Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.2)

Furinkazan – Sopravvivenza e polemologia nella cultura sinica

ggg1 . L’Arte della guerra: fra il valore del sopravvivere e la centralità della conoscenza del nemico

Nello sterminato orizzonte che in Cina viene classificato come “Arte” (che va dalla preparazione del tè alla scelta degli abiti da indossare nelle cerimonie ufficiali), la guerra ha rivestito uno dei ruoli per i quali la cultura sinica è divenuta famosa in tutto il mondo. Taluni potrebbero obiettare che i cinesi abbiano soltanto proposto una loro personale visione del tema, eppure sono stati il primo popolo a canonizzare la tanto temuta lotta fra fazioni. Il corpus di scritti che riguardano l’argomento non si limita alla famigerata “Arte della Guerra”, che tuttavia rimane davvero il principe di questo filone letterario, bensì si estende a tutti i pensatori cinesi di ogni epoca. Ognuno di essi si è dovuto confrontare con la pesante eredità lasciata dal Bingfa (兵法) (che letteralmente significa: “Metodo di condotta dell’esercito”), un testo antico e di dubbia origine che ha aperto le porte e ha spiegato il modo di intendere il conflitto del popolo cinese. Comprendere davvero questo scritto, senza soffermarsi alla superficie che ne mostra solo la faccia “pratica”, può rendere chiari, se non lampanti, molti degli aspetti che ancora oggi regolano la gestione politica dei conflitti da parte del Partito Comunista Cinese. Per una trattazione più agile e facilmente comprensibile, analizzeremo le singole parti di cui quest’opera si compone, e soffermandoci laddove c’è la necessità di spiegare passaggi astrusi o chiarire sentenze di facile fraintendimento, cercheremo di mostrare la vera faccia del Sunzi Bingfa (孙子兵法): L’Arte della Guerra di Sunzi.

Sunzi nacque presumibilmente nel 544 a.C., e tutto ciò che sappiamo di lui ci è stato tramandato dal grande storico Sima Qian, che cita un nome di cortesia e poco altro. Spesso è definito Sun Wu (孙武), dove Wu sta proprio a significare la guerra e la marzialità. Nonostante i pochi dati disponibili sulla sua persona sappiamo che visse nel periodo delle Primavere e degli Autunni 1, un momento nel quale i signori della guerra spadroneggiavano incontrastati in tutto il territorio cinese. Dal tumulto generale emersero poi sette stati che diedero vita al successivo periodo, definito il periodo degli Stati Combattenti2. In questo clima di costante conflitto la guerra diviene una questione di vita o di morte per tutti gli stati cinesi; è per questo, e non per altro, che l‘Arte della Guerra si apre affermando:

 Sun Tzu disse:
le operazioni militari sono di vitale importanza per lo Stato.
Sono questione di vita o di morte,
il Tao della sopravvivenza o della distruzione.
È dunque necessario ponderarle con cura3.

Le operazioni militari non sono sempre vitali, ma lo sono diventate in quel preciso periodo storico, come già detto sono questione di vita o di morte e da esse dipende la sopravvivenza o la distruzione. Questo non è un concetto da sottovalutare. Spesso in Cina sopravvivere è vincere. Nella sopravvivenza insistita, nel rialzarsi dopo ogni ferita e ogni caduta risiede la vittoria, nel fare in modo di non cadere mai risiede l’abilità suprema: il Tao della guerra. Il libro è diviso in tredici parti, ognuna riguardante uno specifico argomento4, ed è costruito in modo che sia consultabile ma non risolutivo. Per quale motivo creare dunque un libro che fosse utile ma non definitivo? Lo stesso Sunzi lo spiega quando dice che tutto ciò che egli ha scritto va adoperato a seconda della situazione, al punto che i suoi insegnamenti «non possono essere tramandati in anticipo»5. Secondo Sunzi, infatti, ogni situazione è diversa dall’altra e il generale abile è quello che sa esattamente cosa fare, come fare e quando fare; riesce a squarciare il velo che mostra le situazioni in modo sempre diverso e a raggiungerne l’essenza che le rende simili ad altre. Facendo ciò, egli si assicura la vittoria permanente.
Ovvio appare quindi come la filosofia dominante dell’opera riguardi in un certo senso la consapevolezza autentica di tutto ciò che ci circonda. Montagne, fiumi, boschi, uomini, donne, animali, bambini, regnanti, ribelli, spie, stati, regni e imperi. Uno dei cardini dell’intera opera risulta dunque essere la conoscenza, al pari della consapevolezza. Conoscere il nemico significa prevedere le sue mosse e vincere qualche battaglia, di certo però non la guerra considerato anche che la conoscenza di se stessi assicura un certo periodo di sopravvivenza, ma non la vittoria finale. Conoscere sia se stessi che il nemico è la base per assicurarsi, in ogni caso, la vittoria. L’impianto filosofico taoista, su cui l’intera opera è costruita, si evidenzia durante la trattazione delle strategie d’attacco, in cui si classificano i risultati ottenibili in battaglia, distinguendoli fra superiori ed inferiori. Questo passaggio marca la differenza del concetto di conflitto in Cina rispetto a quello percepito in Europa, sin dall’antica Grecia:

 «Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto il paese nemico.
Distruggerlo costituisce un risultato inferiore.
Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto un esercito.
Distruggerlo costituisce un risultato inferiore.
Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto un battaglione.
Distruggerlo costituisce un risultato inferiore.
[…]
Perciò, ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità.
Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità»6.

Lo scopo non è la vittoria, essa è solo una delle tante conseguenze dell’attenta pianificazione di un’operazione militare; inoltre anche nel successo c’è da distinguere l’entità di questo perché conseguirlo con un grande spreco di risorse, tempo e uomini è inferiore rispetto ad una vittoria ottenuta senza nemmeno combattere. Vincere senza combattere, piegare un nemico impressionandolo e mettendolo in difficoltà: questo è l’elevato obiettivo che trasforma la barbarie in pura arte. Spionaggio, sortite, movimenti adeguati, fortificazioni, distruzione delle provviste nemiche o delle vettovaglie necessarie alla guerra: questo è il concetto del vincere senza usare le mani, come fu più tardi definito in Giappone 7 e si riferisce a dei mezzi ingegnosi che permettono di ottenere una vittoria senza spargimento di sangue, idea che in Giappone non venne quasi mai messa in pratica. Come accennato precedentemente, uno dei fattori che determina il successo o l’insuccesso di un generale e della sua campagna militare è la conoscenza di se stessi e del nemico. A tal proposito l’Arte della Guerra afferma:

«Se conosci il nemico e conosci te stesso,
nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo.
Se non conosci il nemico ma conosci te stesso,
le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle di sconfitta.
Se non conosci né il nemico né te stesso,
ogni battaglia significherà per te sconfitta certa»8.

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1185520661490Statua di Sun Tzu9

Presupporre la conoscenza di se stessi non è un dettaglio trascurabile. In Cina la conoscenza di se stessi è un’operazione che richiede grande concentrazione, educazione e pratica meditativa ma nel caso dell’Arte della Guerra non si limita a questo; quando si dice che è necessario conoscere se stessi, si intende da un lato la propria naturale predisposizione e tutto ciò che a lei si applica come la coscienza, il carattere e la formazione intellettuale, e dall’altro anche lo stato del paese per cui si combatte. Voler muovere guerra essendo impreparati si tramuta immediatamente in una sconfitta e in effetti possiamo dire di aver visto decine di esempi di questo genere. Essere consci delle proprie possibilità, essere quindi addentrati nella conoscenza profonda del regnante, delle inclinazioni del popolo e delle caratteristiche dei propri ufficiali è determinante per quanto riguarda la vittoria e la sconfitta.

 

2 . Il nemico/avversario e le conseguenze dell’ignoranza: l’esempio del Vietnam e la logica della guerriglia

Allo stesso modo, la conoscenza del nemico conferisce vantaggi non indifferenti poiché permette la previsione delle sue mosse e l’adattamento del proprio stile a quello del nemico. Quest’ultimo tratto dell’adattarsi al nemico non implica l’abbandono della propria strategia, bensì una contemplazione dell’intero universo fenomenico che caratterizza uno scontro armato. Non si può pensare di condurre una guerra basandosi semplicemente sui propri calcoli; in questo caso la vittoria e la sconfitta sono appese a un filo e vengono determinate principalmente dalla fortuna. Per avere un quadro più chiaro della faccenda potremmo pensare alla guerra del Vietnam e alla miriade di errori politici e strategici che determinarono la sconfitta degli Stati Uniti. Nonostante la schiacciante superiorità dell’addestramento, dei mezzi militari, dei servizi segreti e del peso politico sullo scacchiere internazionale, gli Stati Uniti non poterono dimostrare mai coi fatti di aver vinto il conflitto. Questo accadde perché si percepirono infinitamente superiori al proprio nemico. Il Vietnam non fu mai conquistato in precedenza, neanche dalle varie dinastie cinesi che si avvicendarono nell’odierno Sud del paese. Considerare questo dato avrebbe potuto già mettere in guardia i generali americani. Le dinastie cinesi del Sud come quella dei Wu10, cercarono sempre di tenere relazioni diplomatiche amichevoli e di reciproco beneficio con quelle tribù che venivano definite “Nan Viet” ovvero i Viet del Sud. Considerare che i mongoli tentarono di invadere la regione per tre volte, fallendo sempre, avrebbe dato l’idea di quanto il popolo vietnamita fosse in grado di resistere. Considerare più attentamente il terreno, visto che era molto simile a quello incontrato nelle isole del pacifico ai tempi della seconda guerra mondiale, avrebbe certamente donato maggiore consapevolezza delle risorse del nemico. Infine, conoscere la cultura vietnamita e la sua storia avrebbero fatto desistere chiunque; ne è un esempio la leggenda di Son Tinh e Thuy Tinh11 che avrebbe dato la misura dell’incisività dei monsoni e delle inondazioni, dando allo stesso tempo conto anche della pazienza vietnamita. Anche altri insegnamenti di Sunzi vennero messi in pratica nel conflitto citato poco sopra; ne riportiamo alcuni per completezza di informazione:

«Se vuoi attaccare in un punto vicino, simula di dover partire per una lunga marcia; se vuoi attaccare
un punto lontano, simula di essere arrivato presso il tuo obbiettivo»12.

Non è un mistero infatti che i cosiddetti “Vietcong” impiegassero tattiche di guerriglia, una metodologia in grado di produrre un vantaggio per la fazione in sfavore numerico o di mezzi grazie all’applicazione di specifici stratagemmi che vedremo fra poco. Lo stesso Mao Zedong si servì della guerriglia e degli insegnamenti di Sunzi per conseguire la vittoria sulle forze giapponesi che avevano occupato vaste porzioni del territorio cinese.

«Offri al nemico un’esca per attirarlo; fingi disordine fra le truppe, e colpiscilo». 13

Anche questa è una tattica molto frequente fra i guerriglieri i quali, non potendo certamente offrirsi allo scontro in campo aperto tendono ad attirare il nemico dove il terreno gli è più favorevole e dove il numero non conta. Questo è particolarmente valido per molte zone della Cina e del Vietnam in cui la giungla è talmente fitta da permettere l’occultamento tattico della maggior parte di uomini e mezzi.

«Attacca il nemico dove non è preparato, fai sortite con le truppe quando non se l’aspetta»14.

Quest’ultima citazione ben si adatterebbe all’offensiva del Tet 15 con la quale i Nord-vietnamiti dimostrarono una impressionante dedizione ai principî dell’Arte della Guerra e gettarono le postazioni statunitensi nel caos.

 

3 . Applicazioni strategiche: il valore dei generali e la figura di Zhuge Liang

Il caos è uno degli elementi fondamentali del testo; esso è indicato come “disordine”, la stessa figura che contraddistingue le acque agitate e non lascia trasparire nulla di chiaro e dai contorni netti. Il buon generale sa vedere oltre questi disturbi e sa addirittura trarne vantaggio:

«Quando il generale è debole e non ha autorità,
i suoi ordini e le sue intenzioni non sono chiari,
gli ufficiali e le truppe saranno incostanti,
le formazioni nelle operazioni militari confuse.
Questo è il cosiddetto disordine»16.

Come accenna il passo citato, grande importanza hanno gli ufficiali e in generale i sottoposti. Nella Cina antica (in particolare nel periodo degli Stati Combattenti) l’esercito era di fondamentale importanza e i suoi ufficiali dovevano essere acculturati. Al comando delle truppe non c’era un barbaro guerrafondaio dedito solamente alla ricerca della vittoria o del massacro, ma un fine intellettuale che componeva poesie e rispettava il suo nemico. Fu anche questo che impedì, spesso e volentieri, la barbarie vera e propria in Cina. Gli stessi popoli che attorniavano il “celeste impero” non riuscirono mai ad imporsi sulla società cinese, poiché questa era culturalmente tanto avanzata da conquistarli nella mente e negli atteggiamenti. Tutti i barbari, dai Xiongnu 17 ai mongoli, finirono per sinizzarsi abbracciando completamente lo stile di vita, i culti e le usanze del popolo cinese. Se da una parte abbiamo un generale profondamente avvezzo alla cultura e avveduto circa strategie da adottare in ogni situazione, ben potremo capire che i sottoposti, dagli ufficiali ai soldati semplici, avranno grande rispetto per lui. Se il generale dimostra di essere cioè “capace” e interessato solo alla salvezza della nazione e di tutti i suoi uomini, allora sarà il vero tesoro della Nazione”:

E così, egli avanza senza cercare fama.
Si ritira senza temere vergogna,
cercando solo di risparmiare i suoi uomini
e di procurare il massimo vantaggio al suo sovrano.
Egli è il tesoro della Nazione.
Egli tratta i soldati come se fossero suoi figli,
per questo essi lo seguiranno nelle vallate più profonde.
Egli considera i soldati come suoi figli prediletti
Per questo essi non temeranno di morire insieme a lui.
[…]
E così si dice -
Se conosci il nemico e te stesso,
la vittoria sarà indubbia.
Se conosci la Terra e il Cielo,
la vittoria sarà totale18.

L’idea che un generale che si ritira si copre di vergogna è molto vicina allo stereotipo europeo della vigliaccheria. Come si vede, in Cina, il generale sa anche quando è il momento di ritirarsi e non deve temerne la vergogna. Visto che i suoi soldati sono ciò che a lui deve stare più a cuore, sa preservarli senza imporre loro sforzi che non sono in grado di sopportare. Conoscere “la Terra e il Cielo” significa conoscere le “nove trasformazioni”, ovvero i climi, il cambiamento del vento, le particolarità delle stagioni e dei fenomeni naturali in precise zone, dove il generale ed il suo esercito daranno battaglia o si muoveranno. Tramite dunque questa estesa consapevolezza, derivante dallo studio del Tao19 e dallo studio della storia pregressa, non si otterrà la vittoria ma la vittoria “totale”. Uno dei più grandi conoscitori (e applicatori) di questo concetto fu senz’altro Zhuge Liang (诸葛亮) 20 che nel suo Chu Shi Biao (出师表), letteralmente “Istruzioni su come muovere le truppe”,  dava consigli al suo signore sulle misure da prendere in un momento in cui lo stato di Shu Han21 si trovava in gravi ristrettezze economiche e politiche. Alla luce della profonda conoscenza che Zhuge Liang aveva de L’Arte della Guerra e alla luce delle sue esperienze sul campo, così scriveva al suo imperatore:

Senza badare al fatto se gli ufficiali servano nel Palazzo o nell’Ufficio del Primo Ministro, tutti gli ufficiali sono servitori dello Stato. Ne consegue che essi debbano essere trattati allo stesso modo per quanto concerne premi e punizioni. Chiunque abbia commesso un crimine, o abbia reso un grande servizio allo Stato, dovrebbe essere consegnato nelle mani dell’autorità competente, che deciderà quale punizione o premio debba essere elargita. Questo renderà Sua Maestà un regnante giusto e saggio agli occhi di tutti. Sua Maestà non dovrebbe mostrare alcuna forma di biasimo o favoritismo, poiché questo distorcerebbe il principio dell’equità22.

Dunque si presenta qui la figura di un generale che è anche un vero e proprio Primo Ministro. Questa peculiarità del generale cinese dell’antichità rende questa figura assolutamente senza precedenti nella storia poiché si tratta di una presenza che oltre ad essere avvezza ai fatti del campo di battaglia si interessa di etica, morale, religione e scienza. Più avanti nel suo scritto, Zhuge Liang afferma che è opportuno muovere l’esercito verso le piane di Wuzhang poiché il momento politico e atmosferico è propizio:

«Ora che i ribelli nel Sud sono stati pacificati e abbiamo sufficienti risorse militari, è il momento di aumentare il morale delle truppe e condurle al Nord per conquistare le pianure centrali. Spero solo di trarre il meglio dalle mie abilità allo scopo di debellare il nostro malvagio nemico, per re-instaurare la dinastia Han, e ritornare alla vecchia capitale. Questo è il mio dovere: ripagare la bontà d’animo del vecchio Imperatore, vostro padre, e dimostrare la mia lealtà a Sua Maestà»23.

Ciò che avvenne dopo conferma quanto detto sinora. Zhuge Liang morì per lo sforzo del viaggio (era assai anziano) e la conquista delle pianure di Wuzhang si risolse con un nulla di fatto proprio per l’assenza del grande stratega che aveva condotto, fino a quel momento, un piccolo stato come quello di Shu Han, a diventare la più grande minaccia per quello che poi sarà lo stato riunificatore della Cina.

Ma la figura di Zhuge è rinomata anche per l’ideazione e la messa in opera dei famosissimi “36 stratagemmi” da lui divisi in categorie secondo il loro scopo:

Stratagemmi per vincere
1 “Attraversare il mare ingannando il cielo”
2 “Assediare Wei per salvare Zhao”
3 “Uccidere con una spada presa a prestito”
4 “Attendere riposati l’avversario affaticato”
5 “Approfittare dell’incendio per darsi al saccheggio”
6 “Clamore a Oriente, attacco a Occidente”

Stratagemmi per il contrattacco
7 “Creare qualcosa dal nulla”
8 “Avanzare di nascosto verso Chenchang”
9 “Osservare l’incendio sulla riva opposta”
10 “Celare un pugnale dietro un sorriso”
11 “Far appassire il prugno al posto del pesco”
12 “Portar via la pecora che capita sotto mano”

Stratagemmi per l’attacco
13 “Battere l’erba per spaventare i serpenti”
14 “Prendere a prestito un cadavere per rinfondervi lo spirito”
15 “Snidare la tigre dalla montagna”
16 “Allentare la presa per serrarla”
17 “Lanciare un mattone per ottenere una giada”
18 “Catturare i banditi agguantandone il leader”

Stratagemmi per confondere
19 “Togliere l’erba da sotto il pentolone”
20 “Intorbidire l’acqua per catturare i pesci”
21 “La cicala dorata abbandona il guscio”
22 “Chiudere le porte per catturare il ladro”
23 “Allearsi ai lontani per attaccare i vicini”
24 “Fingersi di passaggio per occupare Guo”

Stratagemmi per l’avanzamento
25 “Rubare la trave, sostituire la colonna”
26 “Additare il gelso per maledire la sofora”
27 “Fingersi stolti ma non pazzi”
28 “Far salire sul tetto e portar via la scala”
29 “Far spuntare i fiori sull’albero”
30 “Mutarsi da ospite in padrone di casa”

Stratagemmi nella perdita
31 “Stratagemma della bellezza femminile”
32 “Stratagemma della città vuota”
33 “Stratagemma della spia che torna sui propri passi”
34 “Stratagemma dell’autolesionismo”
35 “Concatenamento degli stratagemmi”
36 “La fuga è lo stratagemma migliore”» 24

Come si nota chiaramente, l’ultimo stratagemma fa riferimento alla fuga come alla più ingegnosa delle tattiche e non come a quella più vile. Non ci soffermeremo sul procurare esempi per ognuno di essi, basti dire che la storia cinese è costellata di esempi per cui solo leggendola si riconosceranno queste strategie.
Insomma, L’Arte della Guerra ha rappresentato e rappresenterà ancora a lungo il faro della filosofia cinese in materia di conflitti armati, vinti con l’intelligenza e con l’attenta pianificazione piuttosto che con la forza bruta asservita al potere. Lo scopo, come abbiamo visto, è la sopravvivenza, non la sopraffazione. In questo si può scorgere molta della politica estera cinese che tende più che altro a rendere il paese inattaccabile piuttosto che militarmente pronto ad una guerra di espansione. Non è tanto qui la preferenza verso la guerra di difesa rispetto a quella di offesa; è, semmai, l’ottenimento dello stesso risultato dell’offesa senza il costo implicato nella mobilitazione di uomini e mezzi, in una parola, Arte, poiché:

«Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto il paese nemico.
Distruggerlo costituisce un risultato inferiore»25.

 

4 . Viltà, tradimento e guerriglia.

Come dicevamo precedentemente, in Cina il concetto di sopravvivenza si riferisce alla lotta sostenuta per passare indenne una catastrofe, una guerra o semplicemente le normali complicazioni di salute legate all’avanzamento dell’età. Proprio per questo motivo, ad esempio, nella cultura sinica non è scortesia chiedere ad una donna l’età. Avere molti anni è motivo d’orgoglio, significa essere sopravvissuti a numerose avversità. Lo stesso può dirsi per il generale scaltro e avveduto, il quale non solo sa come sopravvivere ma sa anche ottenere una vittoria da un ritirata senza essere per questo considerato necessariamente un vile. La ritirata, così come il solo evitare il combattimento, sono stati sinonimo di vigliaccheria in Europa sin dai tempi antichi. Nell’Iliade, Ettore ed Elena sono costretti a trascinare Paride sul campo di battaglia con la forza e gli rimproverano la sua codardia:

Or su, ti scuoti,
Esci di qua pria che da’ Greci accesa
Venga a snidarti d’Ilïon la fiamma.
Bello, siccome un Dio, Paride allora
Così rispose: Tu mi fai, fratello,
Giusti rimprocci, e giusto al par mi sembra
Ch’io ti risponda, e tu mi porga ascolto.
Nè sdegno nè rancor contra i Troiani
Nel talamo regal mi rattenea,
Ma desir solo di distrarre un mio
Dolor segreto. E in questo punto istesso
Con tenere parole anco la moglie
M’esortava a tornar nella battaglia,
E il cor mio stesso mi dicea che questo
Era lo meglio; perocché nel campo
Le palme alterna la vittoria.» 26

Nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto la vigliaccheria e la codardia sono all’ordine del giorno, sovente percepite e non reali ma pur sempre affibbiate ai personaggi che si ritirano o apparentemente fuggono dal campo di battaglia:

«Dove gli Scotti ritornar fuggendo
vede, s’appara, e grida: – Or dove andate?
perché tanta viltade in voi comprendo,
che a sì vil gente il campo abbandonate?
Ecco le spoglie, de le quali intendo
ch’esser dovean le vostre chiese ornate.
Oh che laude, oh che gloria, che ‘l figliuolo
del vostro re si lasci a piedi e solo!» 27

E non è il solo caso presente nell’opera di Ariosto, infatti più avanti si legge:

«Avea quel re gran tempo desiato
(credo ch’altrove voi l’abbiate letto)
d’aver la buona Durindana a lato,
e cavalcar quel corridor perfetto.
E già con più di centomila armato
era venuto in Francia a questo effetto;
e con Rinaldo già sfidato s’era
per quel cavallo alla battaglia fiera;

e sul lito del mar s’era condutto
ove dovea la pugna diffinire:
ma Malagigi a turbar venne il tutto,
che fe’ il cugin, mal grado suo, partire,
avendol sopra un legno in mar ridutto.
Lungo saria tutta l’istoria dire.
Da indi in qua stimò timido e vile
sempre Gradasso il paladin gentile.» 28

Se il generale non è in grado di attaccare e non è in grado di mantenere la posizione deve assolutamente ritirarsi:

«L’avanzata irresistibile consiste nel caricare dove ci sono delle brecce.
La ritirata inafferrabile consiste nel muoversi tanto lontano da non poter essere raggiunti.
E così, se desidero intraprendere una battaglia, il nemico non potrà sottrarsi alla lotta:
perché attaccherò ciò che è costretto a salvare.

Se invece non desidero dare battaglia, mi ritirerò fino ad una linea da difendere e il nemico non potrà darmi battaglia,
perché con false tracce lo indirizzerò nella direzione sbagliata.»29

La ritirata, se fa parte di una strategia più grande, è incoraggiata e diviene un metodo sicuro per non perdere l’iniziativa pur retrocedendo. Quando durante la Prima Guerra Mondiale Luigi Cadorna si rifiutò di far avanzare il fronte italiano in territorio austriaco, lo fece perché i suoi ufficiali e i soldati non avevano né lo spirito adatto ad una impresa simile, né la preparazione materiale (mezzi ed armi) in grado di assicurare la vittoria. In mancanza di questi elementi, come abbiamo già visto, il generale si ferma e non avanza. Questa sua esitazione venne scambiata per codardia ed incapacità dal re e dal governo, i quali decisero di deporlo dopo averlo costretto ad avanzare e aver procurato la disfatta di Caporetto. In questo caso specifico l’intero stato maggiore italiano mancò di organizzazione e come dice Sunzi:

Il caos nasce dall’ordine
La codardia nasce dal coraggio.
La debolezza nasce dalla forza.
Ordine e caos dipendono dall’organizzazione.
Coraggio e codardia dipendono dallo Shi.
Forza e debolezza dipendono dalla forma.30

Cos’è questo Shi? Sunzi non lo spiega esattamente ma ci dice che è la capacità di rendere un esercito simile ad un ammasso di tronchi e pietre rotolanti. Tronchi e pietre che rotolano non possono essere fermati e, quando sono uniti, non possono essere mossi o spostati. Potremmo azzardarci a dire che lo Shi è l’organizzazione portata alla sua massima espressione; infatti, in un altro passo, l’esercito viene definito come una balestra tesa della quale il generale è il grilletto. Nel momento in cui il grilletto viene premuto non c’è nulla che possa spostare la freccia dal suo corso, essa diventa inarrestabile. Per incarnare precisamente lo Shi, il generale deve rispettare le sembianze di alcuni elementi naturali che il titolo del presente lavoro ricorda nella loro forma giapponese: “Furinkazan”:

E così sii
veloce come il vento,
lento come una foresta,
assali e devasta come il fuoco.
Sii immobile come la montagna,
misterioso come lo yin
rapido come il tuono.» 31

L’obiettivo da raggiungere assumendo le forme di questi elementi è quello di divenire senza forma. Non avere forma significherà allora incarnare l’essenza dell’imprevedibilità; divenendo completamente oscuri agli occhi del nemico, esso non potrà mai prevedere le nostre mosse e anche il ritiro delle truppe porterà il vantaggio di confondere il generale avversario.

Come è facile presumere, i precetti de L’Arte della Guerra possono essere adattati a qualunque situazione e a qualunque paese. Fu per questo che durante l’epoca del Sengoku Jidai, molti Daimyo giapponesi scoprirono l’utilità di questo testo. Nel periodo suddetto si assisteva alla caduta totale (ma non definitiva) della figura dell’Imperatore. I signori feudali vantavano grandi armate e il diritto di coscrivere a loro piacimento nelle terre affidategli. Ovviamente questo portò alla formazione di numerosi eserciti personali e i Daimyo si trasformarono in veri e propri signori della guerra, potendo vantare schiere di samurai e ashigaru (contadini strappati al lavoro nei campi e tramutati in regolari soldati). La figura dello Shogun, da sempre dotata di enorme potere decisionale per quanto concerneva la difesa del paese e l’espansione delle terre di cui l’Imperatore poteva disporre, unito al fatto di avere sempre più nobili che necessitavano di una terra da amministrare e da cui riscuotere le imposte, provocarono l’espansione del Giappone in Corea, paese nel quale la frammentazione politica non ebbe speranze contro gli efficienti eserciti dello Shogun Oda Nobunaga. Fu forse in quel momento, data la vicinanza della Corea alla Cina, che L’Arte della Guerra giunse in Giappone. I Daimyo, gelosi l’uno dell’altro, continuarono a costruire fortificazioni, castelli, a produrre armi sempre più professionali e tendettero ad aumentare le scaramucce di confine, alle quali lo Shogun dovette rimediare. Proprio questa sua necessaria ingerenza ne causò la morte prematura per tradimento ed assassinio. In quel momento, il Giappone si trovava ad avere molti galli nel pollaio e solo uno scontro precedenti e senza esclusione di colpi poté ristabilire l’ordine, anche se ci vollero circa sessant’anni e n numero incalcolabile di morte (oltre ovviamente ai danni materiali). Fu sempre in questo momento che il testo di Sunzi divenne di vitale importanza per tutti i Daimyo che volevano imporsi sulla scena nazionale. Il primo a fare suoi gli insegnamenti del generale cinese fu Takeda Shingen, signore della provincia di Kai vicino le pendici del Monte Fuji. Il suo stendardo presentava proprio il motto “Furinkazan” ma ciò non bastò a farlo diventare il nuovo Shogun del Giappone. Il suo acerrimo rivale, Uesugi Kenshin signore di Echigo, sapeva come contrapporsi ad un generale con quelle qualità. Vennero soprannominati “Tigre del Kai” il primo e “Drago di Echigo” il secondo, rendendo di fatto immortale il taoistico scontro tra la tigre e il dragone ed incarnando quindi l’inevitabile pareggio di forze in campo da parte di chi condivideva l’applicazione dei principi di Sunzi. Durante l’epoca del Sengoku Jidai vennero quindi a formarsi due fazioni opposte, la prima comandata da Toyotomi Hideyoshi, fedele servitore di Oda Nobunaga che cercava vendetta, e quella guidata da Tokugawa Ieyasu. Entrambi, seguendo gli insegnamenti taoisti di Sunzi si diedero battaglia per una ventina d’anni finchè lo scontro campale non fu inevitabile. A Sekigahara, un incrocio fra tre montagne, andò in scena un massacro senza precedenti. Tutti e due gli schieramenti avevano ottenuto dei vantaggi sull’altro ma non avevano ottenuto la supremazia. Se Hideyoshi poteva contare sul favore del terreno e sulla freschezza dei suoi ufficiali, dall’altra Ieyasu poteva contare sulla fedeltà assoluta dei suoi generali e su un cospicuo numero di informazioni sul nemico ricavate da un’incessante attività di spionaggio proprio come suggerisce L’Arte della Guerra:

«Le armate contrapposte possono fronteggiarsi per anni in vista di una vittoria che si otterrà in un solo giorno. In questa situazione, chi lesina di ricompensare con cento monete d’oro colui che può fornire informazioni sul nemico, è estremamente inumano.
Non è il generale del popolo,
non è il braccio destro del sovrano.
Non è un maestro di vittoria.» 32

Fra le truppe di Toyotomi Hideyoshi si nascondeva infatti una spia di Tokugawa Ieyasu: Kobayakawa. Costui era al comando di un ingente numero di truppe in grado di spostare gli equilibri della battaglia, cosa che fece, restando fuori dal combattimento e non intervenendo in favore del suo generale. Qui si assiste alla teorizzazione del concetto di viltà in Oriente. Il codardo è colui che rinnega la propria fedeltà al sovrano e lo tradisce passando al nemico. Dopo Sekigahara, Tokugawa Ieyasu divenne il padrone assoluto del Giappone grazie all’applicazione di due strumenti essenziali nell’arte della guerra, quali appunto lo spionaggio e la corruzione.

Tuttavia le applicazioni di quest’opera non terminano qui e la messa in pratica dei principi citati finora si sposa molto bene con l’attività di guerriglia. Mao Zedong, fondatore della Repubblica Popolare Cinese, fu un vero guerrigliero oltre che un abile politico. Appassionato lettore dei classici cinesi venne presto in contatto con L’Arte della Guerra e ne fece uso in svariate occasioni. Ebbe anche modo di venire in contatto con la figura di Zhuge Liang e non mancò di criticarne la misericordia verso il nemico; all’antico stratega rimproverava infatti un’interpretazione troppo caritatevole e poetica dell’opera di Sunzi, esprimendosi così riguardo il conflitto, nel 1937:

«La prima regola della guerra è preservare noi stessi e annientare il nemico.» 33

Mao dovette prima di tutto curarsi dell’occupazione giapponese di gran parte della zona costiera cinese. Per liberare le zone occupate si servì di ogni mezzo, anche i più rudimentali, e svolse moltissime azioni di disturbo contro i rifornimenti, gli armamenti e le vettovaglie giapponesi. Ogni volta che l’esercito nipponico cercava di rintracciare le sparute forze comuniste capeggiate da Mao, non riusciva mai a trovarne traccia. Certamente la guerriglia risulta essere una minima parte della più ampia guerra, prima di tutto perché non è un conflitto aperto ma è altrettanto certamente uno degli aspetti più curati da Sunzi e i “36 stratagemmi” divengono una sorta di riassunto per l’applicazione pratica del testo.

Bibliografia

Sun Tzu, L’Arte della Guerra, Milano, Mondadori, 2004.

M. Sabattini, P. Santangelo, Storia della Cina, Bari, Laterza, 2007.

S. B. Griffith, Yu Chi Chan: On Guerrilla Warfare, Bnp Publishing, 2007.

T. Cheek, Mao Zedong and China’s Revolutions, A brief history with documents, New York, University of British Columbia, 2002.

Z. Mao, Il libretto rosso, Roma, Newton Compton, 2010.

G. Bertuccioli, La letteratura cinese, Milano, Edizioni Accademia, 2007.

Z. Li, La via della bellezza, Torino, Einaudi, 2004.

W. Idema, L. Haft, Letteratura cinese, Venezia, Cafoscarina, 2008.

Z. Mao, Opere di Mao Zedong, Milano, Edizioni Rapporti Sociali, 1994.

  1. Il periodo delle Primavere e degli Autunni va dal 771 al 476 a.C. e rappresenta quel lasso di tempo in cui il trono imperiale restò vacante dopo la caduta dell’ultimo regnante della dinastia Zhou.
  2. Questi erano: Qin, Han, Wei, Zhao, Qi, Chu, Yan.
  3. Sun Tzu, L’Arte della Guerra, Milano, Mondadori, 2004, p. 5.
  4. Nello specifico sono: 1. Valutazioni strategiche, 2. Operazioni belliche, 3. Strategia di attacco, 4. La forma, 5. Lo Shih, 6. Il pieno e il vuoto, 7. Lo scontro armato, 8. Le nove trasformazioni, 9. Le manovre, 10. Le forme del terreno, 11. I nove terreni, 12. Attacco col fuoco, 13. Lo spionaggio.
  5. Ivi, p.7.
  6. Ivi, p. 13.
  7. Nelle antiche scuole di spada di ispirazione Shintoista e Buddista si racconta spesso la storia di Tsukahara Bokuden, un samurai del XV secolo che aveva inventato un metodo di vittoria che non prevedeva l’uso della spada e nemmeno quello delle mani. Raccontare l’aneddoto può essere utile: durante uno dei suoi tanti vagabondaggi per il Giappone, Bokuden incontrò un sedicente samurai sempre in cerca di un avversario da abbattere. Venne sfidato a sua volta e quando il fanatico gli chiese quale stile praticasse lui rispose di essere un seguace della vittoria senza mani. Il samurai fanatico rise sonoramente e lo sfidò a duello senza uso delle mani. Bokuden accettò ma chiese che lo scontro avvenisse su di una vicina isoletta al fine di non disturbare la quiete dei villaggi. Il suo avversario accettò e il giorno dopo entrambi si trovarono sul molo per prendere una piccola imbarcazione a remi. Non appena il fanatico vi fu sopra, Bokuden, che teneva in mano i remi sul molo, spinse via la barca con un remo. Quando il suo nemico urlò irato chiedendo per quale motivo facesse ciò, Tsukahara rispose: “Visto? Questo è vincere senza usare le mani”.
  8. Ivi, p. 15
  9. Statua dedicata a Sun Tzu presso la città di Tottori, in Giappone.
  10. La dinastia del Sud comunemente chiamata Wu (吳) nacque in seguito alla scissione perpetrata ai danni dell’ormai morente dinastia Han da parte di Sun Jian (孙坚) e dei suoi due figli Sun Ce (孙策) e Sun Quan (孙权) nel 229 d.C. e restò in piedi fino al 280 d.C. Questa famiglia faceva risalire il proprio cognome direttamente a Sunzi e si riteneva quindi la detentrice dei segreti più importanti di tale Arte.
  11. Secondo il mito, il re Hunh Vuong VI aveva una bellissima figlia in età da matrimonio. Non sapendo a chi concederla, sparse la voce in tutto il regno alla ricerca di nobili che fossero del rango adatto per prenderla in moglie. Fra tutti i candidati due sembrarono quelli più adatti: Son Tinh, lo spirito della montagna, e Thuy Tinh, lo spirito delle acque. Essendo indeciso, il re disse che colui che il giorno dopo avesse presentato i doni più belli e appropriati avrebbe avuto sua figlia. Son Tinh vinse la sfida e portò la bella principessa nel suo palazzo sulle montagne. Livido di rabbia, Thuy Tinh non accettò la sconfitta e fece avanzare il mare e straripare i fiumi allagando completamente il regno e distruggendo le colture. Tuttavia Son Tinh non rispose all’offesa e restò calmo sulla sua montagna. Allora Thuy fece salire vertiginosamente le acque per arrivare fin sopra le montagne, ma Son fece crescere lentamente la montagna per risultare sempre inarrivabile finché Thuy capì di non avere speranze e si ritirò. Ogni anno Thuy Tinh cerca di raggiungere le alte montagne, fallendo.
  12. Dal sito: http://www.tiroistintivolazio.it/it/5.4/libro—larte-della-guerra-%28-sun-tzu-%29.htm. Si inserisce la presente versione poiché dotata di maggiore enfasi. Vedasi pagina 4 di questa versione scaricabile.
  13. Ibid.
  14. Ibid.
  15. L’offensiva del Tet fu un attacco a sorpresa lanciato verso tutte le postazioni statunitensi nel Vietnam del Sud il 30 Gennaio 1968. Nonostante i servizi segreti americani fossero a conoscenza di numerosi movimenti sospetti dell’esercito Nord vietnamita, non si aspettavano che l’attacco sarebbe avvenuto nel periodo in cui i vietnamiti festeggiano l’arrivo del nuovo anno. L’offensiva creò numerosi problemi poiché si estese a macchia d’olio in tutte le città del Vietnam sotto il controllo degli alleati, i quali dopo poche ore riuscirono a ristabilire il controllo in tutte le aree, anche se l’intera operazione aveva mostrato la vera forza della guerriglia: colpire in ogni luogo, in ogni momento.
  16. Sun Tzu, op. cit., p. 43.
  17. Un popolo seminomade stanziato ai confini nord-occidentali della Cina, l’odierno Xinjiang. In Europa conosciamo questo popolo col nome di Unni.
  18. Ivi, pp. 44-45.
  19. Per comprendere meglio questo punto si faccia riferimento al seguente articolo: http://www.athenenoctua.it/il-taoismo-religione-o-filosofia-2/. In particolare si intende qui sottolineare la valenza scientifica insita nella “dottrina” Taoista. I monaci taoisti o gli studiosi cinesi in generale, erano soliti osservare i fenomeni naturali e darne una spiegazione che potremmo azzardare a porre come scientifica, anche se non presentava nessuna caratteristica del metodo scientifico vero e proprio. Tuttavia questa, grazie a testi alchemici e metafisici, riusciva a prevedere l’arrivo delle tempeste, il cambio di direzione dei venti e gli eventi naturali legati ad una particolare regione in un preciso periodo dell’anno.
  20. Nato nel 181 d.C. a Yinan nello Shandong, Zhuge Liang è considerato il più grande stratega taoista della storia cinese.
  21. Uno dei tre stati (il più piccolo) del periodo dei Tre Regni.
  22. Cfr. http://www.gutenberg.org/cache/epub/30460/pg30460.html
  23. Ibid.
  24. I 36 stratagemmi. L’arte segreta della strategia cinese per trionfare in ogni campo della vita quotidiana, Gianluca Magi, Il punto d’incontro, 2010.
  25. Sun Tzu, op. cit., p. 13.
  26. Iliade, Libro VI, trad. Vincenzo Monti 1825
  27. Orlando Furioso, Canto XVI, strofa 80
  28. Ivi., Canto XXXI, stanze 91-92.
  29. Sun Tzu, op. cit., p. 24
  30. Sun Tzu, op. cit., p. 21
  31. Sun Tzu, op. cit., p. 30-31
  32. Sun Tzu, op. cit., p. 59
  33.  S. B. Griffith, Yu Chi Chan: On Guerrilla Warfare,, Bnp Publishing, 2007.

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