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I casi criminali – Dissertazione sulla spettacolarizzazione della sofferenza da parte dei media italiani

Premessa: l’articolo cerca di indagare la famigerata tendenza dell’informazione italiana di imbastire “casi criminali”. Il lettore nostrano avrà probabilmente dimestichezza di cosa si stia parlando, come dei nomi Scazzi, Avetrana, Cogne, Brembate, Amanda Knox, ecc . Tali casi suscitano un immenso ed indiscutibile successo di pubblico a livello di ascolti ed interesse tanto che negli ultimi anni v’è sorto attorno un vero e proprio business che non accenna a tramontare. Rifacendoci degli studi del noto politologo e sociologo Ilvo Diamanti, si tenterà di avanzare dalle sue posizioni per garantire un quadro più completo sulle ragioni che motivano il successo di questo particolare, e per diversi aspetti, nefasto, genere mediatico.

In un articolo pubblicato su Repubblica.it nell’ottobre 2010, il sociologo e politologo Ilvo Diamanti (docente della università di Urbino e direttore scientifico di Demons&Pi) ha adoperato l’espressione “grandi casi criminali” per descrivere una tendenza peculiare dell’informazione italiana, e sotto molte luci aberrante, che la contraddistingue sul piano internazionale. Con “caso criminale” definiamo infatti non un evento di cronaca in sé, bensì la massiccia e pervasiva attenzione mediatica di cui questo diviene oggetto. I casi criminali sono contraddistinti da un interesse anomalo rispetto ad altre vicende analoghe, sia per quantità di servizi prodotti (abbondanti di dettagli ma spesso scevri di rilevanti aggiornamenti sulla vicenda) che per l’uso di speciali registri comunicativi volti a suscitare nello spettatore emozioni o patimento.

I crimini, cioè, non solo hanno uno spazio quotidiano, ma vengono trattati – e sceneggiati – come fiction. Da un lato, i “serial tematici” associano delitti e violenze simili: per ambiente, responsabilità, reato. Così, periodicamente, assistiamo a sciami di stupri, cani assassini, chirurghi criminali. Che all’improvviso, come sono arrivati, scompaiono. D’altro canto, e soprattutto, l’Italia è il Paese dei “grandi casi criminali” che non finiscono mai. Seguiti dai media che indagano, celebrano e riaprono i processi, sentenziano. Durano anni e anni. Dal 2005 ad oggi, i 7 telegiornali nazionali, in prima serata, hanno dedicato: 941 notizie al delitto di Meredith Kercher Perugia, 759 a quello di Garlasco, 538 all’omicidio del piccolo Tommaso Onofri, 499 alla strage di Erba. Avvenuti 3-4 anni fa. E, ancora, 508 notizie all’omicidio di Cogne, che risale a dicembre 2002. 1

I media italiani, soprattutto quelle televisivi, punterebbero dunque alla “serializzazione” ed alla “drammatizzazione” delle vicende di casi di cronaca nera mirando a farne, quando possibile, degli “eventi”. Diamanti denota altresì come alla creazione di casi veri e propri si affianchi nel panorama dell’informazione il sorgere di “emergenze” periodiche le cui cagioni sociali vengono dapprima  altamente discusse e dibattute, ma che col non lo spostamento dell’attenzione mediatica verso più storie più fresche e succulente, vengono facilmente dimenticati. Si offre come esempio I’episodio dei “suicidi per la crisi”. Divampata nella primavera 2012 a seguito di alcuni eclatanti roghi in cui alcuni imprenditori si erano tolti la vita, per diverse settimane pagine e scalette di giornali e telegiornali sono state affollate di servizi ed allarmati moniti verso la supposta “emergenza” ed “epidemia” di suicidi “per colpa della crisi”, nonostante ad un primo sguardo delle statistiche i numeri confusi che venivano offerti trovavano scarso motivo d’allarme.

Si può quindi pertanto affermare che i casi criminali non sono l’unica conseguenza della tendenza delibata da Diamanti, ma piuttosto il prodotto più compiuto e raffinato di una vera e propria catena di montaggio, un’industria che trasforma casi privati, eventi spesso riguardanti un solo o pochi nuclei familiari, e quindi confinate ad una dimensione strettamente personale, in vicende di pubblico interesse.

Si tratta di casi accomunati da alcuni elementi. Maturano in contesti familiari. Figli che uccidono i genitori. E viceversa. Oppure: si verificano nell’ambito del vicinato (come a Erba), delle relazioni amicali e di coppia (come a Garlasco), tra giovani. In ambiente universitario (Perugia). Insomma: si tratta di “casi comuni”. Che ci coinvolgono tutti. Come se i fatti avvenuti potessero capitare anche a noi. O, comunque, a persone amiche e conosciute. È il voyeurismo che contrassegna una società locale e localista. Questo Paese di paesi e di compaesani (come lo definisce Paolo Segatti), dove la tv contribuisce a perpetuare l’immagine della “comunità”. D’altronde, questi eventi tracimano oltre i telegiornali. Invadono i programmi di infotainment. I contenitori pomeridiani. I salotti di tarda serata. Primo – e più importante – “Porta a Porta”. Dove Bruno Vespa allestisce, periodicamente, la sua corte, affollata di avvocati, criminologi, psicologi, psichiatri, vittime, parenti delle vittime e, talora, (presunti) assassini. Questa attrazione per il “crimine” costituisce, appunto, uno specifico italiano. Una “passione” che ha radici lontane: nella letteratura, nel teatro, nel cinema. 2

A questa descrizione va aggiunto un’ulteriore evoluzione che forse nel 2010 Diamanti non poteva prevedere: la creazione di programmi in prima serata (Quarto Grado, su Canale 4) o riviste specializzate (Giallo, della Mondadori) esclusivamente deputati al riepilogo dei casi criminali. Nondimeno, adoperando il termine “passione”, il politologo ben rappresenta l’attrazione che questi casi suscitano sul pubblico italiano; un interesse a cui i media televisivi vanno incontro offrendo edizioni pesantemente arricchite di fatti di cronaca che li contraddistinguono nel panorama mediatico europeo.

Tuttavia, vi sono altre importanti ragioni dietro all’irresistibile attrazione esercitata dai fatti criminali nella società italiana. In primo luogo: le logiche “autonome” che regolano la comunicazione. In particolare, la televisione. Che, in Italia, affronta questa materia in modo diverso rispetto agli altri Paesi europei. Basta vedere la densità e la frequenza di questi avvenimenti. In Italia, i fatti criminali occupano uno spazio quotidiano sui telegiornali. Anzi, ogni giorno, in ogni edizione, vengono loro dedicate numerose notizie. Nulla di simile a quanto si osserva nelle altre principali reti europee. Nel primo semestre del 2010, il Tg1 ha dedicato ai “fatti criminali” 431 notizie: circa l’11% di quelle presentate nell’edizione di prima serata. Uno spazio maggiore rispetto a quello riservato allo stesso tipo di notizie dagli altri principali notiziari (pubblici) europei. In dettaglio: l’8% la BBC, il 4% TVE (Spagna) e France 2, il 2% ARD (Germania). Va precisato, per chiarezza, che il tasso di crimini in Italia non è superiore a quello degli altri Paesi europei considerati. Semmai, un po’ più basso. E aggiungiamo, per correttezza, che il TG5 mostra un andamento pressoché identico al TG1. Da ciò l’impressione – e anche qualcosa di più – che il crimine costituisca una passione mediatica nazionale.

Diamanti altresì denota come questa passione sia determinata, oltre che dall’interesse innegabile del pubblico, da “logiche autonome” della comunicazione. Con ciò si intende come l’offerta di cronaca criminale del sistema mediatico italiano contribuisca ad alimentare la sua stessa domanda. Tale è il principio della agenda building, possibile conseguenza (o involuzione) della più classica teoria di agenda setting 3, che denota come la quantità d’attenzione e risonanza dedicata dai media ad una data tematica si rifletta sulla percezione del pubblico finendo col condizionarla o, talvolta, costituirla da zero.

Non è tuttavia possibile imputare ad origine esogene un tanto vasto interesse di pubblico, a cui gli organi dell’informazione certamente contribuiscono. Le ragioni di questo successo sono molteplici, ed indagarle richiede di assumere una posizione eclettica che spazi dai campi della analisi mediatica alla sociologia, alla neurologia e fin’anche al marketing. Solo in questo modo sarà possibile definire al meglio questo vasto orizzonte e cogliere in quale maniera il prolungato periodo di crisi, che mentre Diamanti scriveva il suo articolo era ancora agli “albori”, abbia inficiato lo sviluppo di quella che, nel 2015, risulta una vera e propria industria dei casi criminali. Prima di proseguire, è però necessario fornire un esempio concreto di cosa si stia parlando.

Un caso per tutti: Loris Stival 4

Apportiamo un recente caso criminale come esempio di un processo ormai ben collaudiato. La vicenda di Andrea Loris Stival, bambino di 9 anni ucciso nel novembre 2014, è iconica per diverse motivi: riguarda un singolo nucleo familiare (Loris e famiglia), una località chiusa (il paesello di Santa Croce Camerina, 10.000 anime in provincia di Ragusa), è iniziata nella forma di un “mistero” che lasciva presagire l’azione di un “orco” (un soggetto ignoto, possibile molestatore, il cui modus operandi faceva temere un comportamento seriale), ed ha condotto a sorprendenti “rivelazioni” (l’arresto della madre accusata dell’omicidio). Riguardo quest’ultimo passaggio, ecco la copertura offerta dalle edizioni serali dei telegiornali nazionali allo sviluppo sul caso:

Schermata 2015-01-11 alle 15.48.52Figura 15

Il giorno 8 dicembre 2014, che ha visto Veronica Stival arrestata per l’omicidio di suo figlio, su 205 minuti complessivi di telegiornali, 67 sono stati devoluti ad aggiornamenti, che per alcune emittenti hanno occupato quasi (o anche più) della metà dell’intera edizione. Tanto spazio sulle scalette dei telegiornali, accompagnato da analoghi volumi sulla carta stampata, risulta immotivato per diverse ragioni: la notizia di una possibile colpevolezza della madre avrebbe dovuto infatti far rientrare l’allarme sociale attorno al caso, che date le modalità della scomparsa ed uccisione del bambino facevano sospettare il coinvolgimento di un assassino e molestatore seriale; altresì, in quelle stesse ore si diffondeva la notizia di una possibile contaminazione mafiosa della giunta cittadina di Roma, la cui portata, conseguenze e ramificazioni erano senz’altro più vaste e di maggior pubblico interesse che il mistero sulla morte d’un bambino. Se quasi tutte le testate d’informazione televisiva e cartacea hanno perorato la notizia della “madre assassina” è stato per soddisfare il proprio pubblico, che in quelle serate ha mostrato particolarmente di gradire facendo toccare alle emittenti uno dei picchi di ascolti della stagione 2014. 6.

Schermata 2015-01-11 alle 16.11.33Figura 2. 7
Questi risultati non devono leggersi come un caso isolato. Negli ultimi anni i picchi negli ascolti dell’informazione televisiva si sono registrati spesso e volentieri in concomitanza a “svolte” su casi criminali (la sentenza sul delitto di Perugia, l’arresto del presunto assassino di Yara Gambirasio), come anche in conseguenza di eventi disastrosi; la copertura offerta nel primi giorni del disastroso naufragio della Costa Concordia nel 2012 garantì ai telegiornali la materializzazione di oltre 3 milioni di spettatori in aggiunta, e che il 16 gennaio 2012 fece sfiorare la quota plebiscitaria dei 25 milioni di spettatori, con Tg1 sopra i 7 milioni e testate come Tg4 e Studio Aperto con aumenti del 50% dello Share 8 . A fronte di questi numeri, la passione descritta da Diamanti sembra contrassegnare il pubblico italiano come un popolo amante di delitti e disastri, un’attrazione genuina non imputabile all’offerta sbilanciata determinata da alcune linee editoriali.

Tenteremo a seguire d’indagare questa “passione” presentando tre letture che spieghino quali caratteristiche e dinamiche di questi eventi attraggano ed affascinino il pubblico, ed in che modo il comparto dell’informazione se ne avvantaggi.

L’attrazione verso il macabro

L’interesse per eventi tragici o sanguinosi di soggetti ad essi non coinvolti può, a prima vista, apparire una tendenza malsana e contraria alla natura umana, la quale rifugge quando possibile da dolore e sofferenza e, mediante empatia, patisce i flagelli degli altri. Vi sono tuttavia ragioni di carattere neurologico e psicologico che aiutano a concepire questo inquietante interesse.
L’attrazione verso il macabro, lo scandaloso, il truculento è aspetto marginale ma non irrilevante della sfera degli interessi umani. Avvenimenti sanguinosi e clamorosi tendono a suscitare negli individui immediata repulsione a cui però, laddove il pericolo o il dolore non sia direttamente subito, tende a seguire un certo qual senso di fascinazione. A livello neurologico, questa attrazione si spiega ricollegandola ad una predisposizione del nostro fisico di attivare determinate aree del cervello votate a curiosità, reattività e “interesse” (che ricalcano le stesse meccaniche chimiche (dopamina)  stimolanti il “senso di soddisfazione”) in conseguenza della percezione di un pericolo, con conseguente aumento di reattività. Se a fronte di una difficoltà o minaccia reale altre meccaniche operano in concerto a questo istinto “d’interesse”, l’avere esperienza di un pericolo o dolore irreale o che comunque non c’affligge concretamente stimola analoghi processi mentali senza però che tal senso d’interesse/soddisfazione venga bilanciato da apprensione e dubbi.

A questa base fisiologica di interesse possono accostarsi altri fattori psicologici concomitanti. Una buona sintesi viene offerta da un video sull’interesse verso il macabro sviluppato dalla piattaforma online Vsauce 9, che vi indichiamo a seguire. Esempi sono, nel complesso: il desiderio d’esporsi all’orrore per “farci pratica”, conquistando la fonte del disturbo o della paura per rafforzarsi; per “goderne”, tendenza definita Schadenfreude e dovuta il più delle volte ad una rivalutazione in positivo di una nostra condizione negativa a fronte di un quadro altrui peggiore; per “espiarci” dolori od ansie mediante un processo di catarsi o, il più delle volte, per sperimentare in differita (o, meglio, immaginare di sperimentare) emozioni e situazioni drammatiche allo scopo di “farci l’abitudine” e vigilare affinché non c’accada lo stesso. Sarebbero queste le ragioni dietro il vasto mercato che il macabro e l’orrore hanno nella nostra società, e che i media nostrani ripropongono in prima o seconda serata ricalcandolo dalla dimensione spettacolare e celebrativa dell’horror cinematografico. Basti pensare come la sigla d’apertura del programma di approfondimenti sui casi criminali Quarto Grado si nientemeno che la colonna sonora del celebre film psycho di Hitchcock, un horror psicologico dove l’antagonista è un uomo come gli altri (Norman), segretamente malato di mente ed afflitto da una personalità omicida che gli fa uccidere coloro che ama. Spostandoci ai casi criminali, quando il morbido non è presentato direttamente viene evocato mediante artifizi retorici e menzioni reiterate di dettagli “scottanti” (il colore della corda usata per strangolare il bambino, ad esempio); sono però gli aspetti non verbali dei servizi che facilitano maggiormente la transazione: l’uso di immagini sfocate e senza riferimenti, determinate inquadrature lasciate nel silenzio e l’uso di musiche che evocano tensione (quando non vengono adoperare tracce dalle colonne sonore appunto di film dell’orrore) contribuiscono a generare una macabra atmosfera di tensione senza che debba venir pronunciata una sola parola.

La tessitura di dramma, serial e i misteri

Affine all’attrazione per il macabro, a cementare l’interesse del pubblico per i casi criminali (ben più che per i disastri) sono la presentazione di questi eventi come “drammi”, “serial” e “misteri”. Se il compito primario degli organi d’informazione è la mediazione degli eventi, che vanno decodificati e presentati nelle forme più appropriate per facilitarne al vasto pubblico la comprensione, è altresì riconosciuto come alcuni registri semantici o forme sintattiche si prestino meglio alla fruizione di alcuni tipi di notizie. Esempio ne sono le notizie di economia, che adoperano liberamente termine tecnici senza il bisogno di spiegarli, o i necrologi pubblici, scritti adoperando un registro aulico e spesso sostenuti da musiche meste. Al con tempo, l’uso di determinate registri comunicativi, l’offerta di peculiari immagini presentate in determinate forme (appunto la sfocatura, il fermo immagine fisso in chiusura, o l’immagine movimentata) e l’uso di certe musiche possono trasmettere allo spettatore il “tono” del servizio ancor prima che una parola sia stata pronunciata. Ne sono esempio i servizi di satira, che ad immagini apparentemente serie ed istituzionali accompagnano musiche ironiche, commenti più che notizie e, di quando in quando, spezzoni di noti film comici. Così accade anche per i casi criminali, le cui modalità tenteremo di codificare.

Tornando alla denuncia di Diamanti, la spettacolarizzazione e “serializzazione” delle notizie di cronaca viene a ricalcare i caratteri di diversi generi; per un verso, il fatto di cronaca è spesso approcciato come dramma; per un altro, quando la macchia dell’informazione è riuscita a farlo germogliare come “caso” o “evento”, viene presentato come serial; alternativamente, quando le informazioni sono incerte o poco chiare, l’assenza di risposte, il “mistero”, diviene il soggetto celebrato.

La notizia come dramma è tale quando le coperture offerte sono volte, più che ad informare, ad enfatizzare la gravità dell’accaduto ed il dolore che ne è scaturito. Ciò si ottiene mediate servizi volti a “raccogliere” il dolore dei soggetti afflitti, all’uso di un registro retorico ed enfatico nel raccontare gli sviluppi ed in aperte dichiarazioni di empatia e compassione da parte dei giornalisti che leggono, o meglio recitano i servizi, per le vittime e gli afflitti. Esempi possono essere servizi dedicati interamente alla rassegnazione dei familiari di una vittima, interviste ad amici disperati, coperture di funerali o talvolta semplicemente le “grida di dolore” rubate ad una madre chiusa in un obitorio grazie all’uso di potenti microfoni, come anche le immagini “esclusive” del ritrovamento di un corpo morto, ove il soggetto-cadavere è comunque oscurato 10.

Col passaggio della notizia da dramma a serial, le dinamiche sopra espresse si arricchiscono: 
1) In primo luogo, cresce progressivamente la caratterizzazione dei soggetti coinvolti. Chi veniva prima approcciato usando termini impersonali (la vittima, il familiare) comincia ad esser chiamato per nome o attraverso pseudonimi (da Yara Gambirasio a semplicemente Yara, o da Meredith Kercher a “Metz”); le sue azioni o comportamenti, anche quelli non rilevanti le vicende, divengono oggetto di aperta discussione sia dentro che fuori i servizi (in spazi appositi quali i talk o, talvolta, le opinioni degli stessi giornalisti); le sue relazioni, il suo passato, vengono indagati con livelli di dettaglio analoghi ai rotocalchi delle celebrità e spesso presentati al pubblico senza che vi sia diretto legame tra questi ed i fatti del caso. Un esempio per tutti è il trattamento riservato dai media a Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi e per un periodo sospettato omicida. A Misseri sono state appiccicate nello spazio di pochi mesi le identità di “parente disperato”, di “orco familicida” di “smidollato succube di moglie e figlia” e così via, con servizi non soltanto dedicati alle sue varie versioni degli eventi (con tanto di pantomima dell’omicidio di Sarah Scazzi) ma coperture di fatti del tutto irrilevanti ai fini della vicenda (quali il suo nuovo paio di baffi). Tale caratterizzazione ed interesse resta viva persino quando gli eventi sono da lungo tempo conclusi. Si pensi alla copertura tutt’ora offerte da giornali e programmi contenitori delle vite di Erika De Nardo e Mauro Favaro, detto “Omar”, i due assassini minorenni del Delitto di Novi Ligure del 2001 che, scontata la pena, sono tornati in libertà. 
2) Al con tempo, in aggiunta alla caratterizzazione, si ha una familiarizzazione con i luoghi degli eventi, che sovraesposti nelle rappresentazioni per enfasi e dettagli divengono in qualche modo “luogo di culto”, oggetto talvolta di un vero e proprio “turismo dell’orrore”.

Quando la notizia viene presentata come mistero, a dominare sono toni tetri e l’uso sapiente di musiche tese mischiate a silenzi. La semplice mancanza di risposte viene sorprendentemente caricata di tensione e raccapriccio. L’uso di domande al vento, talvolta retoriche, e soprattutto di suggestivi accostamenti inspira, invita, spinge lo spettatore ad interessarsi e tentare di formulare proprie risposte basandosi sugli elementi in suo possesso e che, dovesse giudicare insufficienti, sarà in grado di arricchire seguendo altri servizi o riepiloghi offerti da giornali o trasmissioni tematiche.

Drammatizzazione, caratterizzazione, interesse tramite coinvolgimento: questo gli espedienti attraverso di cui i media attirano e cementano il pubblico della cronaca e dei casi criminali. Ciascuna di queste dinamiche risulta efficace perché gratifica. La drammatizzazione di un evento gratifica lo spettatore per le logiche espresse trattando dell’attrazione del macabro. La caratterizzazione dei soggetti coinvolti introietta lo spettatore in una dimensione analoga a quella di telenovelas e serie tv, sfruttando le medesime dinamiche per garantirsi un pubblico di “appassionati” in attesa della nuova “puntata” speranzosi in un colpo di scena. Il coinvolgimento mediate il mistero soddisfa l’ansia partecipativa del pubblico, che “testimone” della vicenda nel suo svilupparsi trova nella nostra società mediatica non più unicamente salotti di discussioni, ma vere e proprie arene di dibattito ove esprimere la propria opinione.

Il “fatto criminale”, in Italia, sui media non è guardato come “esemplare” rispetto ai problemi della società e delle istituzioni. Ma come “caso in sé”. “Singolare”. Il che ci fa sentire coinvolti eppure distaccati. Noi: detective, magistrati, giurati. E, in fondo, vittime e assassini. Ciò spiega lo spazio dedicato in tivù alle grandi tragedie quotidiane e ai delitti di ogni giorno. Ma anche il successo di pubblico che ottengono. Perché generano angoscia ma, al tempo stesso, rassicurano. Ci sfiorano: ma toccano gli “altri”. È come sporgersi sull’orlo del precipizio e ritrarsi all’ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Angoscia. Ma anche sollievo. E un sottile piacere. 11

V’è poi un quarto espediente! 12 sottaciuto, in quanto più che di un espediente si tratta di una tendenza cieca, ossia la riproposizione dei fatti in logica archetipica. Eventi come i matricidi, figlicidi o parricidi sono atroci, ma al con tempo topoi radicati nella storia e nella cultura dei popoli, indagati e celebrati dall’arte e dalla letteratura assai prima che dalla psicologia. Ogni qual volta è possibile, le coperture di un caso di cronaca ricondurranno, in taluni casi forzatamente, la vicenda del giorno all’archetipo che più le è affine col duplice scopo di codificare il fatto (e renderlo più accessibile) ma anche di inserirlo all’interno di un filone già noto di casi da cui è possibile attingere per sviluppare comparazioni. Su quest’ultima tendenza, è per certi versi lecito parlare di “favole”, o di riconduzione a favola di alcune vicende, operata mediante l’uso di determinati strumenti stilistici: un registro semplice ed enfatico, che abbonda di vezzeggiativi, pause drammatiche, doppi sensi. Trattare di ciò richiede tuttavia d’introdurre il terzo interesse che gli organi d’informazione soddisfano attraverso una trattazione tanto estesa dei fatti di cronaca: la socializzazione del dolore.

La socializzazione-condivisione-significazione del dolore

La dimensione del dolore è nella società occidentale sempre affiancata dal bisogno di comprenderlo e significarlo, se non nel suo esprimersi, nella scaturigine. Tale processo necessita mediazione, e pertanto viene ad esprimersi e realizzarsi più compiutamente nella comunità piuttosto che in ambito familiare o individuale. Scopi di questa “metabolizzazione sociale del dolore” sono molteplici. Il primo e più originario, una riflessione sul dolore nel tentativo di comprenderlo nelle sue conseguenze ma, soprattutto, nelle cause allo scopo di ovviarlo o eliminarlo. Sotto quest’ottica Aristotele coglieva la tragedia classica, genere letterario per lo Starigita superiore alla storiografia proprio grazie alla sua capacità di educare il pubblico mediante la rappresentazione, che delineandone le azioni dei personaggi mostrandone i nessi consequenziali consentivano al pubblico di comprendere l’origine di quei drammi e, soprattutto, come e cosa fosse opportuno agire per non incorrervi.
Altri scopi della metabolizzazione sociale sono la condivisione della sofferenza individuale a sostegno degli individuo o comunità coinvolte (in una logica sia di cordoglio che di lenimento delle vendette), a cui si associa la trasmissione del ricordo a costituzione della memoria collettiva della società. Questi tre fini tendono ovviamente a compenetrarsi: un evento tragico è metabolizzato dalla società sia per disvelarlo che per offrire sollievo ai coinvolti ed integrarlo nella coscienza comune perché non venga dimenticato, onde evitare di ripetere gli stessi errori. Nelle società contemporanee il processo di socializzazione del dolore è immensamente agevolato dall’interconnettività offerta dai social media, che garantiscono una pressoché istantanea trasfigurazione da dinamiche individuali a dimensioni sociali.

L’alterazione delle tempistiche di questo processo producono nuove dinamiche che vanno ad intaccare lo storico rapporto di mediazione, che vedeva un’unica autorità riconosciuta “determinare”, riconoscere e “codificare” le problematiche ed i “mali” che venivano conseguentemente oggetto di analisi e misure. Sempre più voci nella società moderna dispongono dei mezzi per farsi sentire e propagandare la propria visione. Nonostante la crescita dei soggetti che contestino o cercano di arrogarsi il primato della problematizzazione, tale autorità resta in Italia alla sfera politica, o più propriamente alla sfera politica in congiunzione con la sfera dell’editoria e dell’informazione radio-televisiva, quest’ultima il medium più efficace e consultato, nonostante i livelli sempre più crescenti del consumo e della produzione individuale d’informazione che avviene sulle piattaforme online. Il processo di mediazione è quindi frutto di una dialettica tra questi due “corpi intermedi” e la società, garantendo sviluppi in contrasto o comunque indipendentemente dalla sfera politica. Si genera così una dialettica tra politica, informazione e società civile che contribuisce attivamente alla funzione di raccolta dei dolori e problematiche favorendo una transizione dalla dimensione individuale/privata a quella sociale. Dei due esempi a seguire, il primo delinea il recente riconoscimento di una problematica sociale, il secondo riconduce invece un dato evento nell’ottica di una problematica già nota.

Il caso dei “femminicidi” è un esempio di riconoscimento di problematica sociale compiuto dall’informazione e che ha avuto conseguenze di carattere politico. “Femminicidio” è un neologismo di recente uso in Italia, adoperato dapprima negli anni novanta dalla criminologa statunitense Diana Russell per identificare una specifica categoria criminologica. Il Devoto Oli lo definisce come “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” . 13 Nel mondo dell’informazione italiana, “femmincidio” connatura quest’ultima e più grave piega: l’omicidio di una donna compiuto da un uomo suo familiare o a lei legato da relazioni sentimentali. La problematica ha cominciato ad esser presentata come tale nelle redazioni del telegiornali durante la primavera 2012 a seguito di alcuni rapporti 14e manifestazioni della società civile, ottenendo rapidamente vasta attenzione mediatica che lo ha in poco tempo fatto assurgere a riconosciuta problematica sociale. A seguito di massime campagne condotte nella primavera 2013 sui principali telegiornali, il Parlamento è venuto a ratificare il 9 giugno 2013 la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, che prevede d’integrare nel codice penale varie aggravanti per quei reati che ricadono nella violenza di genere. Quello che è interessante, a livello mediatico, è come tale condizione, fortemente propagandata dai media giornalistici e televisivi come “fenomeno emergente” 15 trovava nella realtà scarse basi d’allarme sociale visti i numeri, sì tragici, ma comunque limita tanto degli omicidio nel nostro paese 16 che dei femminicidi in quanto tale, intorno a 128 nel 2013. A scioccare non era il numero delle donne uccise, ma che i loro assassini fossero il più delle volte (al 66%) coniugi, amanti rifiutati o comunque familiari; una tendenza la cui gravità è stata avvertita e riconosciuta dal sistema dell’informazione, e conseguentemente trasferita all’attenzione della politica.

Il caso di Ciro Esposito 17 rappresenta altresì una vicenda rapidamente metabolizzata nella problematica sociale del tifo violento. Ciò è avvenuto non solo grazie ad un corretto comportamento dell’informazione, che nel documentare le animose reazioni di ambo le tifoserie non ha condonato gli eccessi, ma alla manifesta volontà della madre di Ciro, Antonella Esposito, che fin dai primi giorni si era premunita di placare gli animi accettando di prendere parte a diverse trasmissioni sorte attorno all’evento, e che a seguito della morte del figlio ha continuato a testimoniare per un calcio meno violento.

Questi esempi sono forme di socializzazione del dolore di chiara utilità sociale e rispettose delle norme deontologiche che vincolano la professione. Guardando alle notizie di cronaca, ci si rende conto come la foggia con cui le abbiamo descritte non miri propriamente alla soddisfazione degli interessi sociali (indagine del dolore, sostegno ai soggetti colpiti e costruzione della memoria comune), quanto piuttosto alla creazione di un canovaccio di “storie”, sviluppate per essere costantemente reiterate ed aggiornate. Tale ripetizione può comportare o un’appiattimento delle vicende ad archetipi (si vedano i “filoni” di emergenze citate da Diamanti) senza indagarle o allo sviluppo di “serial”, che tramite gli espedienti retorici citati trasformano gli eventi in racconti straordinari sempre tenuti vivi nella sfera dell’attenzione pubblica. Un’allerta sociale, tuttavia, raramente votata agli scopi proposti, nonostante ne ricalchi le supposte esigenze. Operando sotto il pretesto di garantire alle vicende di cronaca alti livelli d’attenzione sociale – secondo il principio che una maggiore attenzione mediatica garantisca più veloci e sicure risoluzioni, nonché assicuri “giustizia” alle parti coinvolte – i media imbastiscono i casi criminali seguendo una logica eminentemente mirata ad attirare il pubblico, la cui “passione” ed interesse per questi fatti è tendenza consolidata. Il particolarismo delle vicende impedisce così di farle uscire dalle logiche interne agli eventi per svilupparne in riflessioni sociali; la caratterizzazione delle persone coinvolte garantisce loro una spesso non voluta celebrità che impedisce un reale cordoglio ed, essenzialmente, li blocca in quella dimensione anche dopo anni dai fatti.

“la paura in Italia viene usata come una fiction, così i processi non finiscono mai e le vittime non hanno mai il diritto di morire.” 18

I casi e la crisi

La tendenza trattata da Diamanti nel 2010 si è mostrata negli anni seguenti florida e prolifica nonostante l’ampia crisi che ha investito nel complesso il comparto dell’editoria, e che ha lasciato sul campo alcune storiche testate quali L’Unità. Occorre quindi domandarsi se vi sia un rapporto tra il clima prolungato di crisi ed il successo delle epopee criminali.

A fronte del suo ruolo di mediatiche delle problematiche sociali, l’informazione ha dovuto (sebbene con un discreto ritardo rispetto agli organi internazionali 19) prender atto della crisi economica e riqualificare molteplici avvenimenti e situazioni in logica ed in rapporto ad essa. Al di là degli indicatori economici negativi quotidianamente presentati (si pensi alla “guerra dello spread” scoppiata nell’ottobre 2011 ed andata avanti per più di un anno sotto il governo Monti), molti eventi sono stati rappresentati o in luce del clima di ristrettezze o, comunque, pesantemente inficiati da esso. La “crisi” in se stessa è così divenuta (o meglio, stata presentata quale) ragion d’essere e condizione qualificante per diversi accadimenti, quali la disoccupazione, l’abbattimento dei consumi ed un generale “clima di tensione” vissuto dalla società. Notizie “ansiogene” di cui i nostri telegiornali abbondano tutt’ora ben sopra la media europea.

Certo, le “notizie ansiogene” stanno diminuendo nei Tg (dal 27% del 2010 al 16% del 2013) e questo ci fa bene. Però restano sempre tante e il Rapporto 2013 fa un paragone con l’Europa. Così, ci dice che, “il principale TG nazionale, nel periodo 16 dicembre 2013-5 gennaio 2014, ha dedicato oltre il 58% delle notizie che hanno che fare con tematiche cosiddette “ansiogene” a fatti legati alla criminalità; e soltanto il 4,4% a informazione su crisi, impoverimento e perdita di lavoro. Percentuali esattamente rovesciate per il TG britannico, mentre in Germania il 33% ha riguardato i temi della crisi economica e solo il 16% quelli criminosi, in Francia 19% e 13%, in Spagna 19% e 51%. 20
Fra questi è da segnalare un aumento registrato nel 2012 e 2013 di quei reati “da cui si può ricavare un guadagno economico” (furti, scippi, rapine), a cui però è corrisposto una discreta diminuzione degli omicidi. Ad essa sono stati altresì ricondotti eventi che non ne sono necessariamente scaturiti, o accostate problematiche in realtà prive di concretezza (si guarda alla “emergenza suicidi” sopra trattata). La crisi, in poche parole, è divenuta un’altra maschera con cui raccogliere ed incarnale diversificate ansie e paure sociali.

“Oggi c’è l’insicurezza che cresce a causa della crisi economica: e si tira dietro anche quella di altri settori, come il crimine … Ma intanto i media hanno pompato i suicidi degli imprenditori per un anno, quando invece erano nella media storica: adesso che sono davvero aumentati oltre la media non se ne parla più, non sono più usati per dare una faccia alla paura” 21

Venendo ai casi criminali, essi non sono stati propriamente connaturati delle tinte della crisi né fatti collimare al supposto aumento della criminalità percepita ma che, dati alla mano, non tocca quel genere di reati. Per altri versi, la forte proposta di cronaca da parte di giornali e telegiornali non va colta come una conseguenza della crisi né come la volontà d’indagarne le problematiche – un rapporto sopra descritto e che vede sul Tg1 per un 58% di notizie “ansiogene” solo un 4,4% dedicate espressamente ad indagare i temi dell’impoverimento e della perdita del lavoro. Laddove in periodi di tensione sociale sia compito dell’informazione rendere la cittadinanza consapevole e compartecipe delle problematiche locali, sollecitando conseguentemente la sfera politica, le modalità sinora evidenziate rivelano come, per la maggior parte dei servizi, l’obbiettivo sia celebrare il dolore e la difficoltà in una dimensione patetica corale. Tale dimensione è ricercata dalle testate giornalistiche e televisive con due obbiettivi ben chiari: risparmio di risorse e conservazione del pubblico. Alla luce degli alti picchi di “interesse”, registratisi in tempi non sospetti 
come la telecronaca del dramma di Vermicino o durante l’epopea del delitto di Cogne, diverse testate hanno implementato nelle loro scalette rilevanti spazi dediti esclusivamente a notizie di cronaca. Tali notizie si sono rivelate facili da reperire e convenienti nel realizzarle, sia per quantità di lavoro necessaria, sia per sicurezza delle fonti che per vulnerabilità dei soggetti coinvolti. Si tratta, in genere, di commentare comunicati ufficiali (non v’è quindi il rischio di fonti inattendibili) ed è difficile che chi ne è coinvolto abbia tempo, modo o interesse di querelare una testata (soprattutto le persone decedute, le cui foto su Facebook vengono immediatamente esposte). Inoltre, il più delle volte gran parte del “tempo” della notizia non è dedicato all’informazione sul fatto ma alla attesa di aggiornamenti (rendendo lo spettatore in attesa compartecipe della “diretta”), al riepilogo o al commento/morale, il tutto ricalcando le strutture stilistiche di racconti e favole. Inoltre, tali notizie, comunque vengano “servite” (se cronache, favole o puntate di un serial), possono sempre contare d’una certa quantità d’interesse per le dinamiche neurologiche già espresse, e che consentono al pubblico variegate opportunità di sfogo: catarsi, accettazione, schadenfreude, e così via.

Modellato da questi interessi uno spazio-quota che i media televisivi e della carta stampata nel tempo divenuti obbligati a coprire, dato come il pubblico, abituato a tali coperture, se le aspetta, o comunque prova piacere nel conoscere gli avanzamenti di vicende di cui è familiare, diverse linee editoriali se ne sono assuefatte, facendo della “cronaca” il must che qualifica l’informazione italiana nel panorama. Allevato il pubblico con certe quantità costanti di cronaca, spesso coperte da “evergreen” in mancanza di nuove portate, l’industria dei casi criminali ha su questo versante solo che giovato della prolungata crisi, che la ha indotta a mantenere alta la produzione di casi in funzione ancillare ai comuni drammi presentati giornalmente e come strumento, momento, occasione collettiva di catarsi; una logica corale che, pur ricalcando gli obbiettivi originali e nobili della socializzazione della sofferenza, non mira a soddisfarli bensì se ne serve per perpetrare un sistema che non ha interesse all’indagine della sofferenza e, soprattutto, a coloro che ne sono vittime.

 

Bibliografia
Articoli online consultati
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/11/news/tv_ansia-7933773 – articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica
http://www.cronaca-nera.it/3018/rapporto-2013-sicurezza-italiani-paura-colpa-telegiornali – estratti da rapporto sulla sicurezza Demos 2013
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/femminicidio-perch-parola – Pagina Devoto Oli su “femminicidio”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/19/femminicidio-donna-uccisa-ogni-giorni-matricidi-in-aumento – articolo de Il Fatto Quotidiano su femminicidi
http://www.cronaca-nera.it/3018/rapporto-2013-sicurezza-italiani-paura-colpa-telegiornali – articolo de Il Fatto Quotidiano su allarmismo dei fatti di cronaca

  1. Estratto da articolo di Repubblica di Ilvo Diamanti http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/11/news/tv_ansia-7933773/ , a sua volta derivante dalle ricerche dell’Osservatorio Europeo sulla sicurezza, di Demos, Unipolis e l’Osservatorio di Pavia
  2. Ibidem
  3. Con agenda setting si intende una teoria ampiamente condivisa dagli studiosi dei media che delinea il processo attraverso cui le notizie vengono raccolte e sviluppate dagli organi dell’informazione
  4. La vicenda riguarda la scomparsa di un bambino in seguito trovato morto in un canale; qui un riepilogo: http://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/editoriali/2014/12/09/caso-loris-stival-tappe_4eedd221-3a35-4543-be8a-53fbc8bfe888.html, preso il 14 gennaio 2015.
  5. Fonte: screenshot da puntata speciale Tgcom24, in onda dalle 16.30 alle 17.00 del 13 dicembre 2014
  6. Si noti come la media degli ascolti nel periodo si attesti attorno ai 17 milioni di utenti
  7. Fonte: screenshot da puntata speciale Tgcom24, in onda dalle 16.30 alle 17.00 del 13 dicembre 2014
  8. A seguire i dati auditel della giornata; TG1: 4.549 (23.73%) – 6.449 (23.25%) TG2: 3.447 (20.2%) – 3.022 (10.11%), TG3: 1.464 (14.25%) – 3.179 (15.29%) TG5: 3.845 (21.87%) – 6.069 (21.83%), STUDIO APERTO: 2.370 (17.38%) – 1.824 (10.48%),TG4: 447 (6%) – 1.243 (5.81%),TGLA 7: 1.102 (5.74%) – 2.717 (9.64%); Fonte:http://www.tvblog.it/categoria/auditel
  9. Trattasi di un complesso di canali youtube dediti alla diffusione e discussione di contenuti pedagogici e filosofici gestiti dal neuoroscienziato e letterato inglese Michael Stevens; per informazioni generali, http://en.wikipedia.org/wiki/Vsauce
  10. Si fa qui riferimento ad alcune sequenze video apparse sui telegiornali nazionali mesi dopo il delitto di Roberta Ragusa e presentate in d’apertura da alcune testate
  11. Ulteriore estratto da articolo di Repubblica di Ilvo Diamanti http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/11/news/tv_ansia-7933773/ , a sua volta derivante dalle ricerche dell’Osservatorio Europeo sulla sicurezza, di Demos, Unipolis e l’Osservatorio di Pavia
  12. Questo punto d’esclamazione vuole essere una sorpresa per il lettore, che leggendo pazientemente sino a questo punto ha “meritato” una “sorpresa”, in tutto in piena logica di coinvolgimento.
  13. Devoto Oli, dizionario della lingua italiana 2013. per approfondimenti, si veda http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/femminicidio-perch-parola
  14. Tra cui quello della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna
  15. a seguire un articolo sul tema; http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/19/femminicidio-donna-uccisa-ogni-giorni-matricidi-in-aumento/
  16. Il rapporto Eures cita 502 omicidi in Italia nel 2013, di cui 179 donne vittime; nello stesso periodo ve ne sono stati 663 nel Regno Unito; guardando poi al passato, gli anni della crisi hanno goduto di un rilevante calo degli omicidi, che negli anni novanta si mantenevano tra i 1600 ed i 1900 l’anno
  17. Tifoso partenopeo colpito da un proiettile durante degli scontri presso lo Stadio Olimpico di Roma tra le tifoserie della Roma e del Napoli e poi spirato dopo 53 giorni d’ospedale il 25 giugno 2014
  18. Pensiero di Ilvo Diamanti, estratto dal rapporto sulla sicurezza 2013, realizzato da Demos&Pi e Fondazione Unipolis; fonte: http://www.cronaca-nera.it/3018/rapporto-2013-sicurezza-italiani-paura-colpa-telegiornali
  19. Diversi organismi votati a monitorare l’informazione hanno avvertito un ritardo di circa 2 anni (dal 2009 al 2011) da parte dell’informazione televisiva a riconoscere appieno le problematiche della crisi, in genere sottaciute in logica di assist al governo Berlusconi dell’epoca, che poteva contare del favore di Mediaset come del Tg1, il cui direttore era Augusto Minzolini
  20. fonte: http://www.cronaca-nera.it/3018/rapporto-2013-sicurezza-italiani-paura-colpa-telegiornali
  21. Pensiero di Ilvo Diamanti, estratto dal rapporto sulla sicurezza 2013, realizzato da Demos&Pi e Fondazione Unipolis; fonte: http://www.cronaca-nera.it/3018/rapporto-2013-sicurezza-italiani-paura-colpa-telegiornali

Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.1)

settimo sigillo anteprimaPrefazione a cura di Simone Tarli

La guerra: fenomeno e concetto, strategia e riflessione, teoresi e discesa in campo. “Cos’è la guerra? Qual è la sua essenza? Da cosa, perché nasce?” sono domande da cui sorgono tentativi di riposte, forse da parte di ogni essere umano, ma sicuramente da parte dei filosofi indistintamente dall’impianto – fenomenologico, analitico, psicologico e così via- posto alla base della riflessione. Il lavoro, che qui si presenta diviso in due parti, nasce dall’esigenza di un confronto filosofico con la guerra come fenomeno che si intreccia, inevitabilmente, con la messa a punto di una sua concettualizzazione. È noto, d’altronde, il controverso rapporto che i filosofi, ben più che la filosofia, hanno intrattenuto con la guerra — basti pensare alle esperienze di Ludwig Wittgenstein e Ernst Jünger. Le domande che “martellano” la ragione, soprattutto in relazione agli eventi più recenti – dalla Guerra del Vietnam alle due Guerre del Golfo, per fare degli esempi – attraversano, dalla prima all’ultima, le pagine che il lettore ha di fronte nel tentativo di avviare un discorso che possa porsi come base, parziale ma tendenzialmente solida negli intenti, di una risposta. Ammesso che una risposta ci sia, ovviamente. Si è ritenuto a tal fine opportuno impostare la ricerca come un “corpo a corpo” con i due capisaldi del pensiero militare e strategico: il trattato Della guerra di Karl von Clausewitz e L’arte della guerra di Sunzi, avviando al contempo un dialogo, un confronto diretto tra due tradizioni e culture, quella Occidentale e quella Orientale, che spesso si sono incontrate sul campo di battaglia. Leggi il resto di questo articolo »

Lo Straniero amorale: Camus, Nussbaum, Proust, Agostino

ggg

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla ed essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo. 1

L’incipit de Lo Straniero di Albert Camus descrive l’episodio del funerale della madre di Meursault, il protagonista del romanzo. La perdita di una persona cara è un evento generalmente carico di emotività, specialmente quella di un genitore in quanto si tratta, al di là della valenza affettiva, di una figura chiave nella vita psicologica di una persona. C’è qualcosa che disturba, sin dall’inizio, nella narrazione di Meursault: l’uomo offre un resoconto dettagliato delle sue sensazioni, dei suoi pensieri e di ciò che avviene intorno a lui ma sembra mancare totalmente qualcosa sul piano emotivo. Persino l’uso del termine affettuoso “la mamma” (maman) appare forzato, fuori contesto nel discorso del figlio. L’importanza del genitore nella sua vita, il dolore, la tristezza non vengono mai menzionati. Leggi il resto di questo articolo »

  1. A. Camus (1957), p. 7. Traduzione italiana di Alberto Zeva.  “Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas. J’ai reçu un télégramme de l’asile: «Mère décédée. Enterrement demain. Sentiments distingués.» Cela ne veut rien dire. C’était peut-être hier.L’asile de vieillards est à Marengo, à quatre-vingts kilomètres d’Alger. Je prendrai l’autobus à deux heures et j’arriverai dans l’après-midi. Ainsi, je pourrai veiller et je rentrerai demain soir. J’ai demandé deux jours de congé à mon patron et il ne pouvait pas me les refuser avec une excuse pareille. Mais il n’avait pas l’air content. Je lui ai même dit: «Ce n’est pas de ma faute.» II n’a pas répondu. J’ai pensé alors que je n’aurais pas dû lui dire cela.”

Sommovimenti del pensiero: la teoria delle emozioni di Martha Nussbaum

.Il titolo originale de L’intelligenza delle emozioni di Martha Nussbaum è Umpheaval of Thought: The Intelligence of Emotions, nella traduzione italiana si è persa la citazione di Proust «Sommovimenti del pensiero» (soulèvements géologiques de la pensée) che illustrava certamente meglio il rapporto tra intelligenza e emozioni. Le emozioni infatti non si limitano ad avere una qualche forma di intelligenza, ma agiscono sul pensiero scuotendolo, sollevandolo, dandoci motivazioni per agire o non agire. Le emozioni dunque, in quanto “sommuovono” l’agire umano, sono una parte fondamentale, troppo spesso ignorata, della filosofia morale. Il compito che la filosofa statunitense si prefigge è un’analisi multidisciplinare delle emozioni, del loro ruolo nella nostra vita spirituale e sociale, nello sviluppo e nella salute psicologica e nel senso che scegliamo di dare alla nostra vita. Benché ogni emozione abbia le sue caratteristiche specifiche, il suo significato, i suoi pregi, i suoi difetti, tutte le emozioni sono strettamente imparentate tra di loro. Verranno in seguito presentate, secondo la lettura di Nussbaum, le caratteristiche comuni a tutte le emozioni e il loro ruolo e significato generale per l’essere umano. Leggi il resto di questo articolo »

Materiali per una filosofia pratica in “Sein und Zeit”

.I. Heidegger e la questione dell’agire.

La questione dell’agire all’interno della riflessione heideggeriana è una delle più controverse e dibattute. Se a partire dai suoi studi fenomenologici sulla fatticità (Faktizität) della vita il problema dell’essere (Sein) viene progressivamente ad imporsi nel suo pensiero, il progetto di Sein und Zeit (1927) si configura come l’esplicita e «concreta elaborazione del problema del senso dell’essere»1. Il problema, che si trova caduto nella dimenticanza, in una condizione di oblio, trivializzato come concetto più generale e vuoto di tutti, necessita dunque di una ripetizione nel senso di un’adeguata rielaborazione della sua stessa impostazione. Il suo risultato dovrà arrestarsi alla comprensione del senso dell’essere dell’Esserci (Dasein) come temporalità (Zeitlichkeit) e, se l’essere rimarrà nella speculazione di Heidegger come «un’ossessione, la sua prima e ultima parola»2, diversamente, il problema dell’agire sembra emergere esplicitamente come questione fondamentale solo in Über den Humanismus (1946), rispetto alla questione etica e dell’humanitas, su sollecitazione di Jean Beufret. Quasi vent’anni intercorrono tra l’elaborazione della domanda sul senso dell’essere e il tentativo di un ripensamento decisivo dell’essenza dell’agire. Leggi il resto di questo articolo »

  1. M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2010, p.10.
  2. R. Schürmann, Dai principi all’anarchia, Il mulino, Bologna 1995, p. 26.

Eredità europea e nuova oikoumene in H. G. Gadamer

.1. L’urgenza di una «Idea d’Europa»:

Nell’attuale agenda delle priorità politiche compare la costruzione, o il miglioramento, dell’edificio europeo. Sono molti gli studiosi e gli intellettuali che si sono mossi in tale direzione: ci basti qui ricordarne solo alcuni per rimarcare l’urgenza di un simile campo di ricerca.  Tra questi Massimo, Cacciari ha cercato di definire il profilo, mutevole e tragico, dell’identità europea1; Giovanni Reale ha sottolineato la necessità “antropologica” di un «uomo europeo»2; Derrida, invece, ha sviluppato un’attenta riflessione sul rapporto tra praxis politica e θεωρέω, indagando le possibilità storiche per un’Europa dell’ad-venire.3In vero è difficile trovare un pensatore europeo che non si sia mai interrogato sul significato e sul senso d’Europa. Infatti, in modi molto differenti, anche Nietzsche, Hegel, Husserl, Patocka, Habermas, Schmitt ne hanno approfondito il tema. Vista la vastità dell’argomento , sarà qui proposta una breve introduzione al concetto di «eredità europea» a partire dall’intenso dibattito che si sviluppò attorno all’ermeneutica di H. G. Gadamer. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Si pensi a Geofilosofia dell’Europa o, in una certa misura, a Il Potere che frena.
  2. G. Reale, Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell’uomo europeo. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003.
  3. J. Derrida, L’autre cap suivi de La Democrazie ajournéé. Paris, Le Editions de Minuit, 1991.

L’Europa e la teoria discorsiva della democrazia

.L’Europa? Una necessità democratica.

Jürgen Habermas, uno dei più importanti filosofi viventi, si è fortemente interessato al tema dell’Unione Europea, come gli ultimi scritti dimostrano. La tematica europea e quella della transnazionalizzazione della democrazia sono diventate sempre più urgenti nel momento in cui dal XX secolo è cresciuta in maniera esponenziale la complessità della società mondiale. Di tale crescita la politica sembra aver perso il controllo, incapace di organizzarsi difronte al fatto che i mercati finanziari hanno oltrepassato il raggio d’azione degli stati nazionali. D’altronde Habermas parte da una concezione della democrazia in parte simile a quella di Rousseau: «autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti ne sono al tempo stesso gli autori», ma poi aggiunge «in una democrazia i cittadini sono soggetti unicamente alle leggi che essi si sono dati secondo procedure democratiche». Perciò il crescere del potere delle organizzazioni internazionali (ad es. mercati finanziari) e delle problematiche mondiali (ad es. surriscaldamento globale), via via che le funzioni degli Stati nazionali ne perdono il controllo, mina il procedere democratico degli Stati stessi. Dunque Habermas ritiene che si sia costretti a riconoscere la necessità di ampliare le procedure democratiche oltre i confini degli stati nazionali, a meno che non ci si voglia rassegnare a questa situazione. Soltanto transnazionalizzando la democrazia, verso una futura società mondiale retta da una costituzione, si può dar modo ai cittadini di trasformare l’uso civico della libertà di comunicazione in forze produttive in grado legittimare un processo di autodeterminazione democratica.

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Il concetto di politico

.Nonostante la brevità de Il concetto di “politico”, questo saggio di Schmitt ha dato vita ad una quantità immensa di letteratura, ricca di interpretazioni tra loro spesso contrastanti. L’opera, pubblicata inizialmente sotto forma di articolo nel 1927, passa attraverso un lunghissimo periodo di correzione ed ampliamento fino ad ottenere una forma definitiva nel 1963, che la vede arricchita di una premessa, una postilla, tre corollari e la trascrizione di una conferenza tenuta a Barcellona 1929 1. Schmitt non ha mai smesso di considerarsi, per via della sua formazione e della sua produzione, un giurista, e in questa luce si può comprendere appieno la fondamentale importanza che una trattazione sul concetto di politico assume all’interno del suo percorso. Il concetto di “politico” è scritto con lo scopo di «inquadrare teoricamente un problema di portata smisurata»2 e consiste nel tentativo di rispondere alla domanda “Cosa è politico? Cosa appartiene al campo del politico?”. Il primo passo dell’autore nell’affrontare questo problema è il definire un criterio a cui “è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici”3. Come nell’etica si distingue fra buono e cattivo e nell’estetica fra bello e brutto, nel politico si distingue fra amico e nemico; questo criterio indica «l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione»4 e configura la reale possibilità di una lotta (intesa come guerra fisica) fra i due schieramenti. Un’organizzazione che in questo caso abbia il potere di decidere se combattere o meno il nemico si definisce come politica; anche se generalmente sono gli Stati ad attuare questo tipo di decisioni, può essere considerata politica una qualsiasi organizzazione che abbia questo potere.

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  1. L’epoca delle neutralizzazioni e spoliticizzazioni, di cui si parlerà più avanti
  2. Postilla all’edizione del 1932, Il concetto di politico, in Le categorie del politico, di Carl Schmitt a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Società editrice il Mulino, Bologna, 1972, p.186.
  3. Il concetto di politico, p.108.
  4. ivi, p.109

Saggio – Pensiero borghese e proletario in “Storia e coscienza di classe”

.La categorie di borghese e rivoluzionario hanno permeato la filosofia, la letteratura e in buona parte tutte le scienze sociali dal sorgere del marxismo al XX secolo. Il saggio intende fornire un’analisi di alcuni passi fondamentali dell’opera di György Lukács, “Storia e coscienza di classe”, ritenuta fondamentale per tale tematica.
In Lukács le «antinomie del pensiero borghese» e «il punto di vista del proletariato» non hanno a che fare strettamente con una classificazione di benessere e censo di stampo statistico; borghesi e rivoluzionarie sono alcune scienze e le loro metodologie ed anche filosofi e ricostruzioni storiche possono essere caratterizzate in questo modo. Alla borghesia spetta la dilatazione ad oltranza del suo presente e l’applicazione di leggi razionali eterne nei contenuti dell’immediatezza; al proletariato la creazione di nuove mediazioni, la riscoperta di legami con delle tendenze del passato che facciano nascere nuove prospettive future.

Molte sono le riflessioni che possono nascere a partire dall’opera di Lukács in questo primo quarto di secolo del nuovo millennio; esistono ancora delle classi come soggetti dell’operare storico? Ed è ancora pregnante di senso quella differenza, che può suonare quasi come una tentazione, fra coscienza di classe e coscienza di ceto che il proletariato deve mantenere per non diventare anch’esso, quantomeno da un punto di vista teoretico, dalla mentalità borghese? Leggi il resto di questo articolo »

Pedagogia in evoluzione: ripensamenti e falsificazioni nelle tesi pedagogiche di Montaigne (pt.2)

.Altro segno di un’evoluzione del pensiero pedagogico di Montaigne riguarda le sue influenze letterarie. Nell’Esemplare di Bordeaux, appare per la prima volta nel cap. 26 (“Dell’educazione dei fanciulli”) del primo libro il nome di Quintiliano, e Platone viene nominato 6 volte in più rispetto all’edizione originale (in cui occorreva 4 volte), stavolta in posizione di rilievo1. Insieme ai loro nomi, si trovano aggiunte manoscritte che risentono chiaramente del loro pensiero. Prima di parlare di questi sviluppi, occorre tener presente che, al momento della prima edizione degli Essais, Montaigne deve gran parte delle sue riflessioni alla lettura di Plutarco e Seneca in primo luogo (i suoi autori preferiti, come sottolinea più volte2), Senofonte (da cui ricava la sua immagine di Socrate, piuttosto che da Platone3), Sesto Empirico (da cui la svalutazione del giudizio umano e la zetetica degli Essais4) e Lucrezio (da cui il crescente epicureismo che dominerà infine nel terzo volume dell’opera5). Leggi il resto di questo articolo »

  1. Ha certo poco rilievo il nome di Platone nella prima edizione del capitolo, in cui si trova a p. 271 (“Infatti, se (l’alunno) abbraccia le opinioni di Senofonte e di Platone per suo proprio ragionamento, non saranno più le loro, saranno le sue”), due volte a p. 299 (“E quando Platone l’ha invitata (la filosofia) al suo convito, vediamo come intrattiene gli astanti in modo leggero e adatto al tempo e al luogo, benché con i suoi ragionamenti più elevati e più salutari: Aeque pauperipus prodest, locupletibus aeque; / Et, neglecta, aeque pueris senibusque nocebit” – la citazione è da Orazio, Epistole I, 1, 25-26; e “Non è un corpo che si educa, è un uomo, non bisogna dividerlo in due. E come dice Platone (nel Timeo, 88b, ndr), non bisogna educare l’una senza l’altro, ma guidarli in modo uguale, come una coppia di cavalli attaccati allo stesso timone” – l’affermazione platonica è così celebre da poter essere nota a Montaigne grazie alla vulgata pertinente, senza una lettura del testo originale, come non serve aver letto il Simposio per sapere che nei convivii greci ci si allietava con la filosofia), e infine a p. 313 (“Gli Ateniesi (dice Platone (nelle Leggi, I, 641e, ndr)) hanno dal canto loro la cura dell’abbondanza e dell’eleganza nel parlare, gli Spartani, della brevità, e quelli di Creta, della fecondità delle idee più che del linguaggio: questi sono i migliori” – è più difficile in questo caso argomentare l’ignoranza da parte di Montaigne del testo originale, ma v. infra, e in ogni caso il nome di Platone non è in posizione di rilievo, usato solo in funzione esemplare come Zenone subito dopo) – ed. Essais, I, 26 “Dell’educazione dei fanciulli”, F. Garavini.
  2. Primi fra tutti i passi a I, 26, “Dell’educazione dei fanciulli”, p. 261 (“Non mi sono familiarizzato con nessun libro solido, eccetto Plutarco e Seneca, ai quali attingo come le Danaidi, empiendo e versando senza posa”) e a II, 10, “Dei libri”, p. 735 (“Quanto all’altra mia lettura, che unisce un po’ di frutto al piacere, da cui imparo a mettere ordine nei miei umori e disposizioni, i libri che mi servono a questo sono Plutarco, da quando è francese, e Seneca. Hanno tutti e due questo vantaggio notevole per la mia indole, che la scienza che vi cerco è trattata a brani scuciti, che non richiedono l’obbligo di un lungo lavoro, di cui sono incapace, come gli Opuscoli di Plutarco e le Lettere di Seneca, che sono la parte più bella dei suoi scritti e la più profittevole. (…) Questi autori concordano nella maggior parte delle opinioni utili e vere (…) La loro dottrina è fior di filosofia, e presentata in modo semplice e pertinente. (…) Seneca è pieno di tratti ingegnosi e arguti, Plutarco, di cose. Quello vi riscalda e vi commuove di più; questo vi soddisfa maggiormente e vi appaga meglio: costui ci guida, l’altro ci spinge.” – ed. Essais, F. Garavini. Cfr. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 198-200 e 214-217.
  3. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 238-240, e, sulla ricezione di Socrate, R. Ragghianti, Introduzione a Montaigne, Laterza, 2001, pp. 76-77.
  4. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, p. 218.
  5. v. ivi, pp. 169-171.