Archivi per la categoria ‘Storia e filosofia’

Prolegomeni ad ogni futura Metafisica: il risveglio di Kant e la soluzione al dubbio di Hume

giulia

 Lo confesso francamente: l’avvertimento di David Hume fu quello che, molti anni or sono, primo mi svegliò dal sonno dommatico e dette tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa. Mi tenni ben lontano dal seguirlo nelle conseguenze, che provenivano solo dal fatto che egli non si pose la quistione nella sua integrità, ma si fermò solo su una parte di essa, che non può offrire nessuna spiegazione senza che si consideri il tutto1.

Il risveglio di Kant dal sonno dogmatico, in cui egli stesso confessa di essere caduto, rimane una delle più celebri confessioni di debito intellettuale del pensiero moderno. Attraverso e limitatamente all’opera in cui la stessa citazione è presente, è possibile provare a ripercorrere quale sia stata la scintilla offerta da David Hume e in qual senso Kant possa affermare, con un certo senso di soddisfazione e sulla falsariga di un’apparente modestia, di aver compiuto «l’impresa» di superare lo scetticismo a cui lo scozzese era approdato.

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  1. I.Kant (2009), p.13.

Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.2)

Furinkazan – Sopravvivenza e polemologia nella cultura sinica

ggg1 . L’Arte della guerra: fra il valore del sopravvivere e la centralità della conoscenza del nemico

Nello sterminato orizzonte che in Cina viene classificato come “Arte” (che va dalla preparazione del tè alla scelta degli abiti da indossare nelle cerimonie ufficiali), la guerra ha rivestito uno dei ruoli per i quali la cultura sinica è divenuta famosa in tutto il mondo. Taluni potrebbero obiettare che i cinesi abbiano soltanto proposto una loro personale visione del tema, eppure sono stati il primo popolo a canonizzare la tanto temuta lotta fra fazioni. Il corpus di scritti che riguardano l’argomento non si limita alla famigerata “Arte della Guerra”, che tuttavia rimane davvero il principe di questo filone letterario, bensì si estende a tutti i pensatori cinesi di ogni epoca. Ognuno di essi si è dovuto confrontare con la pesante eredità lasciata dal Bingfa (兵法) (che letteralmente significa: “Metodo di condotta dell’esercito”), un testo antico e di dubbia origine che ha aperto le porte e ha spiegato il modo di intendere il conflitto del popolo cinese. Comprendere davvero questo scritto, senza soffermarsi alla superficie che ne mostra solo la faccia “pratica”, può rendere chiari, se non lampanti, molti degli aspetti che ancora oggi regolano la gestione politica dei conflitti da parte del Partito Comunista Cinese. Per una trattazione più agile e facilmente comprensibile, analizzeremo le singole parti di cui quest’opera si compone, e soffermandoci laddove c’è la necessità di spiegare passaggi astrusi o chiarire sentenze di facile fraintendimento, cercheremo di mostrare la vera faccia del Sunzi Bingfa (孙子兵法): L’Arte della Guerra di Sunzi. Leggi il resto di questo articolo »

Memoria ed inconscio: le colonne d’Ercole della psicologia scientifica

Memoria ed Inconscio -Top

1. Premessa

Col differenziarsi progressivo dei saperi è spesso stato compito, difficile e scomodo, di una branca delle scienze quello di criticarne un’altra, mostrando le leggerezze teoretiche e la sicumera non dovuta di alcuni fondamenti. Non ha fatto eccezione lo studio della ψυχή, la psicologia, a seguito della profonda metamorfosi che gradualmente ha portato una materia eminentemente filosofica a convertirsi in disciplina applicata, nuovamente rifondata su basi scientifiche; a cavallo fra il XIX e il XX secolo ciò implicava inevitabilmente un allignarsi nella mentalità positivistica, con le sue speranze e la salda convinzione di equivalenza fra metodi prima qualitativamente eterogenei in un comune sostrato matematico-empirico. Se lo stringere d’assedio al positivismo e allo scientismo non tardò a sbocciare già in contemporanea al suo rigoglio, un confronto maturo con quelli che furono i frutti dell’unione fra scienza e psiche venne intrapreso solo nella seconda metà del ‘900 (pensiamo all’antipsichiatria di Foucault, Goffman e molti altri). Eppure germi di tali intenti erano già presenti nell’istituzione della psicanalisi, oggi vista letterariamente come fiero alter ego della psicologia ufficiale, che in realtà si proponeva come conseguenza e proseguimento della stessa; nello spiritualismo e nell’evoluzionismo “vitalista”, che ai prodromi della fenomenologia indaga un mondo che non si esaurisce nell’assioma della causalità e delle relazioni fisico-chimiche.

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Friedrich Heinrich Jacobi: un filosofo di carattere. Le due facce della ragione

.Nonostante una formazione da commerciante alle spalle al fine di portare avanti l’attività di famiglia e la messa a punto di una dottrina a suo dire “non-filosofica”, Friedrich Heinrich Jacobi (Düsseldorf, 1743-Munich, 1819) riuscì a imporsi con naturalezza nel panorama culturale tedesco, in particolare nella tensione filosofica a cavallo tra la fine ‘700 e il primo decennio del 1800. Infatti, un’attiva partecipazione nei momenti più “caldi” della filosofia di allora e l’elaborazione di un vero e proprio metodo filosofico applicato alla sua “dottrina della fede” gli hanno assicurato un posto di rilievo nella filosofia del tempo, in particolare grazie ai rapporti che Jacobi intratteneva con gli “scienziati” dell’idealismo. A tal proposito, è bene ricordare l’episodio della controversia sull’ateismo di Fichte a seguito della pubblicazione del saggio Über den Grund unseres Galubens an eine göttliche Weltregierung (Sul fondamento della nostra fede in un governo divino del mondo) in risposta a quello pubblicato da Forberg1. Il saggio fichtiano infatti fu al centro di accese polemiche a causa della natura, a dire di molti, completamente atea dal momento che si fondava sull’identificazione tra Dio e un ordine morale universale del mondo: Dio viene così spersonalizzato e ridotto a un puro e semplice ordine a cui fa capo l’umano in quanto umano. La polemica fu scaturita da un libello anonimo dal titolo Lettera di un padre al figlio studente sull’ateismo di Fichte e Forberg che chiedeva una punizione nei riguardi di Fichte per il suo atteggiamento apertamente anticristiano. Fichte cercò di difendersi autonomamente e non solo: nell’Appellation an das Publikum Fichte, a propria difesa, rovesciò l’accusa di ateismo facendo riferimento all’eterno conflitto caratterizzante la filosofia occidentale, al cui centro vi era la differenza tra dogmatismo e idealismo, rispettivamente caratterizzati da eudemonismo e moralismo. Leggi il resto di questo articolo »

  1. F.K Forberg (1770-1848), filosofo e filologo tedesco, allievo di Fichte pubblicò il saggio Entwicklung des Begriffs der Religion (Sviluppo del concetto di religione)

Pedagogia in evoluzione: ripensamenti e falsificazioni nelle tesi pedagogiche di Montaigne (pt.2)

.Altro segno di un’evoluzione del pensiero pedagogico di Montaigne riguarda le sue influenze letterarie. Nell’Esemplare di Bordeaux, appare per la prima volta nel cap. 26 (“Dell’educazione dei fanciulli”) del primo libro il nome di Quintiliano, e Platone viene nominato 6 volte in più rispetto all’edizione originale (in cui occorreva 4 volte), stavolta in posizione di rilievo1. Insieme ai loro nomi, si trovano aggiunte manoscritte che risentono chiaramente del loro pensiero. Prima di parlare di questi sviluppi, occorre tener presente che, al momento della prima edizione degli Essais, Montaigne deve gran parte delle sue riflessioni alla lettura di Plutarco e Seneca in primo luogo (i suoi autori preferiti, come sottolinea più volte2), Senofonte (da cui ricava la sua immagine di Socrate, piuttosto che da Platone3), Sesto Empirico (da cui la svalutazione del giudizio umano e la zetetica degli Essais4) e Lucrezio (da cui il crescente epicureismo che dominerà infine nel terzo volume dell’opera5). Leggi il resto di questo articolo »

  1. Ha certo poco rilievo il nome di Platone nella prima edizione del capitolo, in cui si trova a p. 271 (“Infatti, se (l’alunno) abbraccia le opinioni di Senofonte e di Platone per suo proprio ragionamento, non saranno più le loro, saranno le sue”), due volte a p. 299 (“E quando Platone l’ha invitata (la filosofia) al suo convito, vediamo come intrattiene gli astanti in modo leggero e adatto al tempo e al luogo, benché con i suoi ragionamenti più elevati e più salutari: Aeque pauperipus prodest, locupletibus aeque; / Et, neglecta, aeque pueris senibusque nocebit” – la citazione è da Orazio, Epistole I, 1, 25-26; e “Non è un corpo che si educa, è un uomo, non bisogna dividerlo in due. E come dice Platone (nel Timeo, 88b, ndr), non bisogna educare l’una senza l’altro, ma guidarli in modo uguale, come una coppia di cavalli attaccati allo stesso timone” – l’affermazione platonica è così celebre da poter essere nota a Montaigne grazie alla vulgata pertinente, senza una lettura del testo originale, come non serve aver letto il Simposio per sapere che nei convivii greci ci si allietava con la filosofia), e infine a p. 313 (“Gli Ateniesi (dice Platone (nelle Leggi, I, 641e, ndr)) hanno dal canto loro la cura dell’abbondanza e dell’eleganza nel parlare, gli Spartani, della brevità, e quelli di Creta, della fecondità delle idee più che del linguaggio: questi sono i migliori” – è più difficile in questo caso argomentare l’ignoranza da parte di Montaigne del testo originale, ma v. infra, e in ogni caso il nome di Platone non è in posizione di rilievo, usato solo in funzione esemplare come Zenone subito dopo) – ed. Essais, I, 26 “Dell’educazione dei fanciulli”, F. Garavini.
  2. Primi fra tutti i passi a I, 26, “Dell’educazione dei fanciulli”, p. 261 (“Non mi sono familiarizzato con nessun libro solido, eccetto Plutarco e Seneca, ai quali attingo come le Danaidi, empiendo e versando senza posa”) e a II, 10, “Dei libri”, p. 735 (“Quanto all’altra mia lettura, che unisce un po’ di frutto al piacere, da cui imparo a mettere ordine nei miei umori e disposizioni, i libri che mi servono a questo sono Plutarco, da quando è francese, e Seneca. Hanno tutti e due questo vantaggio notevole per la mia indole, che la scienza che vi cerco è trattata a brani scuciti, che non richiedono l’obbligo di un lungo lavoro, di cui sono incapace, come gli Opuscoli di Plutarco e le Lettere di Seneca, che sono la parte più bella dei suoi scritti e la più profittevole. (…) Questi autori concordano nella maggior parte delle opinioni utili e vere (…) La loro dottrina è fior di filosofia, e presentata in modo semplice e pertinente. (…) Seneca è pieno di tratti ingegnosi e arguti, Plutarco, di cose. Quello vi riscalda e vi commuove di più; questo vi soddisfa maggiormente e vi appaga meglio: costui ci guida, l’altro ci spinge.” – ed. Essais, F. Garavini. Cfr. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 198-200 e 214-217.
  3. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 238-240, e, sulla ricezione di Socrate, R. Ragghianti, Introduzione a Montaigne, Laterza, 2001, pp. 76-77.
  4. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, p. 218.
  5. v. ivi, pp. 169-171.

Pedagogia in evoluzione: ripensamenti e falsificazioni nelle tesi pedagogiche di Montaigne (pt.1)

.Nel 1571, venduta l’anno precedente la carica di consigliere al parlamento di Bordeaux, Michel de Montaigne decide di ritirarsi nell’otium contemplativo e trascorrere l’ultima parte della sua vita nella torre del castello familiare, immerso nei libri della sua biblioteca, “nel seno delle dotte vergini” (come recita un intaglio nella parete del suo gabinetto di lavoro). L’anno successivo, inizia la stesura degli Essais (“Saggi”1), registro delle riflessioni filosofiche e morali che lo tengono occupato fino al 1592, l’anno della sua morte. Intenzionato a dipingere se stesso e i suoi pensieri con la massima accuratezza possibile, Montaigne non dà una struttura contenutisticamente organica e coerente alla sua opera, ma conduce la sua ricerca (una zetetica d’ispirazione pirroniana, ma qui più introspettiva) senza vincoli di sorta, giungendo spesso a ripensamenti e a volte a contraddizioni. Il tutto si accorda con la sua concezione volatile e dinamica dello spirito (“uno strumento vagabondo, pericoloso e temerario” e “un corpo vacuo, che non si sa da che parte afferrare e dove dirigere”2), che lo induce a non dare rilevanza maggiore al ripensamento che al pensiero originale, e soprattutto a non “correggere” nel testo le prime idee con le successive: «Del resto non correggo le mie prime idee con le successive; qualche parola sì, forse, ma per variare, non per togliere. Voglio riprodurre il corso dei miei umori, e che si veda ogni parte nel suo nascere» 3. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Nota: per le citazioni testuali in questo articolo si è usata degli Essais l’edizione M. de Montaigne, Saggi, a cura di F. Garavini e A. Tournon, Bompiani, Milano 2012.
  2. Essais II, 12, Apologia di Raimond Sebond”, F. Garavini, p. 1025.
  3.  Essais II, 38, “Della rassomiglianza dei figli ai padri”, F. Garavini, p. 1401

L’origine e la responsabilità del male ne “I misteri degli egiziani” di Giamblico.

.Tra gli interrogativi storicamente volti alla sfera del divino, in qualunque modo venisse dipinta, il perché del male, la sua origine e la salvezza da esso (quest’ultimo inteso come il dolore, la morte o, più in generale, le sciagure che colpiscono l’umanità la cui origine e responsabilità appare ignota 1 ) spicca senz’altro tra più ricorrenti. 

È innegabile come il problema del male incomba, prepotentemente ed immancabilmente, su qualunque sistema teologico e filosofico che sia volto a designare e qualificare il mondo con le sue scale valoriali. Un interrogativo onnipresente. Volendo guardare solo alle culture antiche più influenti sulla civiltà europea (cultura greco latina, ebraica ed egiziana, i cui culti misterici ed iconografia hanno impattato ed hanno lasciato un’impronta forse più marcata rispetto alle contaminazioni di altri culti orientali od alle religioni nordiche) nessuna può esimersi dal portare la propria spiegazione del male nel mondo, che lo si intenda quale male morale o male cosmico.

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  1. Si intende discriminare tra gli eventi negativi la cui scaturigine appare chiaramente determinata dall’azione umana e quelli le cui concause sfuggivano alle culture primitive, non vincolate alla tirannica griglia della relazione logica causa-effetto su cui operano le scienze e, più in generale, le moderne società progredite. La prospettiva qui adottata è, per certi versi, inadeguata: non tutte le culture nel passato (compresa quella europea cristiana nella fase del dibattito religioso sul servo arbitrio) hanno prodotto chiare distinzioni tra azione degli uomini e male dovuto ad influenze divine, visto per altro l’ascendente delle seconde sulle prime. Restando  nell’orizzonte greco, è possibile identificare, tanto nella mitologia che nell’arte, un carattere di responsabilità proprio dell’azione uomo, che se non individuale comunque cerca la propria scaturigine da forze esterne l’azione umana. Partendo da questo assunto, l’articolo cercherà di inquadrare il problema del male non deputato all’agire dell’uomo all’interno dell’opera I misteri degli egiziani 

Ousìa: un profilo della sostanza aristotelica secondo il libro Z della Metafisica.

.Una delle questioni più spinose che si possa affrontare nell’esegesi dei testi di Aristotele è indubbiamente la definizione del concetto di sostanza (ousìa). Si tratta di una faccenda tuttora controversa e densa di irrisolte aporie interpretative, poiché, pur mettendo da parte le incrostazioni storiche - talvolta fuorvianti – originate da alcune tradizioni esegetiche poco interessate ad una ricostruzione accurata del pensiero originale 1, il testo stesso della Metafisica appare in molti punti poco chiaro, oscuro e apparentemente contraddittorio.

Inoltre, Aristotele aveva già definito, nelle Categorie, la sostanza distinguendola in due tipi:

Sostanza nel senso più proprio, in primo luogo e nella più grande misura, è quella che non si dice di un qualche soggetto (hypokeìmenon), né è in un qualche soggetto, ad esempio, un determinato uomo, o un determinato cavallo. D’altro canto, sostanze seconde si dicono le specie (eìde), in cui sono presenti le sostanze che si dicono prime, ed oltre alle specie, i generi (géne) di queste”2. Leggi il resto di questo articolo »

  1. La principale attività filosofica nel neoplatonismo era incentrata sull’interpretazione delle opere di Platone e Aristotele, ma senza interesse storiografico: sia in Plotino (Enneadi), sia in Proclo (Teologia platonica) è riscontrabile una tendenza alla conciliazione tra i due grandi filosofi in vista della costruzione di un sistema filosofico compiuto, intento che talvolta portò a falsificazioni. Poi, la scolastica medievale era solita donare fondamento autorevole alle sue dissertazioni teologiche facendo riferimento ai testi di Platone e Aristotele: Tommaso D’Aquino scrisse un importante, e influente, commento alla Metafisica.
  2. Categorie, 2a10, trad. di G. Colli (1955) con variazioni mie (“soggetto” al posto di “sostrato”, “presenti” al posto di “immanenti” – vd. nota 3)

La metaetica applicata ai concetti di ragione nell’azione, intenzionalità e direzione d’adattamento di John Searle – Metaethics in John Searle’s concepts of reason in action, intentionality and direction of fit

Introduzione alla meta-etica

Di cosa si sta parlando quando la parola chiave è “meta-etica”? Si può capire già dal termine che il nostro studio è collocato in un campo di interesse il cui scopo è quello di “controllare qualcosa a proposito di qualcosa”.

 Etimologia: meta+etica: una disciplina che ha a che fare con la fondazione dell’etica, in particolare con la natura delle asserzioni normative e le giustificazioni etiche1.

In filosofia, infatti, la meta-etica è la branca dell’etica che cerca una spiegazione sulla natura delle proprietà etiche: l’obiettivo è quello di trovare la ragione di alcune attitudini, proprietà e giudizi della vita ordinaria. Possiamo, dunque, riassumere dicendo che si tratta di una sorta di riflessione filosofica sulle teorie etiche e morali. La meta-etica è il terzo, nonché ultimo, gradino di un “itinerario etico”, infatti, prima di giungervi, è necessario attraversare due passaggi che coincideranno con il fulcro delle teorie meta-etiche. I due gradini precedenti sono i seguenti: il primo è il comportamento umano della vita quotidiana senza alcuna sfumatura teoretica sulla quale indagare perché trattasi semplicemente della nostra vita, il nostro modo “innato” di vivere nel mondo; il secondo livello, al contrario, è il cominciamento dell’inserimento nel mondo filosofico: a questo livello coloro che hanno rilevanza non sono le persone considerate nel complesso, ma i filosofi che tentano di spiegare e giustificare i giudizi morali coinvolti nel primo passaggio; nasce così la filosofia morale. Leggi il resto di questo articolo »

  1. www.philosophy.enacademic.com/1509/metaethics

Erasmo da Rotterdam e la commedia della vita

.Il punto di vista da cui Erasmo da Rotterdam si interroga sull’uomo, problematizzandolo, non può che essere considerato un grande esempio della cultura umanista di cui egli stesso è uno dei più importanti fautori, pur restando caratteristico e singolare. Erasmo non inserisce l’uomo in una struttura del mondo in base alla quale definirne il valore1, ma si sofferma sul rapporto di ogni singolo con la vita, ovvero il campo in cui le persone esprimono il loro modo d’essere. Ciò che ne fa parte, quindi, si può considerare come il punto di partenza per comprendere la natura dell’uomo.

Questo modello antropologico abbraccia tutti i modi di manifestarsi delle persone senza caratterizzarli in maniera positiva o negativa. Non che il pensiero di Erasmo sia privo di un impianto etico-morale2 : semplicemente questo non deve intervenire nel momento in cui ci si interroga sull’uomo in quanto tale. L’opera da cui più emerge questa Weltanschauung è l’Elogio della follia. Pensato durante il ritorno da un viaggio in Italia nel 1509, ed edito nel 1511 a Parigi, questo libello viene spesso considerato come un caso a parte nella sua opera, più vicino allo scherzo di un erudito che ad un vero e proprio scritto filosofico. Questa interpretazione, però, allontana lo sguardo dal punto focale dell’Elogio, ovvero dalla «presa di coscienza della follia come elemento essenziale dell’uomo»3 da parte di Erasmo, oltre ad essere in contrasto con ciò che egli stesso afferma in maniera esplicita nelle sue lettere private. Nella lettera di risposta al latinista , filosofo e teologo Martin Dorp4, infatti, si legge che l’Elogio persegue in forma scherzosa lo stesso scopo delle altre opere.

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  1. Ci si riferisce all’antropologia mitica e teologica rinascimentali come descritte da B. Groethuysen in Antropologia Filosofica capp.9-10, ovvero come correnti di pensiero che tendono l’una a mettere in rapporto l’uomo col macrocosmo che lo circonda, ad esempio in una scala gerarchica del creato, e l’altra con la perfezione e l’infinità di Dio. Sono quindi correnti che guardano al di fuori della vita umana per trovarne il significato.
  2. Erasmo, essendo un pensatore cristiano, per di più facente parte del clero, non può che considerare l’insegnamento di Cristo come il modello etico-morale a cui tendere.
  3. Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, p.IX
  4. Dorp aveva criticato il lavoro di Erasmo nell’Elogio per il tono troppo leggero con cui trattava argomenti seri e per le critiche ai teologi.