Il Taoismo. Religione o filosofia?

.Nella secolare cultura Occidentale (dove per Occidentale si intende quel tipo di cultura sviluppatosi in Grecia e progressivamente spostatosi verso Roma allargandosi all’Europa ed infine al Nuovo Mondo) la distinzione tra filosofia e religione è stata sempre netta. Dilungarsi sulle innumerevoli diatribe che videro filosofi e teologi scontrarsi in ogni epoca sarebbe oltremodo inutile, ciò che è utile ricordare, invece, è il rapporto conflittuale instauratosi tra i due ambiti. Essere filosofi (in Occidente) significa cercare una verità che sia il più possibile scientifica e libera dall’ingombro della fede. Questo perché la fede è per sua natura “soggettiva” e non “oggettiva” come la scienza. È altresì vero, però, che per secoli i filosofi hanno cercato delle spiegazioni basandosi solamente sulle loro cognizioni, con rare eccezioni (Cartesio ad esempio), che fanno certamente onore allo sforzo ma non rendono la risposta esauriente. Immaginatevi ora una società in cui la religione esiste solo come forma di “interpretazione” del fenomeno, quindi come interpretazione della realtà. Immaginate anche che questa società ponga l’essere umano non al centro, né al di fuori dell’universo ma lo consideri una parte di esso, né preponderante, né per forza di cose infinitesimale. In questa società l‘essere umano è schiacciato da fenomeni e paesaggi naturali incredibilmente vasti e l’unica costante che trova è quella del Cielo1. Il Cielo all’interno della società cinese antica (perché di questa società abbiamo parlato finora) è l’entità concreta sotto la quale l’intera esistenza umana si svolge. Questo ente “vede” eppure non vede la vita degli uomini. Com’è possibile? Le filosofie e le religioni orientali sono colme di quelli che a noi potrebbero sembrare dei paradossi dai quali è pressoché impossibile uscire: eppure, se si leggono i testi della tradizione taoista, e li si analizza alla luce del contesto in cui furono scritti, si scopre che questi paradossi non sono altro che verità insite nell’animo di ogni essere umano; delle verità sepolte dentro la nostra mente che con difficoltà riusciamo a riportare alla luce 2.

Il taoismo è la filosofia/religione più antica della Cina. Potremmo definirla autoctona ed endemica stando alle scoperte dei giorni nostri che non la individuano in nessun’altra area del mondo. È definita religione poiché officia dei riti sacri, che vedremo più avanti, ed è una filosofia perché non ha dogmi di fede o regole a cui attenersi, i suoi stessi testi “sacri” non sono altro che interpretazioni dei fenomeni naturali e sociali ai quali ognuno di noi assiste nel corso della sua vita. Non esistono dèi veri e propri da adorare, nei riti si rende semplicemente omaggio agli antichi saggi che camminarono sulla nostra Terra e si salutano con venerazione (che non ha nulla a che vedere con la divinizzazione) alcuni personaggi definiti «Immortali» e cioè alcune persone che pare abbiano raggiunto l’immortalità.

L’essere più adorato è il capostipite del taoismo, cioè colui che per primo comprese la natura dell’universo: Lao-zi (in cinese: 老子).  Prima di procedere sarà utile analizzare il nome di questo personaggio. La prima parte del nome (Lao) significa «vecchio» ed è interessante notare come nel cinese tradizionale il carattere rappresenti proprio un vecchietto con cappello e bastone. La seconda parte del nome, «zi», significa «Maestro» ed è una formula che segue il cognome di tutti i grandi taoisti: Zhuang-zi3, Lie-zi 4 e altri. Non sappiamo, e probabilmente non sapremo mai, se Lao-zi sia realmente esistito e sulla sua figura si è a lungo dibattuto e si dibatterà ancora; fatto sta che questo antico personaggio aveva socraticamente deciso di non scrivere nulla poiché a suo dire l’insegnamento migliore era quello che non necessitava delle parole. La sua nascita poi oltre ad essere incerta si perde nel mito. Il carattere cinese «zi» che abbiamo detto significare «Maestro» vuol dire anche «bambino». Lao-zi risulterebbe dunque essere il «Vecchio Bambino», un tema che potrebbe apparentemente rimandare al concetto di «Child is father of the Man» dei poeti romantici inglesi ma così per la verità non è, nonostante molti, anche a livello accademico si siano arrischiati con visione eurocentrica a giustificare tale interpretazione. La realtà è più semplice e si inserisce in un filone più mitologico che reale. Lao-zi infatti nacque da sua madre come tutti gli esseri viventi ma nacque già vecchio e capace di camminare e parlare da subito. Nel momento in cui nacque si allontanò immediatamente a piedi e sua madre, sconvolta, secondo il mito gli chiese: «Figlio mio, perché te ne vai e abbandoni tua madre?», Lao-zi si girò e guardandola rispose: «Me ne vado perché altrimenti ti vedrei morire». Al di là della spiegazione macabra che si potrebbe dare del dialogo bisogna notare due cose. La prima è la totale indifferenza del taoista nei confronti della madre che nell’antica Cina (società vagamente matriarcale come la maggior parte delle civiltà dell’Asia) rappresentava la famiglia e i legami di sangue. La seconda è l’affermazione del “vedere la morte degli altri”, segno che Lao-zi nasce già immortale. Questi saranno i due capisaldi dell’intera filosofia taoista. Da una parte c’è il totale rifiuto verso gli obblighi familiari e i legami di sangue. La madre è vista come colei a cui bisogna essere grati per averci portato in grembo e partoriti ma alla quale non dobbiamo nulla. Il padre è visto come colui che insegna le basi della vita e dal quale bisogna distaccarsi il prima possibile per non essere fuorviati. L’immortalità è il fine ultimo dei taoisti e viene raggiunta in due soli modi: meditazione o alchimia. Giunto al termine del suo compito, dopo cioè aver insegnato a diversi discepoli la «Via» (il Dao: 道), Lao-zi decide di lasciare la Cina dirigendosi ad Occidente. Alla frontiera, una guardia, vedendolo arrivare, lo riconosce e lo implora di non andarsene, di rimanere ad insegnare al mondo la Via. Lao rifiuta e tenta di passare la frontiera ma la guardia glielo impedisce e gli chiede di scrivere tutti i suoi insegnamenti se vuole passare. Lao-zi accetta e detta alla guardia un testo meraviglioso  ed ermetico: il Daodejing (道德经) ovvero Il Classico della Via e della Virtù.

Il testo mira a spiegare cos’è la Via, (più corretto sarebbe dire che il testo insegna cosa non è la Via) senza però rivelarlo (perché è impossibile) e rendendo apparentemente semplice comprendere i concetti espressi che tuttavia rimandano a significati molto più profondi di quanto non appaia. Il primo capitolo la dice già lunga sul problema dell’interpretazione:

Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature. Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l’arcano, chi sempre desidera ne contempla il termine. Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome ed insieme sono detti mistero, mistero del mistero, porta di tutti gli arcani. 5

Comprendere appieno il primo capitolo è già, come si vede, un’impresa non da poco e rimandiamo a futuri articoli la spiegazione del libro. Ciò che ci interessa qui è appurare se sia possibile iscrivere il Taoismo nella filosofia o nella religione.

Per comprendere meglio l’argomento di questa disamina sarà meglio riportare alcuni esempi da uno dei migliori testi Taoisti il Lie-zi (in cinese: 列子), altrimenti detto La scrittura reale del vuoto abissale e della potenza suprema. Già sul solo titolo si potrebbero scrivere interi tomi. Basti dire, per ora, che si riferisce al concetto di vuoto come cosa massimamente potente. L’opera è scritta, come tutte le opere taoiste, in piccoli racconti che riferiscono di personaggi realmente esistiti o situazioni che possono accadere a tutti nella vita quotidiana. Proviamo ad analizzarne uno:

[1.10] Una volta qualcuno chiese al Maestro Lie: – Come mai date valore al Vuoto? – Liezi rispose: – Il Vuoto è al di là di ogni idea di valore. – Il Maestro aggiunse: – Valore è un termine che non gli si addice. Infatti nulla è comparabile alla Tranquillità, nulla è comparabile al Vuoto. È nella Tranquillità, è nel Vuoto che possiamo trovare lo stato in cui risiedere stabilmente. È nel prendere e nel dare che finiamo per perdere tale stato. Quelli che, dopo che le situazioni sono degenerate, saltano fuori a predicare umanità e giustizia, non sono in grado di rimettere le cose al loro posto6

È chiaro che l’intento didattico sia preponderante in questo come in tutti i passi dei classici taoisti ma possiamo riscontrare delle affinità con i dialoghi di Socrate che rendono il taoismo a tutti gli effetti una filosofia piuttosto che una religione. Come potremmo però giustificare la presenza di monasteri e monaci taoisti? La deriva monastica del taoismo avvenne con l’avvento del primo imperatore della Cina: Qin Shi Huangdi7. Il nuovo potere centrale non aveva più bisogno di maestri e letterati che fossero «freelance», come diremmo oggi, bensì richiedeva un impiego giornaliero e costante, dietro compenso, delle attività di consiglio dei Maestri. Questa rivoluzione portò i taoisti lontano dai centri di potere. Ancora oggi la filosofia taoista rifiuta qualsiasi forma di pagamento in denaro, al massimo i pagamenti avvengono in cibo e vettovaglie necessarie alla sopravvivenza; inoltre i taoisti non potevano riservare al solo sovrano il diritto di accesso all’insegnamento che loro ritenevano universalmente necessario ad ogni uomo o donna. Molto più adatto a questa nuova epoca era il Confucianesimo, coi suoi numerosissimi riti da officiare e le considerevoli etichette da rispettare; così i taoisti si rifugiarono nei monasteri o sulle montagne solitarie portando il popolo a vederli come santi, possessori di poteri magici, di fatto mitizzandoli e rendendoli simili a eremiti o monaci di clausura. In realtà i monaci taoisti scelsero questa via per protesta contro la prostituzione intellettuale e un mondo in cui il potere si misurava con la forza delle armi e del denaro, non più con quello della mente.

Abbiamo parlato, in precedenza, del Cielo e del suo “vedere” pur non avendo occhi. La religione in Cina, e ogni credenza in generale, non ha dogmi. Nonostante l’arrivo di un culto come quello buddista abbia portato una serie di riti in quantità industriale ed abbia introdotto delle regole monastiche molto rigide, non è stato in grado di piegare il popolo cinese alla sua volontà e ai suoi dogmi di fede. In Cina, oggi come in passato, è facilissimo trovare qualcuno che, per ottenere il favore del Cielo in vista di un avvenimento importante, prega divinità buddiste e taoiste. Questo sincretismo religioso dell’individuo è rintracciabile fin dagli albori della società cinese, nel periodo delle tre dinastie a cui abbiamo precedentemente accennato. Ciò avviene perchè i cinesi vedono la religione come uno strumento pratico prima di tutto. Pregare Amithaba8e Lao-zi non è un problema e non crea tensioni, lo si fa poiché entrambi posso aiutare l’essere umano in una particolare situazione. Questo uso pratico del sentimento religioso appare del tutto utilitaristico ed è per questo motivo che si è spesso guardato alle politiche comuniste volte alla distruzione sistematica di ogni credenza, superstizione o religione, con sguardo essenzialmente scettico e non convinto. Per il popolo cinese “credere” non è essenziale, è un qualcosa in più. Se poi volgiamo il pensiero ad alcuni dei termini più importanti nella cultura del popolo cinese come: fortuna, ricchezza o serenità, ci accorgiamo che le superstizioni e le religioni soggiaciono al raggiungimento di quelle mete agognate, trasformandosi nella ragione per la quale si prega più d’una divinità. Il pragmatismo religioso è alla base del pensiero cinese che ha saputo rendere ogni religione innocua per la vita dell’impero e del popolo, come è ampiamente dimostrato dalla sostanziale inesistenza di conflitti religiosi lungo tutto il corso della storia della Cina. Ci furono periodi in cui l’equilibrio di forze tra taoismo e confucianesimo prima e confucianesimo e buddismo poi, rischiarono di infiammare il rapporto tra gli intellettuali e il potere ma mai ci furono rivolte prettamente religiose. Per capirci meglio, in Cina non ci fu mai la necessità di un editto di Nantes9. Quelle rivolte di cui si sottolinea la provenienza religiosa ad un esame approfondito si riveleranno credenze settarie emerse durante i periodi di forte crisi. Un esempio può essere la rivolta dei Turbanti Gialli verso la fine della dinastia Han10. Capeggiata da due fratelli, di cui il più importante era Zhang Jiao, una setta religiosa che prometteva la pace e l’ordine nell’impero in un periodo in cui la popolazione era fortemente vessata dai signori della guerra locali e quindi molto più ricettiva su temi quali la pace e l’ordine per ridare equilibrio al paese.

Il concetto di equilibrio non è affatto secondario nella cultura sinica e più specificatamente in quella taoista, poiché è il fondamento di tutta la filosofia sviluppatasi ed evolutasi nell’estremo oriente. Muove dal presupposto che ogni entità, animata o non, presente nell’universo (considerato come l’universale del mondo e cioè come l’insieme di tutto ciò che forma questo mondo) ha un suo contrario. Alla luce si contrappongono le tenebre, all’uomo la donna, al fuoco l’acqua e così via; ma va anche oltre. Quando si tratta di essenze inanimate ed intangibili come il caldo ed il freddo, solamente percepibili, è facile comprendere anche per coloro che non hanno mai studiato le filosofie orientali, ma hanno bene in mente gli opposti pitagorici, che nulla di nuovo è stato addotto dai cinesi a ciò che già sapevamo. Quando però si nota che la teoria degli opposti si muove anche sul piano animale le cose cominciano a farsi interessanti e scopriamo l’opposizione fra il drago (mitico animale cinese adorato e raffigurato fin dal neolitico nell’area del fiume Giallo) e la tigre, con tutto ciò che queste figure portano con loro; allora dobbiamo necessariamente fermarci ad analizzare meglio la profondità e la natura di questa “opposizione”. Il simbolo taoista per eccellenza, il cerchio formato dallo Yin e dallo Yang, chiamato appunto Tao (o Dao) è la spiegazione più semplice di una teoria filosofica che l’uomo sia mai riuscito a realizzare tramite l’aiuto della rappresentazione artistica.

Da una parte abbiamo lo Yin: l’oscurità, il freddo, la luna, le nuvole che oscurano il sole ed il cielo, la donna; dall’altra abbiamo lo Yang: la luce, il caldo, il sole, il cielo sgombro, l’uomo. All’interno dello Yin figura il seme dello Yang e all’interno dello Yang figura il seme dello Yin. Non è forse vero che le ombre scaturiscono dalla luce e che la luce stessa alberga dove è più buio? La concezione manicheista avrebbe dato allo Yin e lo Yang anche le connotazioni di bene e di male. Questi due sostantivi, invece, sono rintracciabili solo in parte nella filosofia taoista. Il bene ed il male assoluti non esistono, i taoisti comprendono che ciò che è bene per qualcuno è certamente male per qualcun altro e viceversa. Lo scopo degli opposti è, in verità, l’equilibrio e l’armonia.

Mantenere l’armonia fra forze opposte è lo scopo del monaco taoista e del praticante taoista i quali cercano di realizzarla in tutti gli ambiti della loro esistenza, a partire dalla dieta fino all’atteggiamento verso il prossimo. Ma se l’obbiettivo è l’armonia degli opposti qual è il rapporto con la storia e l’avvicendamento delle epoche? Come possono, cioè, le epoche storiche essere in armonia tra loro? I taoisti rispondono che la storia è ciclica esattamente come il tao e all’esterno di questo immenso ciclo ve n’è un altro che presuppone il distanziamento dall’epoca d’oro in cui gli uomini vivevano in pace fra loro e in pace con tutto l’universale. Quest’epoca risale al primo sovrano mistico e i cui non si hanno prove: il Sovrano Giallo11. Durante il suo regno uomini e animali convivevano pacificamente, gli uomini stessi non discutevano né litigavano e addirittura non avevano bisogno di parlarsi e questo non per una presunta telepatia (vogliamo qui ricordarlo poiché un certo filone della filosofia New Age ha cercato di vedere in queste leggende qualcosa che non c’era come appunto la telepatia o la magia) ma per una capacità comunicativa talmente superiore alla nostra di oggi da non aver bisogno di linguaggio. I primi ominidi in effetti si capivano coi gesti e vivevano in totale simbiosi con la natura, ma soprattutto: non avevano leggi. La questione delle leggi è centrale all’interno del pensiero taoista. Il ritorno a quest’epoca aurea è ciò verso cui i taoisti tendono per risolvere il più importante problema del mondo: la contesa fra gli uomini. I litigi e le dispute nacquero quando ci fu bisogno delle leggi per mantenere la giustizia fra gli individui, un fattore che portò alla nascita del concetto di giusto e ingiusto e di bene e male. Di fatto gli esseri umani dimenticarono lentamente ciò che era istintivamente giusto in favore di un presunto giudizio “super partes” di altri uomini. La forma odierna della regola taoista è nata agli albori del medioevo cinese, quando la necessità di armonia ed equilibrio in un paese dilaniato dalla guerra era al centro della ricerca intellettuale e politica. Potrebbe sembrare strano che, in un’epoca di caos e guerra, l’aspirazione della politica sia la restaurazione della pace poiché normalmente in Occidente le guerre venivano combattute per la supremazia invece che per il benessere del popolo. In Cina tutti gli Stati Combattenti (il periodo degli Stati Combattenti, altrimenti detto delle Primavere e degli Autunni, va dal 770 a.C. al 454 a.C.) non cercavano solamente la supremazia politico-militare ma anche la riunificazione del paese sotto una dinastia legittima che dimostrasse con la forza delle armi e con la forza della sua scuola di pensiero la predominanza rispetto alle altre In questo periodo infatti sono presenti sul territorio cinese le cosiddette “cento scuole”, dove cento sta per numero approssimativo, che erano delle scuole di pensiero e quindi delle correnti filosofiche molto diverse tra loro.

Le principali, ovvero quelle che si imposero meglio e più a lungo sulla scena furono tre: la Scuola Confuciana, la Scuola Legista e la Scuola Taoista. Proprio per questo possiamo parlare di taoismo come di filosofia e corrente di pensiero. Lo scontro intellettuale più violento avvenne tra la Scuola Legista e la Scuola Taoista, che in effetti si ponevano su posizione diametralmente opposte. Se da una parte la Scuola Legista riteneva che gli uomini dovessero essere governati da un sovrano assoluto che emanasse leggi severe e propugnasse castighi terribili per chi non le avesse rispettate, dall’altra la Scuola Taoista col suo rifiuto perentorio di ogni legge e di ogni autorità che non provenisse dal Cielo (quindi usurpatori, signori della guerra ecc..) si appellava al governo di se stessi, alla capacità di ognuno di cambiare in primo luogo la sua disposizione interiore per fare in modo che gli altri lo imitassero. Non v’era infatti, secondo i taoisti, necessità di insegnare tramite libri o grandi discorsi: l’uomo impara attraverso l’esempio, così come fanno i bambini. Il comportamento del taoista ispira gli altri ad intraprendere la Via. Inutile dire che questo scontro fra intellettuali portò solamente rovina ad entrambi rendendo il confucianesimo la religione ed il metodo di governo più importante della Cina. Il regno di Qin (pronuncia “cin”) infatti, che per primo si era affidato alla guida degli insegnamenti di Kong-zi (Confucio) per governare lo stato e dirigere il popolo, risultò vincitore grazie al rigore amministrativo e alla sapienza tattica. È a questo regno che la Cina deve il suo nome.

Come detto precedentemente, il taoismo si rifugiò nei monasteri e sulle alte montagne, luoghi inaccessibili che conservano e conserveranno per sempre, un’aria di spiritualità superiore poiché difficilmente raggiungibili [1. Uno dei più caratteristici è il tempio sul Monte Wudang.].

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Il Tempio Taoista sul Monte Wudang

Per avere un’idea di quanto siano difficili da raggiungere alcuni (non tutti per fortuna) dei più bei monasteri taoisti immaginate pareti rocciose dritte e lisce, attraversabili oggi con delle speciali imbracature e con sostegni di metallo incavati nella roccia a cui affidarsi, oppure a scalinate letteralmente verticali e molto lunghe che senza l’ausilio delle mani è impossibile salire. In concomitanza con questo fenomeno di allontanamento dalla società, nasce la figura dell’eremita. L’eremita taoista è un uomo schivo che non vuole più avere a che fare col mondo; e questo non perché ha subito ingiustizie o ha perso fiducia nel genere umano bensì perché ne rifiuta il “progresso” tecnico e di costume. Le storie popolari cinesi divennero quindi intrise di queste personalità misteriose e serene che ricevono coloro che hanno bisogno di aiuto per qualche questione importante o vogliono un oracolo. Come può il taoista scorgere nel futuro? Questa è una domanda che si pose anche C. G. Jung quando decise di analizzare attentamente il testo taoista principe di questa disciplina: lo Yi-Jing ovvero il Classico dei Mutamenti. L’universo è in continua rivoluzione, la società brulica di cambiamenti, ma il libro dà risposte pratiche per coloro che stringono un patto con esso. Il patto consiste nel non porre più di una volta la stessa domanda altrimenti il libro potrebbe stancarsi e… offendersi. Lo stesso Jung lo interpellò (tramite il tradizionale metodo cinese delle tre monete che, a seconda della faccia che mostrano una volta lanciate, valgono un numero che va poi tramutato in un segno, un trigramma per l’esattezza, collegato ad un responso all’interno del testo). Jung, per curiosità, pose per due volte la stessa domanda e il libro rispose: «porta male porre la stessa domanda più volte». Al di là della suggestione e rimanendo sul piano filosofico-religioso, c’è da registrare un certo misticismo che non abbandonerà mai il taoismo e che porterà grandi maestri come Ge Hong a studiare l’alchimia per aggiungere l’immortalità.

Dunque il taoismo, in conclusione, può essere considerato allo stesso tempo una filosofia ed una religione a seconda del valore che diamo ai suoi insegnamenti e a seconda dei nostri interessi. Nessuno è obbligato ad accettare questa linea di pensiero nella sua totalità perchè i vari ambiti del taoismo (religione, filosofia, dietologia, medicina, alchimia ecc.) sono come dei compartimenti ben distinti, ognuno con le sue scuole e con i suoi testi specialistici.

Bibliografia:

M. Sabattini, P. Santangelo “Storia della Cina”, Laterza (2005).
Lao Tzu “Tao Te Ching”, Armenia (2011)
K. Schipper “Il corpo taoista”, Ubaldini (1983)
A. Andreini, M. Scarpari “Il Daoismo”, il Mulino (2007)

Note:

  1. Il Cielo non è propriamente una divinità né l’incarnazione di un ente fisico o metafisico. Il Cielo è il destino, il passato, il futuro. Tutto ciò che l’uomo non può vedere o toccare con mano, quindi, in parole povere: il fato.
  2. Non uso a caso il termine “riportare” e più avanti vedremo perché
  3. Zhuangzi visse intorno al IV secolo a.C., durante il periodo degli Stati Combattenti ed è considerato uno dei grandi Maestri della scuola taoista. Nei suoi scritti si può notare la totale indifferenza nei confronti dei conflitti che scuotevano la sua epoca. Il suo è un messaggio di pace inconsueto che presuppone la conoscenza di ciò che è moralmente e pragmaticamente necessario all’uomo.
  4. Liezi visse nello stesso periodo di Zhuangzi e l’opera che porta il suo nome è molto più improntata sugli aspetti di comportamento pratici e quindi basato sull’etica e sulla morale taoista.
  5. Vedere: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Religioni/Taoismo/tao-te-ching.html per la traduzione qui riportata, a mio avviso la migliore presente su internet anche se non la migliore in assoluto.
  6. Tratto da: Liezi, La scrittura reale del vuoto abissale e della potenza suprema, a cura di Alfredo Cadorna, Einaudi, p. 23.
  7. Noto anche col suo vero nome Ying Zheng, fu il regnante del regno di Qin che unificò la Cina per la prima volta sotto un solo stendardo. Tramite gli insegnamenti degli scolari legisti e confuciani creò uno stato centralista con una rigida legislatura e una potenza militare esigua ma meglio equipaggiata della maggior parte degli altri Stati Combattenti. Regnò per una ventina d’anni prima di morire. Realizzò il suo sogno di vedere una Cina finalmente unita ed indivisibile passando alla storia con il nome di Primo Augusto Imperatore della dinastia Qin.
  8. Amithaba è uno degli innumerevoli Buddha che abita gli innumerevoli universi. Egli, in particolare, è noto per il grandissimo numero di buone azioni compiute in vita per le quali ha guadagnato il possesso di una Terra Pura nella quale i moribondi che lo invocano possono recarsi per passare l’eternità, uscendo quindi dal ciclo del samsara. Il dogma della Terra Pura prese piede soprattutto in Cina diventando il simbolo per eccellenza del buddhismo cinese.
  9. Firmato il 30 aprile 1598, l’Editto di Nantes mise fine alle guerra fra gli ugonotti ed i cattolici in Francia.
  10. La dinastia Han governò la Cina dal 206 a.C. al 22 d.C.
  11. Il Sovrano Giallo viene nominato anche in un testo storico come lo Shiji di Sima Qian ma non si hanno prove della sua reale esistenza. Insieme a Yao e Shun è uno dei tre mitici antichi imperatori della Cina.

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