La metaetica applicata ai concetti di ragione nell’azione, intenzionalità e direzione d’adattamento di John Searle – Metaethics in John Searle’s concepts of reason in action, intentionality and direction of fit

Introduzione alla meta-etica

Di cosa si sta parlando quando la parola chiave è “meta-etica”? Si può capire già dal termine che il nostro studio è collocato in un campo di interesse il cui scopo è quello di “controllare qualcosa a proposito di qualcosa”.

 Etimologia: meta+etica: una disciplina che ha a che fare con la fondazione dell’etica, in particolare con la natura delle asserzioni normative e le giustificazioni etiche1.

In filosofia, infatti, la meta-etica è la branca dell’etica che cerca una spiegazione sulla natura delle proprietà etiche: l’obiettivo è quello di trovare la ragione di alcune attitudini, proprietà e giudizi della vita ordinaria. Possiamo, dunque, riassumere dicendo che si tratta di una sorta di riflessione filosofica sulle teorie etiche e morali. La meta-etica è il terzo, nonché ultimo, gradino di un “itinerario etico”, infatti, prima di giungervi, è necessario attraversare due passaggi che coincideranno con il fulcro delle teorie meta-etiche. I due gradini precedenti sono i seguenti: il primo è il comportamento umano della vita quotidiana senza alcuna sfumatura teoretica sulla quale indagare perché trattasi semplicemente della nostra vita, il nostro modo “innato” di vivere nel mondo; il secondo livello, al contrario, è il cominciamento dell’inserimento nel mondo filosofico: a questo livello coloro che hanno rilevanza non sono le persone considerate nel complesso, ma i filosofi che tentano di spiegare e giustificare i giudizi morali coinvolti nel primo passaggio; nasce così la filosofia morale. È in questo modo che prende piede la meta-etica perché i filosofi parlano delle teorie morali cercando di collocarle in tre settori specifici che sono la “metafisica” (su cosa sono le proprietà morali?), la “semantica” (di che tipo di concetti si tratta?) e l’“epistemologia” (possono essere studiati scientificamente?). In altre parole la meta-etica studia il linguaggio etico al fine di analizzare le condizioni di validità delle sue asserzioni e la possibilità di parlare eticamente in un modo universale. La meta-etica non ci insegna cosa sia il giusto e cosa sia lo sbagliato, ma se qualcosa sia giusto o sbagliato.

Dipendentemente dalle differenti posizioni in risposto alla questione “C’è una verità morale?” ci sono diverse posizioni metaetiche riguardanti il realismo. Ovviamente la prima divisione è quella che si instaura tra Realismo e Anti-Realismo con le loro conseguenti categorizzazioni2.

John Searle, filosofo del linguaggio e della mente importante nella meta-etica

John Rogers Searle (Denver, 31/07/1932) è un filosofo americano professore di filosofia alla California University, a Berkley. È noto soprattutto per le sue teorie relative alla filosofia del linguaggio e della mente. I suoi studi si sono svolti a Oxford, prima al Christ Church College poi all’università. In metaetica, è importante per il suo concetto di “direzione di adattamento”.

Razionalità dell’azione: l’esistenza di una ragione pratica

Per ciò che riguarda la sua posizione morale, in uno dei suoi libri più celebri cioè La razionalità dell’azione, si comprende che Searle si ispira alle teorie kantiane, in particolare all’idea che la ragione da sola è capace di motivare non solo i desideri ma anche le azioni. L’idea di Searle è che le azioni possono essere motivate dalla ragione la quale non coinvolge desideri precedenti. Infatti, la ragione è capace di fornire una spiegazione per qualsiasi azione senza creare necessariamente nuovi desideri:

 Cos’è la ragione per un’azione? La domanda si presenta spaventosamente difficile […] Ma perché dovrebbe essere così ardua? Dopo tutto, non facciamo i conti con la ragione ogni giorno? In che modo dovrebbe esserci un mistero? […] Possiamo dedurre […] che certe caratteristiche formali sarebbero possedute da un’entità che era la ragione per l’azione. Ad esempio, la sua esistenza e il suo operare dovrebbero riempire lo spazio vuoto.  Sarebbe, dunque, un qualcosa che potrebbe motivare razionalmente un’azione in qualche modo per cui il sé agente dovrebbe agire in essa, nonostante non causi l’azione attraverso condizioni sufficienti. Inoltre, sembra che dovrebbe avere un contenuto logicamente correlato in alcuni modi specifici ai contenuti delle precedenti intenzioni e un intenzione-in-azione (le quali entrambe hanno la direzione di adattamento verso l’alto) per cui si tratta della ragione3.

Nel primo capitolo, Searle delinea una visione della razionalità alla quale si oppone discutendone nel corso dell’opera. Questa visione, chiamata “Il modello classico delle Razionalità”, è definito attraverso l’enumerazione di sei assunzioni:

1. le azioni, se razionali, sono causate da credenze e desideri;

2. la Razionalità è una questione dell’obbedire alle regole, la regola speciale che arriva alla distinzione tra comportamento e pensiero razionali e irrazionali;

3. la Razionalità è una facoltà cognitiva distinta;

4. la fragilità del volere, ciò che i Greci chiamavano akrasia, può presentarsi solo in casi in cui c’è qualcosa di sbagliato con le azioni antecedenti;

5. la ragione pratica deve iniziare con un inventario dei fini dell’agente primario, includendo gli obiettivi, i desideri, gli scopi e le proposte; e questi non sono soggetti alle costrizioni razionali;

6. l’intero sistema funziona solo se è stabilito il nucleo dei desideri primari.

Searle dichiara che i sei postulati di cui sopra sono insostenibili e,una volta rifiutatili, mette a punto le basi per sviluppare una migliore teoria concernente la razionalità. Ad avviso del filosofo, la razionalità pratica deve riconoscere i fatti morali: ciò significa che deve conoscere i compromessi a cui il nostro agire è giunto nelle istituzioni e considerare le ragioni normative come indipendenti rispetto alle azioni dei desideri. Questo tipo di realismo morale ammette l’esistenza di fatti morali essenzialmente normativi, trascurando la specificità della conoscenza morale. La razionalità pratica inizia con i fini dell’agente primario (includendo obiettivi e desideri) al fine di comprendere il modo migliore per soddisfarli.

Nella ragione teoretica il prodotto finale è una credenza o accettazione o una proposizione; nella ragione pratica esso è un’intenzione precedente o intenzione-in-azione. Una conseguenza dell’analisi dell’intenzionalità dell’azione […] è che le azioni hanno un contenuto intenzionale. Non è, dunque, affatto un mistero che le azioni possono essere il risultato di un processo di ragionamento. Proprio come la ragione teoretica finisce in una credenza o in un’accettazione di una proposizione, così la ragione pratica sfocia in un’intenzione precedente per l’agire o un’azione attuale[…]4

Qualsiasi tipo di azione ha un contenuto intenzionale che può essere controllato dalla nostra ragione pratica al fine di raggiungere un obiettivo predeterminato e soddisfare uno o più desideri. Ad esempio, nello stesso capitolo, Searle asserisce che se sta piovendo e io desidero restare asciutto, immediatamente creo il desiderio secondario di prendere l’ombrello ed esco di casa portandolo. “Ognuno dei tre passaggi, inclusa l’azione stessa, ha un contenuto intenzionale motivato dai passaggi precedenti5.

L’idea di Searle è che la razionalità sia indipendente dai nostri desideri. Per esempio, egli pensa che il fatto di promettere qualcosa significa che ci si dovrebbe sentir costretti a “mantenere la promessa” perché si è coinvolti in un set di regole costitutive correlate alla promessa. Dunque, egli considera che la razionalità non sia un vero e proprio sistema, ma più o meno coincide con un “avverbio”: possiamo stimare un atteggiamento razionale senza considerare le fonti e il nostro sistema deriverà dal trovare modelli in cui pensiamo che esso sia razionale.

Generalmente, nella teoria searliana, nelle azioni razionali c’è un intervallo tra la motivazione del desiderio e la decisione. Questo intervallo è noto anche come “liberà volontà”. Dal punto di vista di Searle, ogni azione razionale è fondata sulla libera volontà sicché la razionalità risulta possibile solo dove si può avere una scelta tra le diverse possibilità, sia razionali sia irrazionali.

Intenzionalità: ogni azione ha un contenuto intenzionale

Un’altra importante opera searliana è Intenzionalità, libro in cui il filosofo affronta le questione intorno a ciò che c’è al principio di ogni azione che avviene nel mondo. Nella filosofia di Searle il concetto di intenzione è precedente rispetto a quello di ragione pratica; ciononstante i due concetti sono strettamente connessi. In particolare, Intenzionalità è centrato sulla sviluppo della filosofia della mente e, insieme con Atti linguistici6, è un contributo importante per la filosofia del linguaggio contemporanea.

In prima istanza, lo scopo di Searle è quello di indagare il problema del significato concernente il modo in cui le persone impongono intenzionalità laddove essa non ci sia intrinsecamente e il modo in cui ottengono meri oggetti atti alla rappresentazione. Attraverso quest’opera, o meglio questo saggio di filosofia della mente, il filosofo americano focalizza la sua attenzione prima sulla percezione poi, come in un “viaggio investigativo” sui fenomeni prettamente biologici, sull’azione, le sue cause intenzionali, le intenzioni linguistiche e, infine, sui significati.

Innanzitutto, a mio avviso solo alcuni stati mentali e eventi, non tutti, hanno intenzionalità. Credenze, paure, speranze e desideri sono intenzionali; […] Se ti dico di avere una credenza o un desiderio, ti sembrerà sempre sensato chiedere, “Cosa credi esattamente” o “Qual è il tuo desiderio?”; e o non dirò, “Oh, ho semplicemente una convinzione o un desiderio senza credere o desiderare propriamente qualcosa. Le mie credenze e i miei desideri devono essere sempre a proposito di qualcosa.7

L’intenzionalità non è come la coscienza. Diversi stati consci non sono intenzionali; alcune convinzioni inconsce sono semplicemente credenze che qualcuno possiede e sulle quali normalmente non riflette. Inoltre, l’intendere e le intenzioni sono solo una forma di intenzionalità tra tante: essi non hanno uno stato speciale.

Nel terzo capitolo del libro, l’attenzione di Searle si focalizza sulla relazione tra intenzione ed azione. “A prima vista l’intenzione e le azioni sembrano adattarsi appropriatamente al sistema”8.

Sviluppando quest’idea, il filosofo giunge alla concezione per cui un’azione intenzionale è semplicemente l’insieme delle condizioni del soddisfacimento di un intenzione. Ma non tutte le azioni intenzionali hanno intenzioni precedenti, così egli riassume mettendo a punto tre asserzioni:

 […] in primo luogo c’è una distinzione tra intenzioni precedenti e intenzioni nelle azioni; in secondo luogo entrambe sono causalmente sé-referenziali; in terzo luogo, ad esempio, un’azione come alzare un braccio contiene due componenti, l’esperienza dell’agire (che ha una forma di intenzionalità sia presentazionale sia causale) e l’evento del braccio che si alza9.

Un caso specifico di intenzionalità, secondo Searle, è l’”atto illocutorio”10. In esso, il filosofo riconosce una proprietà di un fenomeno intenzionale che chiama “direzione di adattamento”. Ad esempio, quando una persona vede un fiore, il suo stato mentale è disposto per esser adattato allo stato del mondo; in casi come questi, abbiamo una direzione d’adattamento mente-mondo. Al contrario, se una persona raccoglie un fiore, la sua intenzione è quella di adattare il mondo al proprio stato mentale; ecco perché abbiamo una direzione d’adattamento mondo-mente. Searle analizza l’intenzione dell’azione ricavando in essa una direzione d’adattamento e una direzione di causa: la prima è mondo-mente. La secondo, al contrario, è mente-mondo: la causa di un movimento è l’intenzione dell’azione.

Inoltre, Searle sviluppa il concetto di “sfondo” (Background) che è l’insieme di abilità, capacità, tendenze e disposizioni che gli umani hanno e che non sono stati intenzionali.

Lo sfondo è l’insieme delle capacità non-rappresentazionali che abilitano tutte le rappresentazioni. Gli stati intenzionali hanno soltanto le condizioni di soddisfazione alle quali giungono e queste sono solo gli stati che sono, contro uno sfondo di abilità che di per sé non sono stati intenzionali11.

Lo sfondo è importante per capire svariate cose tra le quali il significato letterale, le metafore e via dicendo. Non è intenzionale ma risulta necessario per la comprensione dell’intenzionalità nell’azione.

La direzione d’adattamento in Searle

Cosa si intende con “direzione d’adattamento”? In metaetica essa è un topos molto discusso relativamente alla natura degli stati mentali e delle proprietà morali. Com’è il nostro approccio verso il mondo? E com’è l’approccio del mondo verso di noi, o meglio, verso le nostre azioni? Searle, in particolare nella sua teoria sugli atti linguistici, si focalizza sul modo in cui la nostra mente è legata al mondo. Egli ammette quattro possibilità:

1. La direzione d’adattamento parola-mondo: es. “Siamo sposati”.

2. La direzione d’adattamento mondo-parola: es. “Mi sposerai?”, “Voglio sposarlo”; “Dovresti sposarla!”.

3. La doppia direzione di adattamento: “Vi dichiaro marito e moglie”.

4. La direzione di adattamento nulla o vuota: “Sono felice di averti sposato”.

Oltre la dicotomia realismo/idealismo

Il rimando searliano all’adattamento conduce a una inevitabile naturalizzazione di tale concetto. Naturalizzare l’adattamento rende la concettualizzazione più correlata al mondo in cui viviamo. Infatti, le azioni, i discorsi e la conoscenza sono considerati come strumenti di cui l’uomo fa uso per un migliore adeguamento al mondo; in particolare l’idea di verità come l’adattamento mente-mondo delle nostre affermazioni è vera anche per quegli atti linguistici il cui scopo è quello di creare cambiamenti nel mondo per adattare quest’ultimo ai nostri desideri e bisogni. Parlare in un cero modo a proposito del mondo ci può permettere di adeguarci ad esso in modo sempre migliore. Si può cambiare il mondo per mano della parola.

D’altro canto, la direzione di adattamento mente-mondo mette in gioco un attrito tra la mente e il mondo, abbandonando qualsiasi pretesa di una pura corrispondenza tra la mente e la realtà: siccome i fatti sono i fatti, qualsiasi teoria che aspira alla verità deve essere adattata ad essi. Il risultato della teoria di Searle non’è un “adeguamento” unilaterale alla realtà, ma un vicendevole adattamento mente-mondo e mondo-mente. Infatti in alcune circostanze è il mondo che deve “soddisfare” le “richieste” della mente, mentre in altre occasioni succede l’opposto: alcuni concetti mentali devono essere legati forzatamente alla realtà del mondo e devono dipendere da essa. Si può dire che Searle, con la sua teoria, riesce a oltrepassare la tradizionale dicotomia realismo/idealismo: la coesistenza apparentemente paradossale di una teoria della verità come corrispondenza e olismo12 si riferisce alla concezione realistica dell’oggetto (in cui la verità è corrispondenza) e a quella idealistica per cui l’oggetto è ciò che è fatto in un linguaggio specifico, un paradigma o una forma di vita. Ciò risulta possibile grazie alla mutua relazione tra il mondo e la mente, entrambi correlati al concetti di adeguamento nella sfera dell’adattamento. Nella filosofia di Searle nulla risulta unidirezionale, ecco perché non c’è bisogno della distinzione tra realismo ed idealismo.

Nella prospettiva searliana abbiamo l’idea di un mondo costruito sulla base dei modi differenti in cui esso si mostra attraverso la nostre transazioni causali. Ogni pretesa di conoscere il mondo così com’è, in tal modo, risulta infondata. Dunque non si può essere sicuri dell’esistenza di un punto di vista neutrale grazie al quale si possono analizzare le relazioni tra le nostre esperienze e i loro supposti oggetti intenzionali al fine di risultare capaci di capire se i secondi causano le prime; d’altro canto Searle può insistere sull’esistenza di un oggetto contro ogni posizione fenomenico-relativista per cui l’oggetto è come appare. Dacché l’oggetto esiste nel mondo in primo luogo come oggetto che deve essere analizzato dalla sfera sensoriale. Lo step successivo è di considerarlo mentalmente. Apparire ed esistere infatti non sono lo stesso modo di “essere nel mondo”. La sua nuova idea di “intenzionalità” degli oggetti permette di porre la teoria di Searle in un nuovo tipo di realismo in cui è possibile e giusto sviluppare un “piano d’attrito” tra la mente e il mondo. Perché la realtà, forse, non può essere conosciuta così com’è, ma nemmeno si può trascurare il fatto che esiste. Ad avviso del filosofo, infatti, la realtà è una e la nostra mente appartiene ad essa. Infatti egli pensa che noi viviamo in un unico mondo anche se in questo mondo possiamo andare incontro a una particolare forma di realtà la quale esiste proprio perché pensiamo che esista. Perché, come già detto, anche il mondo che dipende da me ha un ruolo rilevante nel mettere a punto il mondo aggiustandolo sulla base degli atti linguistici. Vi è una vicendevole corrispondenza mente-mondo: essi finiscono con l’avere più o meno la stessa importanza.

Filosofia morale contemporanea: Moore e Searle

Nella filosofia morale contemporanea, la morale è altro rispetto a “un mondo di valori o un insieme di leggi per il vivere bene”, ma essa è considerata il modo in cui l’uomo agisce quando si determina liberamente attraverso le sue azioni e il suo modo di pensare dipendente da alcune situazioni coinvolgenti la morale. Si possono avere infatti attitudini morali nel mondo che, secondo alcuni, sono immorali e viceversa.

G.E. Moore13, ad esempio, pensa che le azioni comincino dalla conoscenza delle differenti possibilità da parte di un soggetto che sceglie di partire da esse. In questo modo, l’azione più giusta è quella più utile. Inoltre, secondo Moore, si può capire l’idea del “bene” solo attraverso l’intuizione senza prova alcuna nel mondo materiale.

La teoria di Searle, analogicamente anche se attraverso concetti diversi, è basata sull’esistenza di una forza motivazionale della ragione indipendentemente dall’introduzione dei desideri e dei sentimenti umani. In questo modo, abbiamo la presenza di obblighi che non sono controllati dal soggetto che è in una condizione in cui è obbligato a compiere un’azione solo perché deve compierla anche se il suo desiderio potrebbe essere l’opposto.

Searle, infatti, insiste sull’esistenza di una ragione pratica che controlla ogni azione e le sue conseguenze permettendo la successiva soddisfazione dei desideri e Moore parla della conoscenza della diverse possibilità. Entrambe le teorie sono collegate alla riflessione sull’azione e prendono piede dipendentemente da ciò che può essere considerato giusto e moralmente corretto.

Punti focali della filosofia del linguaggio di Searle

Grazie alla posizione metaetica di Searle e al suo concetto di direzione di adattamento, possiamo comprendere il ruolo fondamentale ricoperto dal linguaggio nella teoria del filosofo. La parola risulta uno dei mezzi più importanti per approcciarsi al mondo reale. Come già detto, Searle ha un ruolo importantissimo nella filosofia del linguaggio contemporanea. Anche in questa branca della filosofia, la posizione di Searle si colloca tra il realismo e il pragmatismo. L’azione e la parola risultano essere strettamente connesse; il filosofo, infatti, insieme con Austin e Grice, è considerato una delle figure più importanti del “pragmatismo” linguistico.

Cos’è il linguaggio per Searle? Com’è connesso al mondo? In Atti linguistici (1969) Searle elabora una teoria in cui l’intenzione ha un ruolo fondamentale, come in tutta la sua concezione filosofica: ciò viene giustificato attraverso la descrizione di un atto linguistico che viene rimandato necessariamente all’intenzione del parlante. Searle considera l’intenzione come uno stato mentale, un processo legato all’esser diretto verso o connesso agli oggetti e allo stato delle cose nel mondo (credenze, desideri, paure, percezioni). L’intenzionalità, in questo modo, è una proprietà mentale come un processo primitivo. L’intenzionalità linguistica non coinvolge l’espressione di proposizioni e l’esistenza di condizioni per le qual essere debbano o meno esser soddisfatte, ma richiede l’associazione delle proposizioni con forze illocutorie di vario genere. Queste determinano i vari tipi di atti linguistici (asserire, promettere, sposare, ecc…) resi caratteristicamente possibili dal linguaggio. Inoltre, l’intenzionalità mentale è collegata a differenti modelli di proposizioni. Il significato linguistico deriva dalla comprensione di procedure convenzionali: questo è il nesso che possiamo collegare alla concezione searliana di “sfondo”.

 […] la filosofia del linguaggio ha a che fare con una vasta gamma di altre questioni come: “Cos’è la verità? Cos’è la referenza? Cos’è la logica? Cosa sono le relazioni logiche? Qual è l’uso del linguaggio l’uso come si collega al significato? […] La filosofia del linguaggio ha a che fare anche con i fatti empirici, ma generalmente il proposito è di ottenere alcune caratteristiche universali del significato e della comunicazione, e specialmente di analizzare la struttura logica della referenza, della necessità della verità, degli atti linguistici, ecc. e queste analisi non sono ottenute dal solo analizzare i fatti empirici a proposito di questo o di quel particolare linguaggio.14

Conclusioni metaetiche

Da un punto di vista metaetico, la teoria searliana è particolarmente centrata sull’esistenza di qualcosa di “naturale” che controlla le azioni. Il punto più importante e discusso è quello dell’esistenza di un particolare tipo di razionalità che è collegato all’intenzionalità vista come un fenomeno naturale. La teoria di Searle potrebbe essere inserita in uno speciale realismo morale che ha le sue “fondamenta” nel pragmatismo e nel cognitivismo dal momento che il mondo e la mente sono caratterizzati da vicendevolezza e da molti punti di contatto.

Il filosofo ha una visione particolare del mondo, della parole e dell’azione. La sua tensione verso il lato pratico della vita risulta fondamentale per collocarlo in una cornice naturalistica della filosofia morale contemporanea.

Volendo, dunque, rispondere alle tre questioni metaetiche di cui si è parlato nel primo paragrafo, è possibile mettere un punto nel modo che segue:

1. da punto di vista metafisico, le proprietà morali di Searle riguardano l’esistenza di qualcosa di precedente rispetto all’azione, cioè la razionalità pratica e l’intenzionalità le quali, grazie al loro legame con la vita del soggetto agente, controllano il suo agire;

2. volendo rispondere semanticamente, i concetti trattati non sono semplicemente teoretici perché correlati a ogni significato che si incontra nella vita ordinaria, anche nella nostra cornice linguistica. Il mentale e il reale sono perfettamente uniti e consequenziali;

3. l’analisi epistemologica di queste teorie ci porta a collocarle in una visione realistico-naturalista-cognitivista del mondo che include ogni parte della vita con un’attenzione particolare nei riguardi del lato pratico, senza incorrere nella perdita della “bellezza filosofica”.

 Bibliografia

- Oxford Studies in Metaethics, Russ Shafer-Landau, Oxford University Press, 2011

- Introduzione all’etica, Carmelo Vigna, Vita e Pensiero, 2001

- John R. Searle, Rationality in action, Cambridge, The MIT press, 2001.

- John R. Searle, Intentionality. An essay in the philosophy of mind, Cambridge, Cambridge University press, 1983.

www.philosophy.enacademic.com/1509/metaethics

www.revel.inf.br/files/entrevistas/revel_8_interview_john_searle.pdf

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Metaethics in John Searle’s concepts of reason in action, intentionality and direction of fit

Note

  1. www.philosophy.enacademic.com/1509/metaethics
  2. Le posizioni più importanti riguardo il realismo morale sono note come: Quasi-realismo, Realismo analitico e Realismo sintetico (relativamente alla verità non minimale) e Non-cognitivismo, Finzionalismo e Espressivismo (dall’ Anti-realismo, fondato su una verità minimale).
  3. John R. Searle, Rationality in action, Cambridge, The MIT press, 2001, capitolo 4.
  4. Ivi, cap.5
  5. Ibidem
  6. John R. Searle, Speech Acts. An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge, Cambridge University press, 1969.
  7. Intentionality. An essay in the philosophy of mind, Cambridge, Cambridge University press, 1983, c.1, p.1
  8. Ivi, p. 79.
  9. Ivi, p. 91.
  10. Secondo Austin, l’atto linguistico può essere diviso in tre livelli: l’atto locutorio (l’atto di dire qualcosa), l’atto illocutorio (l’azione fatta dicendo qualcosa) e l’atto perlocutorio (l’effetto che si ha dicendo qualcosa). Gli atti illocutori hanno la forza illocutoria, espressa dagli indicatori linguistici.
  11. Intentionality. An essay in the philosophy of mind, Cambridge, Cambridge University press, 1983, c. 5, p. 143
  12. In filosofia, l’olismo enfatizza la priorità del tutto sulle sue parti.
  13. George Edward Moore (1873-1958) fu un filosofo inglese particolarmente noto per la sua posizione in filosofia analitica.
  14. www.revel.inf.br/files/entrevistas/revel_8_interview_john_searle.pdf

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