Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.1)

settimo sigillo anteprimaPrefazione a cura di Simone Tarli

La guerra: fenomeno e concetto, strategia e riflessione, teoresi e discesa in campo. “Cos’è la guerra? Qual è la sua essenza? Da cosa, perché nasce?” sono domande da cui sorgono tentativi di riposte, forse da parte di ogni essere umano, ma sicuramente da parte dei filosofi indistintamente dall’impianto – fenomenologico, analitico, psicologico e così via- posto alla base della riflessione. Il lavoro, che qui si presenta diviso in due parti, nasce dall’esigenza di un confronto filosofico con la guerra come fenomeno che si intreccia, inevitabilmente, con la messa a punto di una sua concettualizzazione. È noto, d’altronde, il controverso rapporto che i filosofi, ben più che la filosofia, hanno intrattenuto con la guerra — basti pensare alle esperienze di Ludwig Wittgenstein e Ernst Jünger. Le domande che “martellano” la ragione, soprattutto in relazione agli eventi più recenti – dalla Guerra del Vietnam alle due Guerre del Golfo, per fare degli esempi – attraversano, dalla prima all’ultima, le pagine che il lettore ha di fronte nel tentativo di avviare un discorso che possa porsi come base, parziale ma tendenzialmente solida negli intenti, di una risposta. Ammesso che una risposta ci sia, ovviamente. Si è ritenuto a tal fine opportuno impostare la ricerca come un “corpo a corpo” con i due capisaldi del pensiero militare e strategico: il trattato Della guerra di Karl von Clausewitz e L’arte della guerra di Sunzi, avviando al contempo un dialogo, un confronto diretto tra due tradizioni e culture, quella Occidentale e quella Orientale, che spesso si sono incontrate sul campo di battaglia.

In relazione alle coordinate storico-geografiche e culturali, le differenze tra i due autori in questione non potrebbero essere più evidenti: Sunzi, generale e filosofo, nasce nel 544 a. C. in Cina; Karl von Clausewitz, autorevole generale prussiano, nasce nel 1780 nei pressi di Magdeburg. Si è tentato di mettere in evidenza, nei due autori, la relazione quasi spontanea che si viene a creare tra riflessione filosofica e visione strategica; in secondo luogo si è tentato di mettere in luce la concezione del conflitto che fa da sfondo al loro lavoro, lavoro che porta dietro sé influenze ed una evidente attualità. Diversi sono i luoghi in cui emergono le differenze, ma altrettanti – e forse più profondi – quelli in cui saltano all’occhio convergenze e affinità che hanno permesso a molti autori di leggere in continuità le opere di Sunzi e Clausewitz, in un reciproco gioco di specchi e luci, gioco in cui l’intrecciarsi di riflessione ed eventi pare porsi da sé. Al lettore, infine, si assegnano i compiti di trovare e ricostruire la continuità delle due visioni analizzate e di ricomporre le due parti del lavoro riportandole all’unità sostanziale dalla quale è sortita la necessità del confronto.

Dello strumento. Sulla riflessione di Karl von Clausewitz

I. Un’ontologia della guerra.

Il trattato Vom Kriege (1832, postumo) di Karl von Clausewitz (1780-1831) ha influenzato profondamente il pensiero filosofico, militare e politico che ha seguito la sua pubblicazione: dalla corrente “militarista” al “realismo politico”, dal leninismo e Mao Tse Tung fino all’analisi del partigiano avanzata da Carl Schmitt, passando per autori quali Benedetto Croce, René Girard, Hannah Arendt, Michel Foucault e Gilles Deleuze1. A simbolo di tale capillare infiltrazione nel pensiero occidentale da parte di Clausewitz, può essere assurta la figura di Guy Debord, tra i fondatori dell’Internazionale Situazionista e autore del feroce La società dello spettacolo, il quale ispirandosi apertamente alla visione del generale prussiano ideò un gioco, il Kruegspiel, e arrivò a dire di sé a Giorgio Agamben in riferimento alla propria produzione cinematografico-speculativa «Io non sono un filosofo, sono uno stratega»2. In poche parole, ogni posizione politica, militare o di guerriglia che dalla seconda metà del XIX secolo in poi abbia cercato di configurare la propria azione, sia pure teorico-critica, in termini strategici non ha potuto prescindere da un confronto con le riflessioni di Clausewitz.

Egli presenta il suo testo come «il frutto di meditazioni varie, costantemente dirette al lato pratico della questione»3 nelle quali è possibile distinguere, senza troppe difficoltà, l’influenza del pensiero di Kant e di Fichte (al quale aveva già scritto una lettera anonima nel 1809). L’autore ci pone di fronte a materiali che, pur nella loro scientificità, non compongono «nulla di sistematico»4: offre dei frammenti attraversati dal più sincero carattere filosofico che, d’altro canto, non escludono l’attenzione al caso singolare, alla contingenza, all’esperienza; lo sforzo speculativo clausewitziano è teso precisamente a far collidere la severa consequenzialità logica con l’irriducibilità del dato concreto (e viceversa) e, attraverso la collisione, a correggerli ed integrarli. È necessario, tuttavia, fare delle precisazioni. Innanzitutto questo trattato asistematico non è, e non vuole essere, un dottrina della guerra. Laddove una dottrina intende porre massime, regole e sistemi di condotta, l’opera di Clausewitz è non normativa, non è cioè positiva: non pretende di porre alcuna legge inamovibile o assoluta. Essa è una teoria della guerra e in quanto tale «non può dare formule per risolvere compiti»5, non può cioè svolgersi all’interno di un terreno così costretto ed angusto come quello del dover essere. Soprattutto, cercare di comprendere la guerra, non significa costruirla attraverso corollari dedotti dalla sua definizione, di massima in massima, ma lasciare agire nella definizione stessa «tutti i pesi e gli attriti, tutte le inconseguenze, le incertezze, le esitazioni proprie dello spirito umano»6. Consegue che

ogni epoca ha le sue proprie forme di guerra, le sue condizioni restrittive, i suoi pregiudizi. Ogni epoca dovrebbe dunque avere anche la sua teoria speciale della guerra, anche se si fosse disposti in tutti i tempi a concretarla secondo criteri puramente razionali7.

La guerra è, insomma, per Clausewitz il regno della più radicale contingenza. Egli pertanto non rivolge i suoi sforzi a dedurre come la guerra dovrebbe essere, bensì cerca, attraverso una lucida analisi del fenomeno, di comprendere come la guerra effettivamente sia. Occorre ribadire che la possibilità di un trattato normativo è fermamente respinta: «dobbiamo dire che sarebbe impossibile dotare l’arte della guerra di un corpo positivo che possa servire sempre da guida o di regola o di condotta al comandante» 8; nella sua parte sintetica il risultato di un tale lavoro non potrebbe tradursi che nel fallimento o, meglio, nella sterile ineffettualità. La teoria contenuta in Vom Kriege consiste, al contrario, in un’analisi applicata alla storia della guerra, che si serve dello strumento della critica e del nutrito ricorso all’esempio: vi è una tendenza naturale della guerra, valida dalla prospettiva logico-filosofica, che deve scontrarsi con la contingenza, intrisa di passioni ed emozioni, delle forze realmente impiegate nei conflitti. Ciò tuttavia non significa che una teoria sia un sapere volto alla pura conoscenza e nient’altro, dichiaratamente inutilizzabile; al contrario, secondo Clausewtiz, unicamente rinunciando all’aspetto dottrinario, normativo e positivo il sapere può sperare di tradursi in potere: la teoria deve essere a lungo conosciuta e consultata dal comandante prima della guerra, così che al momento opportuno egli possa attingere in sé la decisione più proficua. Nelle parole dell’autore: «Il sapere, assimilato intimamente in tal modo col proprio spirito e colla passione, deve trasformarsi in un vero potere»9. Lo scopo della teoria della guerra dunque, lungi dall’indicare facili soluzioni, è di «formare lo spirito del futuro capo destinato a condurre la guerra o, piuttosto, dirigerlo nel lavoro di formazione di se stesso, ma senza aver la pretesa di accompagnarlo sul campo di battaglia»10. Il sapere circa la guerra, così concepito, viene a costituire non l’ambito di una scienza pura (il cui scopo è scrutare e sapere) ma quello di una teoria dell’arte della guerra, cioè di una vera e propria arte, di una tecnica (il cui scopo è produrre).

Clausewitz cerca, così, di cogliere il più intimo nucleo d’essere della guerra, quel nucleo sommerso dall’adrenalina e dall’angoscia, dalle grida e dai fragori del campo di battaglia: aderendo il più possibile al fenomeno, quale si manifesta empiricamente e storicamente, vuole rispondere alla domanda “Che cos’è la guerra?” e, solo rispondendo a questa domanda, mutare il sapere in potere. La potenza di Vom Kriege, la peculiarità che continua a distinguerlo dai tanti trattati di strategia e tattica della modernità, risiede nell’«approccio ontologico»11, nel tentativo di cogliere la nuda essenza della guerra quale è, quale si manifesta, senza inciampare in giustificazioni o apologie, attraverso quella severità filosofica che non ammette di retrocedere innanzi all’insostenibile. Se l’opera di Clausewitz è divenuta l’imprescindibile riferimento per chiunque voglia pronunciarsi circa il fenomeno della guerra, è perché in essa prende forma una vera e propria costruzione ontologica.

II. L’essenza della guerra: tra violenza e politica, tra mezzo e fine.

Le pagine di Clausewitz, per le molte incognite di cui cercano di tenere conto, non mancano del fascino di alcuni sistemi matematici o di alcuni schemi degli scacchi. Già nell’Avvertenza l’autore distingue due tipi di guerra: uno volto ad «atterrare l’avversario» ed un altro il cui scopo «si limita al proposito di fare qualche conquista lungo le frontiere dello Stato»12, ma nel testo è rinvenibile solo la trattazione del primo tipo. Questa distinzione non impedisce di riconoscere l’esistenza di «forme intermedie di guerra», ma esse saranno più o meno facilmente riconducibili alle due tendenze sopra indicate. Si può successivamente incontrare un’ulteriore distinzione, questa volta tra guerra assoluta e guerra reale: dove la prima costituisce un modello puramente teorico, privo di limiti; la seconda si riferisce alla guerra come fenomeno sempre limitato dalla ragione e dagli stessi limiti della ragione – ad esempio caso, passioni, o imperfetta conoscenza della situazione13. Nella trattazione che ne dà il generale prussiano, la guerra procede da una definizione tanto elementare e pura quanto tesa all’estremo o all’illimitato (di un combattimento singolare – o duello – su vasta scala il cui scopo immediato è l’annichilimento del nemico, la sua riduzione ad impotenza) fino ad un sempre maggior grado di complessità, impurità e limitazione dovuto alla progressiva irruzione, nell’analisi, delle incognite proprie dell’esperienza e della realtà. Per quanto all’escalation della violenza si accompagni quella dei fini, per quanto l’azione reciproca logicamente conduca all’esasperazione del conflitto, la guerra reale sarà sempre limitata e non assoluta. Non bisogna cedere alla tentazione di considerare Clausewitz semplicisticamente un invasato del Dio della guerra: la sua sottile riflessione è un monito contro l’ostinazione irrazionale, contro la credenza che la vittoria debba essere perseguita sempre e comunque, fino in fondo, con ogni mezzo, o che essa costituisca sempre il modo più adeguato per perseguire il fine politico. Senz’altro Clausewitz non è un pacifista, ciò nonostante afferma con lucidità che la valutazione della situazione da parte di chi conduce la guerra deve essere pertinente alla drammaticità della stessa: «appena il dispendio di forze diviene sì grande che il valore dello scopo politico non lo compensi più, tale scopo deve essere abbandonato, e deve conseguirne la pace»14 e ancora

In caso di scopi politici poco importanti, di motivi deboli, di tensione acuta delle energie, un condottiero circospetto può ricercare abilmente, evitando le grandi crisi e le soluzioni sanguinose, tutti i sentieri che gli permettono d’insinuarsi fino al risultato attraverso le debolezze individuali del suo avversario, in campagna e nel campo politico15.

Il raggiungimento del fine non deve essere ricercato a qualunque costo, la guerra, non essendo un gioco di scacchi ma il mezzo di una soluzione sanguinosa, deve essere il risultato di un’attenta valutazione dello scopo e delle alternative politiche che si offrono al suo raggiungimento: essa è un mezzo serio per un fine serio. Come nota Domenico Corcione nella sua prefazione al testo: Clausewitz «svelando la realtà della guerra, avverte i reggitori del mondo che è lecito ricorrervi solo quando la posta in gioco sia così grande da far preferire la morte al cedimento»16.

Ma, in tale sapiente meditazione strategica, altri sono i luoghi percipui in cui si esibisce il nucleo ontologico in tutta la sua profondità: precisamente nel sofisticato intreccio tra violenza, politica e relazione mezzo-fine. A questo riguardo, sembra opportuno prendere le mosse dalla fin troppo celebre affermazione clausewitziana «la guerra non è se non la continuazione della politica con altri mezzi»17. Clausewitz torna ciclicamente su tale concetto. Egli non stabilisce solo un legame, una relazione generica ed estrinseca tra guerra e politica, al contrario, il rapporto è di sostanziale continuità. Il nesso si rivela immanente, profondo e strutturale: il passaggio dalla politica alla guerra non è una frattura, un’interruzione della politica, Clausewitz si scaglia contro la credenza ordinaria che con la guerra «venga a cessare il lavoro politico, e che subentri uno stato di cose  del tutto diverso, regolato soltanto da proprie leggi»18. Al contrario, il fenomeno della guerra rientra senz’altro nella sfera politica, e tale continuità deve essere intesa nel senso di una subordinazione della guerra alla politica: «la guerra è una parte del lavoro politico, e non è perciò affatto una cosa a sé stante»19. La strategia (l’arte di gestire le forze, l’insieme delle operazioni, allo scopo di facilitare il raggiungimento dell’obiettivo politico) è subordinata al disegno politico, come la tattica (il cui scopo è il perseguimento della vittoria nel combattimento) è subordinata alla strategia. Ciò non vuol dire che la politica agisca come un  «legislatore dispotico» sulla guerra: anche se il comandante militare è subordinato al capo di Stato, la logica politica deve saper riconoscere la grammatica propria della guerra. In altri termini, forse più chiari «la politica si estrinseca attraverso tutto l’atto della guerra, esercitando su questo un influsso continuo, per quanto è consentito dalla natura delle forze che nella guerra si manifestano». Secondo Simone Weil, da tale rapporto di subordinazione svelato da Clausewitz, si può dedurre addirittura che «bisogna giudicare una guerra non in base al carattere violento dei procedimenti usati, ma in base agli obbiettivi perseguiti mediante tali procedimenti»20. Ma, per chiarire ulteriormente tale relazione di continuità, occorre chiedersi quale siano le concezioni della guerra e della politica implicate in tale definizione.

La guerra è nient’altro che violenza: «Der Krieg ist also ein Akt der Gewalt, um den Gegner zur Erfüllung unseres Willens zu zwingen»21. La traduzione italiana rende Akt der Gewalt con “atto di forza”, ma è senz’altro più coerente tradurre con “atto di violenza” — come già riconosciuto da Lenin — traducendo Gewalt come diceva Furio Jesi «allineando l’una dopo l’altra le parole “violenza”, “autorità”, “potere”, come se le pronunciassimo d’un fiato»22. Nella lucida e disincantata definizione sopra esposta, la violenza si accompagna intimamente all’affermazione della volontà: all’adaequatio tra intendimento politico e capacità militare corrisponde quella tra «la volontà e la forza»23. Inoltre tale Gewalt è tanto estranea a qualsivoglia pretesa o connotato etico «poiché all’infuori dell’idea di Stato e di Legge non vi è forza morale»24 quanto sarebbe «uno sforzo non solo vano, ma illogico» tacerne per semplice avversione: la prospettiva di Clausewtiz è, evidentemente, avulsa a qualsiasi tentativo apologetico o denigratorio della violenza. Nel tentativo di chiarire ulteriormente l’essenza della guerra, il generale prussiano la paragona al commercio:

si potrebbe piuttosto paragonarla al commercio che a qualsiasi altra arte, poiché il commercio è anch’esso un conflitto di interessi e attività: e alla guerra si accosta ancor di più la politica, che può anch’essa, a sua volta, considerarsi come un commercio in grande scala25.

In questa concezione quasi di stampo economicistico26, la violenza della guerra è continuazione della politica poiché essa stessa è concepita nella sua essenza come conflitto. Conflitto di interessi, conflitto tra volontà. La politica è sostanzialmente conflitto — così come il commercio — e la guerra ne è la continuazione con altri mezzi, l’estrinsecazione più violenta. Come nota Arendt «l’accento è messo sulla continuità economica e politica, o sulla continuità di un processo che rimane determinato da ciò che ha preceduto l’azione violenta»27. Ma come pensare tale continuità? Come accennato essa consiste precisamente nella continuità propria della relazione mezzo-fine. La strategia d’altronde è organizzazione dei mezzi in vista di un fine; l’organizzazione della violenza in vista del fine politico. Nella visione di Clausewitz la guerra, la violenza, è sempre il mezzo subordinato al fine politico. Certo «la teoria dei rapporti fra politica e guerra si pone quindi a monte della definizione degli scopi e delle finalità»28, ma quest’ultima ne costituisce l’autentico nucleo metafisico29. È evidente che, anche per il generale prussiano, la politica costituisce il regno dei fini, la sfera dei fini in sé. Ma, nella riflessione clausewitziana, la violenza rimane necessariamente vincolata al fine di cui è mezzo: «un mezzo senza scopo non può mai concepirsi»30, dunque il fine politico, causa prima e fine ultimo della guerra, agisce come principio d’esistenza della guerra e, al contempo, si pretende «misura», limite razionale della cieca violenza originaria. In altre parole, il fine non solo «corona l’opera», non solo la legittima, ma quest’ultima può esistere solo in relazione al primo. Non solo la guerra è qui «strumento normale» della politica, ma ne è ritenuta vero e proprio strumento «completamente legittimo»31 e conforme, dunque politicamente governabile ed economicamente gestibile: «la violenza irrazionale viene controllata e diventa razionale»32. La misura e la legittimazione della violenza riposano perciò fuori dalla violenza stessa e si costituiscono solo all’interno della continuità tra mezzo e fine. In tutto e per tutto la guerra – e la violenza – sembra appartenere alla sfera dello strumento. Ma allora una teoria della guerra, così com’è stata pensata da Clausewitz, sembra  possibile solo all’interno di quella che Agamben ha definito una «teodicea della storia»33. La guerra è violenza che si pretende legittimata, razionalizzata e governata dalla politica. La definizione di guerra in Karl von Clausewitz si costituisce con la cattura della violenza all’interno di un rapporto già sempre finalisticamente orientato. Se, da un lato, mostra il legame strutturale tra violenza e politica, dall’altro, Clausewitz dichiara la realtà della violenza politica, la sua consistenza ontologica, esclusivamente nel suo monopolio bellico-statuale poiché solo in esso la violenza può ricevere legittimità, razionalità e misura. Riconoscendo la consistenza ontologica della violenza solo in questa cattura, dunque affermando una continuità tra violenza e politica che ne implica la differenza, Clausewitz rivela la sua apparteneza alla modernità, a quella sovranità moderna che si proponeva di rendere la guerra «completamente esterna alle lotte politiche e ai conflitti che si svolgono nella società […] di bandire la guerra dall’ambito civile»34 Strutturalmente inerente all’ambito dei mezzi, sempre necessariamente catturata all’interno della continuità mezzo-fine — poiché non è possibile per Clausewitz concepire un mezzo privo di fine35. La relazione mezzo fine, o violenza-volontà o, ancora, guerra-politica risulta qui, evidentemente irrisolvibile.

III. Conclusioni.

È proprio pensando la continuità tra guerra e politica in esplicita analogia con quella operante tra mezzo e fine che Clausewitz porta alla luce alcuni tra i nodi più inquietanti, tutt’ora irrisolti e vigenti, della storia della metafisica e della politica occidentali. In Vom Kriege la realtà di questi rapporti è ad un tempo «chiarita ed influenzata dal pensiero di Clausewitz»36 come spesso accade, d’altronde, con le costruzioni ontologiche radicali. Se è innegabile che l’opera di Clausewitz sia riuscita ad esibire l’essenza della guerra, in particolar modo così com’è stata concepita nella tarda modernità, la domanda che resta da porre, in conclusione, è se tale concezione possa essere ancora ritenuta valida. In altre parole: nel tempo in cui ci troviamo, che del moderno sembra costituire il «limite astratto e forte»37, l’analisi clausewitziana ha mantenuto la sua efficacia, la sua aderenza al fenomeno? Può ancora essere il punto di riferimento privilegiato dal quale avviare un discorso sulla guerra? La domanda non deve coinvolgere solo gli aspetti più concreti e pragmatici del lavoro del generale prussiano — quei consigli tecnici sui modi di condurre il combattimento e la guerra che, come visto anche per lo stesso Clausewitz, non possono pretendersi identici per ogni epoca — ma anche e soprattutto gli aspetti logico-filosofici.

Ad orientare tale questione sorgono almeno tre fenomeni. Innanzitutto, lo sviluppo delle armi nucleari e la comparsa della possibilità della guerra nucleare, cioè lo sviluppo di un mezzo dal potenziale distruttivo fuori misura, tale da compromettere lo stesso fine politico cui è disposto. Il fine clausewitziano si ritrova qui, improvvisamente, subordinato al mezzo — avviene un capovolgimento gerarchico che però, evidentemente, non deve essere inteso come lo scioglimento della loro continuità. In secondo luogo, la sinistra convergenza della guerra e dello ius belli alla modalità «in apparenza dimessa, di un'”operazione di polizia”»38 (basti ricordare la prima e la seconda Guerra del Golfo): sempre più simile al Blitz poliziesco piuttosto che al Blitzkrieg, alla “guerra lampo” militare (da cui comunque il primo trae origine)39. In terzo luogo, la sempre maggiore difficoltà che impedisce di distinguere nitidamente il partigiano, il rivoluzionario e il terrorista40, tutte figure che hanno raggiunto un crescente grado di indeterminatezza e, quindi, indistinguibilità.

Proporre delle risposte esulerebbe dalla natura del presente lavoro. Non è possibile a quest’altezza dire se la definizione clausewitziana vada portata all’estremo o rovesciata o, ancora, se vada considerata inapplicabile. Ciò che resta senz’altro della riflessione di Clausewitz è la nuda essenza della guerra che segna l’occidente, quella strutturale continuità tra violenza e politica intesa come continuità tra mezzo e fine: da un lato esibita in tutto il suo potere, dall’altro esposta in tutta la sua fragilità.

 Bibliografia:

  • K. Von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 2013.
  • C. Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005.
  • B. Croce, Azione, successo e giudizio, in Ultimi saggi, Bibliopolis, Napoli 2012.
  • R. Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, Milano 2008.
  • H. Arendt, Sulla violenza, Ugo Guanda, Parma 2013.
  • S. Weil, Riflessioni sulla guerra, in Sulla guerra. Scriti 1933-1943, Il saggiatore, Milano 2013.

Note:

  1. Per avere un quadro complessivo delle interpretazioni classiche del pensiero di Clausewitz cfr.: C. Jean, Introduzione, in K. v. Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 2013, pp. XVII-LXIII. Inoltre cfr.: C. Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005; B. Croce, Azione, successo e giudizio, in Ultimi saggi, Bibliopolis, Napoli 2012; R. Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, Milano 2008; H. Arendt, Sulla violenza, Ugo Guanda, Parma 2013; M. Foucault, “Bisogna difendere la società”, Feltrinelli, Milano 2010; G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani, Castelvecchi, Roma 2010.
  2. G. Agamben, Il cinema di Guy Debord, in E. Ghezzi, R. Turigliatto, Guy Debord (contro) il cinema, Il Castoro, Milano 2001. Per le riflessioni di Debord su Clausewitz cfr.: G. Debord, Panegirico, Castelvecchi, Roma 2005.
  3. K. v. Clausewitz, Della guerra, cit. p. 11.
  4. Ivi, cit. p. 14.
  5. Ivi, cit. p. 773.
  6. Ivi, cit. p. 776.
  7. Ivi, cit. 794.
  8. Ivi, cit. p. 115.
  9. Ivi, cit. p. 127.
  10. Ivi, cit. p. 118.
  11. Ivi, cit. p. XIII
  12. Ivi, cit. p. 9.
  13. Ivi, cit. pp. 774-777.
  14. Ivi, cit. p. 45.
  15. Ivi, cit. p. 57.
  16. Ivi, cit. p. XIV
  17. Ivicit. p. 9.
  18. Ivi, cit. p. 811.
  19. Ibidem.
  20. S. Weil, Riflessioni sulla guerra, in Sulla guerra. Scritti 1933-1943, Il saggiatore, Milano 2013, p. 29.
  21. Nella traduzione italiana «La guerra è dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà» (K. v. Clausewitz, Della guerra, cit. p. 19).
  22. F. Jesi, Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Reiner Maria Rilke, Quodlibet, Macerata 2002, p. 29. Cfr. anche: M. Tomba, Walter Benjamin: di che cosa la “violenza divina” è il nome?, in W. Benjamin, Per la critica della violenza, Alegre, Roma 2010.
  23. Ivi, cit. p. XXVI.
  24. Ivi, cit. p. 20.
  25. Ivi, cit. p. 130
  26. Ivi, cit. p. XXVI
  27. H. Arendt, Sulla violenza, cit. p. 12
  28. K. v. Clausewitz, Della guerra, cit. p. XXIII
  29. Una riflessione sulla relazione che vige tra mezzo e fine è una riflessione metafisica poiché non può non fare riferimento, esplicito o implicito, ad una dottrina delle cause e al principio di causalità — su cui la Teodicea in larga parte si fonda. Il presente lavoro non è il luogo più idoneo per approfondire tale complessa questione. Basterà evidenziare come, nel caso specifico della violenza come mezzo in vista di un fine politico, il riferimento spontaneo sia alla causa efficiente e alla causa finale delle quattro cause aristoteliche ma, soprattutto, alla questione dello sdoppiamento della causa efficiente in causa principale e in causa strumentale attuato dalla filosofia scolastica. Su questo discorso illuminanti risuonano le parole del Mefistofele di Goethe: «Sono una parte di quella forza che vuole sempre il Male ed opera sempre il Bene» (J. W. Goethe, Faust, BUR, Milano 2005, p. 99).
  30. K. v. Clausewitz, Della guerra, cit. p. 38.
  31. Ivi, cit. p. XXVII
  32. Ivi, cit. p. XXXV
  33. G. Agamben, Sui limiti della violenza, in Nuovi argomenti, 1970, n. 17, p. 166.
  34. M. Hardt, A. Negri  Moltitudine, Rizzoli, Milano 2004, pp. 22-23.
  35. Una visione opposta a quella di Clausewitz, che cerca di sciogliere e rendere inoperosa la relazione tra violenza e politica, considerata come continuità tra mezzo e fine, e che dunque cerca di pensare un mezzo puro, un mezzo senza fine, può essere considerata quella di Walter Benjamin e Giorgio Agamben: W. Benjamin, Per la critica della violenza, vedi n22; G. Agamben, Sui limiti della violenza, vedi 31n.
  36. K. v. Clausewitz, Della guerra, cit. p. XXIV
  37. A. Negri, Sul sublime, in Arte e multitudo, DeriveApprodi, Roma 2014, p.27.
  38. G. Agamben, Mezzi senza fine, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 83.
  39. Clausewitz critica la visione della guerra come di un atto istantaneo. Cfr. K. v. Clausewitz, Della guerra, cit. p. 25-26
  40. Cfr.: C. Schmitt, Teoria del partigiano, vedi 1n.

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