

  1. Tarkovskij acconsentirà a tagliarlo fino a 186 minuti ma, senza il permesso del regista, il film viene tagliato fino ad essere ridotto addirittura a poco più di un’ora, bisognerà aspettare fino al 1987 perchè venga liberamente distribuito nella versione originale, oggi disponibile grazie a Martin Scrosese che ne acquistò una copia all’epoca, oggi riadattata da The Criterion Collection: http://www.criterion.com/films/300-andrei-rublev
  2. Ne vengono prodotti solo 277 rulli e vengono venduti 2,98 milioni di biglietti, per l’intera storia della vicenda, Andrej Tarkovskij, Martirologio. Diari 1970-1986, Edizioni della Meridiana, Firenze, 2002
  3. Ad esempio: una Classifica di film russi ed una Classifica di film mondiale
  4. Friedrich Engels, Anti-Dühring, 1878 e Dialettica della Natura, 1883 ; Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, 1909

Cos’è un’opera d’arte? Kant dopo Duchamp

 Entro in un museo. Mi metto in coda alla biglietteria, aspetto, la coda non avanza, perché? nessuno mi risponde, nessuno mi guarda, perché? i passanti mi dicono che la fila è un’opera d’arte. Un po’ scombussolato comincio il percorso, vedo una lattina schiacciata accanto a un cestino, mi accingo a raccoglierla, un custode mi ferma urlandomi che è un’opera d’arte. Nella sala successiva non c’è niente, noto che la luce si spenge ogni tanto, mi spiegano che è un’opera d’arte. Continuo il mio cammino, guardo con sospetto un’estintore, sarà un’opera d’arte? Entro in un’altra stanza è tutto buio, cerco tastando i muri la porta per uscire quando vengo spinto violentemente per terra, spaventato e dolorante riesco a uscire: era un’opera d’arte. Basta. Non capisco. Ero entrato nel museo per capire cos’è l’arte contemporanea e ne so meno di prima. Sono sfinito, mi siedo, immediatamente delle turiste giapponesi cominciano a fotografarmi: sono diventato un’opera d’arte. 1

Emerge da questo aneddoto un diffuso scetticismo ispirato da un’arte contemporanea sempre meno unitaria e definibile: in tale caos, cos’è ancora arte?

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  1. Aneddoto in parte ispirato dall’episodio 1 della 5 stagione del Testimone di Pif: http://ondemand.mtv.it/serie-tv/il-testimone/s05/il-testimone-s05e01-pif-arte-contemporanea

Gli ornamenti: Ernst Bloch tra arte gotica e scultura africana

La questione ornamentale rientra ormai a pieno titolo nel panorama estetico contemporaneo. La devastazione artistica e architettonica delle due guerre mondiali ha lasciato spazio ad una nuova uniformità estetica da cui l’ornamento è categoricamente bandito. Ernst Bloch è uno dei pensatori che per primi si dedicarono al problema dell’ornamento. Per il filosofo quella di ornare e di ornarsi diviene un’urgenza filosofica davanti all’omologazione anti – naturalistica della nuova civiltà della tecnica. La questione della salvaguardia dell’ornamento viene affrontata nel capitolo “Produzione dell’ornamento” della sua prima opera Spirito dell’Utopia del 1918. L’idea di racchiudere in modo organico tutto il materiale estetico in una sola opera non verrà  portata a compimento, pertanto per analizzare la  teoria critica di Bloch occorre  attenersi  oltre che al  capitolo dell’ opera Spirito dell’utopia,  alle conferenze tenute sull’argomento e all’epistolario tra il filosofo e György Lukács.

Proprio in una di queste lettere Bloch rileva come una delle caratteristiche fondamentali dell’ornamento sia la capacità di portare in superficie ciò che altrimenti rimarrebbe irrimediabilmente nascosto. L’ornamento rende una produzione meramente materiale, qualcosa di più, ma cosa crea l’ornamento? Quale “contenuto sedimentato” si cela dietro le svariate forme ornamentali? Cosa accomuna la compattezza del cristallo egiziano, la traforatura dell’arte gotica e la scultura tribale africana? Leggi il resto di questo articolo »