Archivi per la categoria ‘Etno – antropologia’

Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.2)

Furinkazan – Sopravvivenza e polemologia nella cultura sinica

ggg1 . L’Arte della guerra: fra il valore del sopravvivere e la centralità della conoscenza del nemico

Nello sterminato orizzonte che in Cina viene classificato come “Arte” (che va dalla preparazione del tè alla scelta degli abiti da indossare nelle cerimonie ufficiali), la guerra ha rivestito uno dei ruoli per i quali la cultura sinica è divenuta famosa in tutto il mondo. Taluni potrebbero obiettare che i cinesi abbiano soltanto proposto una loro personale visione del tema, eppure sono stati il primo popolo a canonizzare la tanto temuta lotta fra fazioni. Il corpus di scritti che riguardano l’argomento non si limita alla famigerata “Arte della Guerra”, che tuttavia rimane davvero il principe di questo filone letterario, bensì si estende a tutti i pensatori cinesi di ogni epoca. Ognuno di essi si è dovuto confrontare con la pesante eredità lasciata dal Bingfa (兵法) (che letteralmente significa: “Metodo di condotta dell’esercito”), un testo antico e di dubbia origine che ha aperto le porte e ha spiegato il modo di intendere il conflitto del popolo cinese. Comprendere davvero questo scritto, senza soffermarsi alla superficie che ne mostra solo la faccia “pratica”, può rendere chiari, se non lampanti, molti degli aspetti che ancora oggi regolano la gestione politica dei conflitti da parte del Partito Comunista Cinese. Per una trattazione più agile e facilmente comprensibile, analizzeremo le singole parti di cui quest’opera si compone, e soffermandoci laddove c’è la necessità di spiegare passaggi astrusi o chiarire sentenze di facile fraintendimento, cercheremo di mostrare la vera faccia del Sunzi Bingfa (孙子兵法): L’Arte della Guerra di Sunzi. Leggi il resto di questo articolo »

Il Taoismo. Religione o filosofia?

.Nella secolare cultura Occidentale (dove per Occidentale si intende quel tipo di cultura sviluppatosi in Grecia e progressivamente spostatosi verso Roma allargandosi all’Europa ed infine al Nuovo Mondo) la distinzione tra filosofia e religione è stata sempre netta. Dilungarsi sulle innumerevoli diatribe che videro filosofi e teologi scontrarsi in ogni epoca sarebbe oltremodo inutile, ciò che è utile ricordare, invece, è il rapporto conflittuale instauratosi tra i due ambiti. Essere filosofi (in Occidente) significa cercare una verità che sia il più possibile scientifica e libera dall’ingombro della fede. Questo perché la fede è per sua natura “soggettiva” e non “oggettiva” come la scienza. È altresì vero, però, che per secoli i filosofi hanno cercato delle spiegazioni basandosi solamente sulle loro cognizioni, con rare eccezioni (Cartesio ad esempio), che fanno certamente onore allo sforzo ma non rendono la risposta esauriente. Immaginatevi ora una società in cui la religione esiste solo come forma di “interpretazione” del fenomeno, quindi come interpretazione della realtà. Immaginate anche che questa società ponga l’essere umano non al centro, né al di fuori dell’universo ma lo consideri una parte di esso, né preponderante, né per forza di cose infinitesimale. In questa società l‘essere umano è schiacciato da fenomeni e paesaggi naturali incredibilmente vasti e l’unica costante che trova è quella del Cielo1. Il Cielo all’interno della società cinese antica (perché di questa società abbiamo parlato finora) è l’entità concreta sotto la quale l’intera esistenza umana si svolge. Questo ente “vede” eppure non vede la vita degli uomini. Com’è possibile? Le filosofie e le religioni orientali sono colme di quelli che a noi potrebbero sembrare dei paradossi dai quali è pressoché impossibile uscire: eppure, se si leggono i testi della tradizione taoista, e li si analizza alla luce del contesto in cui furono scritti, si scopre che questi paradossi non sono altro che verità insite nell’animo di ogni essere umano; delle verità sepolte dentro la nostra mente che con difficoltà riusciamo a riportare alla luce 2.

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  1. Il Cielo non è propriamente una divinità né l’incarnazione di un ente fisico o metafisico. Il Cielo è il destino, il passato, il futuro. Tutto ciò che l’uomo non può vedere o toccare con mano, quindi, in parole povere: il fato.
  2. Non uso a caso il termine “riportare” e più avanti vedremo perché

Memoria ed inconscio: le colonne d’Ercole della psicologia scientifica

Memoria ed Inconscio -Top

1. Premessa

Col differenziarsi progressivo dei saperi è spesso stato compito, difficile e scomodo, di una branca delle scienze quello di criticarne un’altra, mostrando le leggerezze teoretiche e la sicumera non dovuta di alcuni fondamenti. Non ha fatto eccezione lo studio della ψυχή, la psicologia, a seguito della profonda metamorfosi che gradualmente ha portato una materia eminentemente filosofica a convertirsi in disciplina applicata, nuovamente rifondata su basi scientifiche; a cavallo fra il XIX e il XX secolo ciò implicava inevitabilmente un allignarsi nella mentalità positivistica, con le sue speranze e la salda convinzione di equivalenza fra metodi prima qualitativamente eterogenei in un comune sostrato matematico-empirico. Se lo stringere d’assedio al positivismo e allo scientismo non tardò a sbocciare già in contemporanea al suo rigoglio, un confronto maturo con quelli che furono i frutti dell’unione fra scienza e psiche venne intrapreso solo nella seconda metà del ‘900 (pensiamo all’antipsichiatria di Foucault, Goffman e molti altri). Eppure germi di tali intenti erano già presenti nell’istituzione della psicanalisi, oggi vista letterariamente come fiero alter ego della psicologia ufficiale, che in realtà si proponeva come conseguenza e proseguimento della stessa; nello spiritualismo e nell’evoluzionismo “vitalista”, che ai prodromi della fenomenologia indaga un mondo che non si esaurisce nell’assioma della causalità e delle relazioni fisico-chimiche.

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Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.2)

.Compassione per il diavolo?

Avendo messo in chiaro la figura del diavolo, in cosa ne consista l’attività e la probabile condizione che ha portato alla sua caduta, approcciamo infine alla domanda che è stata la scaturigine di questo breve saggio: è lecito, per l’umanità, perdonare il diavolo, intercedere per lui nella speranza di una riconciliazione con l’ente divino? Tale interrogativo muove da due assunti: il precetto etico cristiano di amare e perdonare i propri nemici e la radicale condizione di perdita in cui l’ente diabolico è sprofondato al momento del peccato. Se al divergere fra volontà e natura in Lucifero è conseguito un immediato ed irrimediabile cambiamento di prospettive e l’impossibilità di reintegrarsi autonomamente nel rapporto beatifico da cui attingeva la pienezza della propria natura, il diavolo è allora un ente perennemente mancato, un non-ente bloccato in un gorgo di egotismo e che, pur rimembrandola, maledice l’originaria condizione beata, concependola quale insopportabile dipendenza; un ente impegnato in attività (sia per lo scopo che per le modalità d’esecuzione) sprovviste di un fine che non paia assurdo. Il diavolo devolve l’eternità a vessare creature lui inferiori col fine di plagiarle sapendo costantemente di trovarsi nel torto. Nel torto perché, all’ambito del cristianesimo, invece per porsi quale “altro valore” con la sua opera il diavolo propaga non-valori; altro non rimane: egli tormenta l’uomo ma è comunque costretto ad agire nei gangli e negli spiraglio lasciatagli dalla legge divina. Il suo intervento/dominio sul mondo appare costantemente vincolato, e quali che siano i risultati che ottiene resta comunque schiacciato nell’apparato che egli stesso ha inavvertitamente contribuito a creare. L’unica cosa che pare esser in grado di fare è trascinare altri con sé nella propria, indiscutibile follia. Leggi il resto di questo articolo »

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.1)

.Premessa:

Questo breve saggio mira a problematizzare la figura del diavolo. A fronte di riflessioni sorte durante un convegno svoltosi a Roma in tarda primavera 1 con per oggetto la figura del diavolo, intesa non esclusivamente sul piano religioso, si avanza la seguente proposta: è possibile per il cristianesimo liberarsi del diavolo? L’interrogativo muove dai seguenti assunti: dinnanzi ad un’influenza diabolica  diabolica che, a dispetto della vasta portata che discuteremo a seguire, appare statisticamente irrilevante a livello globale, il quadro di conflitto agostiniano tra civitàs dei e civitàs diaboli non sembra trovare più riscontro in una modernità le cui problematiche derivano ben più dalla mancata coordinazione delle parti che da intenti malevoli. A fronte di ciò, la figura del diavolo può attraversare due sviluppi: o subire una riqualificazione che gli riconfermi un maggior peso sui drammi della modernità, oppure tentare un superamento dell’ente, che può compiersi in ambito cristiano unicamente mediante la riconciliazione tra questo ente sommamente problematico e la divinità.

Il saggio si divide in cinque parti. Nella prima si cercherà di definire il Diavolo nelle religioni rivelate, analizzandone i vari nomi ed i tratti più rilevanti delle sue raffigurazioni. Nella seconda si tenterà di qualificarne l’operato, dimostrandone la sostanziale infruttuosità e vacuità dinnanzi al reale impatto che l’operare di simili enti potrebbe apportare sul mondo e si proverà a spiegare le ragioni di tale presunta inattività. La terza parte affronterà invece le ragioni scatenanti la caduta del diavolo navigando tra le teorie di quanti autori, religiosi e laici, ne hanno nei secoli cercato una soluzione non problematica. Leggi il resto di questo articolo »

  1. il 24 maggio 2014, presso la sede dell’Arci in via Dei monti di Pietralata

L’acquisizione del linguaggio negli infanti – l’argomento della povertà dello stimolo

Avevamo anticipato in “Il linguaggio, facoltà solamente umana – Chomsky a Roma” la prossima uscita di un articolo concernente l’apprendimento del linguaggio negli infanti. L’argomento, che non poteva esaurirsi nel pezzo su Chomsky ma neppure venir introdotto senza trattare le posizioni del celebre linguista americano,  verrà qui esposto anteponendo un’introduzione di carattere generale al resoconto del simposio “Tra appreso e innato: come emerge il linguaggio nei bambini”, tenutosi a Roma sempre nell’ambito dell’evento “Linguaggi” il 26/01/2014.

Lo studio dell’acquisizione del linguaggio ha radici  molto antiche,  risalenti a Platone ed a scritti sanscriti. Le teorie che attraversano la modernità muovendo dagli empiristi inglesi di fine Seicento, si caratterizzano rispetto al fattore indicato come maggiormente rilevante per l’acquisizione linguistica:  da una parte si insiste sulla natura e dunque sulle specificità del cervello umano, mentre dall’altra sul condizionamento e dunque sulle caratteristiche dell’ambiente in cui il soggetto esperisce il suo primo linguaggio.

Celebre esponente del secondo gruppo fu Burrhus Frederic Skinner 1, autore nel 1957 di Verbal Behaviour rilevante esponente dell’approccio comportamentista (behaviourism) 2. Leggi il resto di questo articolo »

  1. 1904 -1990. Psicologo, inventore e filosofo sociale, è stato professore di Psicologia ad Harward dal 1958 al 74. Considerato il più influente psicologo del 20esimo secolo, è autore di 21 libri ed oltre 180 pubblicazioni
  2. Il comportamentismo, di cui Skinner era esponente radicale, è una teoria psicologica che studia esclusivamente il comportamento (risposta o output) degli individui in rapporto a determinati stimoli esterni (o input). Tale scelta è dovuta ad un presupposto metodologico molto forte: solo ciò che è osservabile e misurabile oggettivamente può essere oggetto di scienza. Applicato in teoria del linguaggio, esso rifiuta la presenza di qualunque supposta struttura innata nella mente umana, attribuendo la formazione del linguaggio ad un meccanismo reiterato di stimolo – rinforzo e dunque di condizionamento. Skinner in particolar modo concentrò i suoi studi sul condizionamento operante, tramite il quale si cerca di attuare un “modellamento” del comportamento in relazione al programma di rinforzo cui il soggetto è sottoposto. Cfr. L.Mecacci, Storia della psicologia del Novecento, Laterza, Roma, 1992, p. 196-222

Saggio – Il concetto di sovranità in Hobbes e Rousseau

Ogni giorno sentiamo parlare di sovranità nei quotidiani, in televisione e nei dibatti politici. Percepiamo il suo significato nelle sue più svariate declinazioni. Per quanto riguarda il caso dei due marò in India si parla di sovranità territoriale. Riguardo alla possibilità dell’Italia di uscire dall’Euro sentiamo parlare di sovranità economica. A questo stesso termine si fa riferimento in democrazia quando si parla di  sovranità popolare. Tutte queste coniugazioni possibili  fanno però riferimento ad un unico concetto che viene rivolto alla sfera statale. Ma cosa significa e quando nasce il termine sovranità?

La parola sovranità compare per la prima volta ne I sei libri dello Stato di Jean Bodin, scritto dal filosofo francese nel 1576, dove per sovranità «si intende quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato». La sovranità è dunque riconducibile alla decisione ultima, inoppugnabile in quanto superiore. E’ a questa definizione della sovranità che fanno riferimento, con le dovute differenze, Hobbes e Rousseau. Ma come è possibile che due pensatori che hanno saputo dar vita a due antropologie così divergenti, abbiano rintracciato nello stesso concetto di sovranità, l’elemento cardine in grado di poter garantire la vita sociale dell’uomo? Esiste dunque un rapporto tra la visione dispotica di Hobbes e la più formidabile formulazione della democrazia, espressa da Rousseau?

Questa definizione della sovranità verrà criticata dalla tradizione liberal-costituzionale (Locke, Montesquieu, B. Constant), che sosterrà invece la necessità di limitare il potere dello Stato al fine di tutelare le libertà degli individui e l’autonomia della società civile. In questa prospettiva – che si affermerà nel corso del 19° sec., dando vita allo Stato di diritto – il concetto di sovranità tende a essere sostituito con quello di autorità competente, che agisce entro i limiti previsti dall’ordinamento costituzionale (le cui norme sono gerarchicamente superiori alle leggi ordinarie). Leggi il resto di questo articolo »

Un confronto con Renè Girard: teoria del sacrificio e novità maya.

1 Nell’inverno 2012 ebbi la possibilità di confrontarmi con l’esperto Hiparco Melendez, archeologo, antropologo e guida messicana che mi accompagnò alla scoperta della civiltà Maya nella fitta giungla dello Yucatan. Fu proprio Melendez a comunicarmi le più recenti e rilevanti scoperte circa i maya e il loro misterioso passato. Rimasi profondamente affascinato dalla recente teoria circa la sacralità dei cenotes 2, nonchè dall’ipotesi astrologica che prevede di catalogare i maya come unica “civiltà lunare” ad oggi conosciuta 3. Fu però la visita, al grande tempio del Chac Mool a Chichén Itzá a incuriosirmi. Diversamente da quanto si crede, le città maya in cui si praticavano sacrifici umani erano decisamente poche, forse meno di una decina, tanto che l’intero complesso urbanistico di simili centri abitati rispondeva unicamente a necessità religiose. E’ questo il caso di Chichén Itzá, città scarsamente popolata ma ricca di templi, campi di gioco sacri e importanti complessi religiosi e sacerdotali. I sacrifici umani venivano presumibilmente svolti poche volte l’anno in una piramide più defilata rispetto alla famosissima piramide-calendario di Chichén Itzá. Sulla cima di questo tempio si erge l’altare del Chac Mool, una statua raffigurante un uomo sdraiato con il busto rivolto a tre quarti. Proprio su questo particolare altare veniva posto il corpo della vittima, scelta per il sacrificio rituale. La recentissima scoperta di affreschi sui muri perimetrali del piano più alto della piramide ha permesso di far luce sulla macabra cerimonia maya. Leggi il resto di questo articolo »

  1. L’immagine di copertina si riferisce ad un sacrificio umano azteco.
  2. In base ai nuovi studi antropologici nelle comunità maya tutt’ora esistenti è risultato evidente che l’acqua dei cenotes non sia utilizzata per scopi agricoli, ma venga piuttosto venerata come porta al mondo ultraterreno
  3. I maya sarebbero una civiltà lunare dal momento che, nella giungla dello Yucatan, è possibile osservare nitidamente il cielo solo la notte, quando le foglie e i rami delle piante, abbassandosi, permettono aperture verso il cielo. Secondo questa teoria, tale fatto ha una rilevanza notevole nello sviluppo religioso, linguistico, culturale e astronomico dei maya

Spencer e Darwin: cosa lega la musica alle nostre emozioni?

La musica viene spesso definita come la “ lingua della passione” 1. Ognuno di noi fa quotidianamente esperienza del misterioso parallelismo che sembra sussistere tra suono musicale ed emozione, tra onde generate dalla vibrazione di un corpo e stati psico-fisici complessi come la melanconia, l’allegria, l’esaltazione o la commozione. Ma come può istituirsi un nesso causale tra realtà così eterogenee? Come può la musica, senza passare per la significazione di concetti, oggetti o eventi, esprimere e comunicare stati emozionali con la facilità e l’immediatezza che le sono proprie? In effetti noi, contrariamente a quanto avviene con le lingue, non “impariamo” i significati delle note o delle melodie in cui vengono composte; esse semplicemente “ci parlano”. Che sorta di lingua è allora questa “lingua della passione”? È necessario ammettere che determinati suoni posseggano un intrinseco potere evocativo, arrendendosi di fronte alla loro misteriosa rivelazione? Per cercare una risposta può essere utile indagare prima un altro problema; quello circa le origini stesse della musica . Herbert Spencer 2 affronta la questione in un saggio del 1858 intitolato “The Origin and Function of music”. Il suo punto di partenza è la constatazione del fatto che ogni tipo di emozione eccita in modo irriflesso tanto la mente quanto il sistema motorio-muscolare che la esprime esternamente, rendendola pubblica.  Anche la voce, prodotta da uno specifico apparato corporeo, è un mezzo di espressione emotiva e, come tale, viene alterata in vari modi a seconda dei diversi sentimenti ed in modo proporzionale alla loro intensità. Spencer mostra come un parlato emotivamente “caldo” risulti stravolto nelle sue caratteristiche sonore rispetto ad un parlato “freddo” ordinario, sia per quanto riguarda l’intensità sia il timbro, gli intervalli di emissione, il tono e la sua velocità di variazione.

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  1. Ad esempio lo dichiara esplicitamente Wagner in un breve saggio del 1850, “Il giudaismo nella musica
  2. H. Spencer (1820-1903) fu uno degli intellettuali inglesi più influenti nel mondo accademico vittoriano. Filosofo, biologo, sociologo, teorico del liberalismo, i suoi scritti e contributi teorici spaziano in un campo vastissimo , sebbene siano articolati attorno all’idea centrale di “evoluzione”, da intendersi nel senso filosofico di un progresso cosmico-universale dal semplice al complesso coinvolgente ogni aspetto della realtà.

Saggio – Tertulliano interprete di Valentino

La storia del cristianesimo non è affatto un processo unitario e lineare, piuttosto descrive un percorso tortuoso, ricco di controversie e improvvisi cambi di direzione. Malgrado la storia del cristianesimo sia discontinua e controversa è comunque possibile individuare un principio valido che permetta di spiegarla e descriverla. Questo principio riguarda il rapporto tra il dono gratuito della Grazia e la facoltà del libero arbitrio, sicché anche le più radicali risposte teologiche debbono riconoscere, pure in minima parte, anche l’elemento opposto, che viene sempre e comunque accolto, anche se subordinato, di modo ché, chi opterà per l’onnipotenza divina, dovrà riconoscere il ruolo relativo anche alla libertà dell’individuo mentre chi opterà per il libero determinarsi della creatura non potrà misconoscere il ruolo relativo della Grazia di Dio. La grandiosa disputa teologica del II secolo d.C. tra Tertulliano e i Valentiniani può essere descritta e approfondita alla luce di quanto detto sopra.

Valentino e la sua speculazione ontoteologica rappresentano il tentativo più audace ed estremo del movimento gnostico. L’intero impianto ontologico, la minuzia con cui sono descritti i passaggi della tragedia e della salvezza divina, la complessa struttura cosmogonia e cristologia, nonché l’immensa elaborazione simbolica sono testimonianza del monumentale sforzo che i Valentiniani fecero per creare un sistema religioso, indubbiamente complesso, ma assai solido e sviluppato. Nella dottrina valentiniana la novità del dono finisce per coincidere con la riscoperta della propria filialità con Dio e della propria natura “sovrastorica”, sicché l’eversiva gratuità di grazia diviene reminiscenza platonica, ricordo della propria nascosta identità.
Come si evince dalla valutazione del sistema valentiniano, al termine del processo di salvezza, l’importanza dell’avvento escatologico di Gesù viene addirittura estremizzato in un intimità ontologica e filiale dello gnostico con il Dio di grazia.

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