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Prolegomeni ad ogni futura Metafisica: il risveglio di Kant e la soluzione al dubbio di Hume

 Lo confesso francamente: l’avvertimento di David Hume fu quello che, molti anni or sono, primo mi svegliò dal sonno dommatico e dette tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa. Mi tenni ben lontano dal seguirlo nelle conseguenze, che provenivano solo dal fatto che egli non si pose la quistione nella sua integrità, ma si fermò solo su ...

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Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.2)

Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.2)

Furinkazan – Sopravvivenza e polemologia nella cultura sinica 1 . L'Arte della guerra: fra il valore del sopravvivere e la centralità della conoscenza del nemico Nello sterminato orizzonte che in Cina viene classificato come “Arte” (che va dalla preparazione del tè alla scelta degli abiti da indossare nelle cerimonie ufficiali), la guerra ha rivestito uno dei ruoli per i quali la cultura sinica ...

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Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.1)

Prefazione a cura di Simone Tarli La guerra: fenomeno e concetto, strategia e riflessione, teoresi e discesa in campo. “Cos’è la guerra? Qual è la sua essenza? Da cosa, perché nasce?” sono domande da cui sorgono tentativi di riposte, forse da parte di ogni essere umano, ma sicuramente da parte dei filosofi indistintamente dall’impianto – fenomenologico, analitico, psicologico e così via- ...

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Lo Straniero amorale: Camus, Nussbaum, Proust, Agostino

Lo Straniero amorale: Camus, Nussbaum, Proust, Agostino

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: "Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti." Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L'ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l'autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla ed essere di ritorno domani sera. Ho chiesto ...

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Il Taoismo. Religione o filosofia?

Nella secolare cultura Occidentale (dove per Occidentale si intende quel tipo di cultura sviluppatosi in Grecia e progressivamente spostatosi verso Roma allargandosi all'Europa ed infine al Nuovo Mondo) la distinzione tra filosofia e religione è stata sempre netta. Dilungarsi sulle innumerevoli diatribe che videro filosofi e teologi scontrarsi in ogni epoca sarebbe oltremodo inutile, ciò che è utile ricordare, invece, ...

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- I nostri articoli -

L’Europa e la teoria discorsiva della democrazia

.L’Europa? Una necessità democratica.

Jürgen Habermas, uno dei più importanti filosofi viventi, si è fortemente interessato al tema dell’Unione Europea, come gli ultimi scritti dimostrano. La tematica europea e quella della transnazionalizzazione della democrazia sono diventate sempre più urgenti nel momento in cui dal XX secolo è cresciuta in maniera esponenziale la complessità della società mondiale. Di tale crescita la politica sembra aver perso il controllo, incapace di organizzarsi difronte al fatto che i mercati finanziari hanno oltrepassato il raggio d’azione degli stati nazionali. D’altronde Habermas parte da una concezione della democrazia in parte simile a quella di Rousseau: «autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti ne sono al tempo stesso gli autori», ma poi aggiunge «in una democrazia i cittadini sono soggetti unicamente alle leggi che essi si sono dati secondo procedure democratiche». Perciò il crescere del potere delle organizzazioni internazionali (ad es. mercati finanziari) e delle problematiche mondiali (ad es. surriscaldamento globale), via via che le funzioni degli Stati nazionali ne perdono il controllo, mina il procedere democratico degli Stati stessi. Dunque Habermas ritiene che si sia costretti a riconoscere la necessità di ampliare le procedure democratiche oltre i confini degli stati nazionali, a meno che non ci si voglia rassegnare a questa situazione. Soltanto transnazionalizzando la democrazia, verso una futura società mondiale retta da una costituzione, si può dar modo ai cittadini di trasformare l’uso civico della libertà di comunicazione in forze produttive in grado legittimare un processo di autodeterminazione democratica.

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Il concetto di politico

.Nonostante la brevità de Il concetto di “politico”, questo saggio di Schmitt ha dato vita ad una quantità immensa di letteratura, ricca di interpretazioni tra loro spesso contrastanti. L’opera, pubblicata inizialmente sotto forma di articolo nel 1927, passa attraverso un lunghissimo periodo di correzione ed ampliamento fino ad ottenere una forma definitiva nel 1963, che la vede arricchita di una premessa, una postilla, tre corollari e la trascrizione di una conferenza tenuta a Barcellona 1929 1. Schmitt non ha mai smesso di considerarsi, per via della sua formazione e della sua produzione, un giurista, e in questa luce si può comprendere appieno la fondamentale importanza che una trattazione sul concetto di politico assume all’interno del suo percorso. Il concetto di “politico” è scritto con lo scopo di «inquadrare teoricamente un problema di portata smisurata»2 e consiste nel tentativo di rispondere alla domanda “Cosa è politico? Cosa appartiene al campo del politico?”. Il primo passo dell’autore nell’affrontare questo problema è il definire un criterio a cui “è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici”3. Come nell’etica si distingue fra buono e cattivo e nell’estetica fra bello e brutto, nel politico si distingue fra amico e nemico; questo criterio indica «l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione»4 e configura la reale possibilità di una lotta (intesa come guerra fisica) fra i due schieramenti. Un’organizzazione che in questo caso abbia il potere di decidere se combattere o meno il nemico si definisce come politica; anche se generalmente sono gli Stati ad attuare questo tipo di decisioni, può essere considerata politica una qualsiasi organizzazione che abbia questo potere.

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  1. L’epoca delle neutralizzazioni e spoliticizzazioni, di cui si parlerà più avanti
  2. Postilla all’edizione del 1932, Il concetto di politico, in Le categorie del politico, di Carl Schmitt a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Società editrice il Mulino, Bologna, 1972, p.186.
  3. Il concetto di politico, p.108.
  4. ivi, p.109

Saggio – La figura di Giuda Iscariota: profili di un traditore

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A distanza di più di venti secoli, “mentre la decristianizzazione avanza, mentre libri male affastellati sognano non si sa quali amori morti tra Maria Maddalena e il Cristo o Giuda”[1], scrive lo studioso francese Pierre-Emmanuel Dauzat, rimane pressoché inossidabile nella cultura occidentale un solo personaggio: Giuda Iscariota. Egli rimane in un senso profondo, perché strettamente legato al collo dalla corda del suo tradimento, macchiato di secolo in secolo dalla nascita di sempre nuove leggende nere, che lo hanno visto diventare nel tempo traditore, deforme, parricida ed incestuoso. Giuda è una figura avvolta nell’oscurità e nell’ambiguità, ma che viene continuamente illuminata da nuove azioni immorali, orrori ma anche riscatti, in un gioco di luce ed ombra che gli è connaturato; la sua porosità rende possibile una “profusione delle sue escrescenze esteriori”, tanto da far scomparire il profilo reale dietro l’immagine mitica. Se da un lato è opportuno lasciare da parte la pretesa di tentare di storicizzare il personaggio di Giuda, dall’altra si può risalire al “profilo biblico” dell’apostolo, con l’intento di riuscire a tracciarne al meglio le successive evoluzioni culturali.

Inevitabilmente il personaggio di Giuda, nella sua esistenza paradossale e contraddittoria, induce anche a porsi delle questioni teologiche di fondamentale importanza: il rapporto tra grazia divina e libertà umana, la condizione dell’uomo e la sua tensione tra il bene e il male e in ultimo la domanda più paradossale: come può un intimo di Gesù, uno dei dodici Apostoli essere un cuneo di tenebra nella comunità perfetta? Questi temi di grande spessore vengono affrontati nell’analisi dei contrastanti impianti teologici di Origene ed Agostino, che con grande impegno esegetico e sforzo speculativo tenteranno di risolvere, ognuno a suo modo, la questione dell’enigma del male.  Leggi il resto di questo articolo »

La critica di Thomas Kuhn alla logica della scoperta di Karl Popper

 Untitled-2In questo lavoro verranno esposte brevemente alcune critiche mosse da Thomas Khun (1922-1996) a Karl Popper (1902-1994) riguardo alcuni punti della teoria di quest’ultimo che contrastano in modo particolare con la visione della crescita della conoscenza dello storico e filosofo della scienza statunitense. Per ammissione dello stesso Kuhn, il lavoro di Popper ha avuto una grande influenza sui suoi studi ed entrambi possono essere considerati come appartenenti alla “stessa minoranza tra i filosofi della scienza contemporanei”1, due visioni della scienza a prima vista strettamente imparentate ma che se analizzate nei loro nodi di incompatibilità, identificati da Kuhn, rivelano profonde differenze.Si crede sia innanzitutto necessario ripercorrere a grandi linee il pensiero di Popper, e in seguito verranno presentate le quattro critiche formulate da Kuhn (e contenute in un articolo apparso proprio in un volume su Popper: The philosophy of Karl Popper, 1974): la prima è rivolta alla nozione di controllo applicata ad intere teorie scientifiche (in situazioni di “ricerca straordinaria”) e di conseguenza alla demarcazione popperiana tra scienza e altre discipline; la seconda critica è indirizzata alla nozione di errore applicata (come nella prima critica) ad intere teorie; la terza è una critica alla falsificazione come criterio logico; e infine il quarto punto di Kuhn riprende i primi tre per giungere a una conclusione sul significato delle differenze tra le visioni della scienza dei due filosofi.

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  1. Kuhn, Logica della scoperta o psicologia della ricerca? In I. Lakatos e A. Musgrave (a cura di), 1986, p. 70.

Tra Gloria e Celebrità. Appunti dal Festival della filosofia 2014.

.Introduzione:

In questo articolo ci accingiamo ad esporre non soltanto dei contenuti filosofici e degli interessanti spunti riguardanti la tematica della Gloria, del Potere e dell’Onore, concetti tematici scelti per le conferenze tenute al Festival della Filosofia del 2014, ma a riportare a caldo la complessità d’una esperienza che abbiamo vissuto come Associazione. L’importanza del Festival della Filosofia ci è parsa subito venirci incontro tramite il fermento, la larga presenza e la concentrazione di studiosi e ricercatori autorevoli provenienti da istituti internazionali. Non possiamo non palesare, oltre l’entusiasmo, una piccola critica, considerando quanto poco basti per fare della filosofia: un luogo consono, una platea che interviene, il διαλέγεσθαι di domande e risposte e, al giorno d’oggi, forse uno schermo sul quale poter proiettare immagini e filmati da commentare. A differenza di settori che richiedono grandi investimenti, come la Medicina o le sperimentazioni ingegneristiche, per capire il ruolo dell’uomo nella società in cui vive ed attualizzare i significati dei termini vitali delle nostre esistenze non servirebbe poi un grande movimento di beni materiali. A questo riguardo sovvengono subito in mente le parole di una nota intervista fatta ad Heidegger, che commentando la celeberrima undicesima tesi su Feuerbach di Karl Marx aggiunge: «Cambiare il mondo presuppone un cambiamento della concezione del mondo. Un’interpretazione del mondo può essere oltrepassata soltanto tramite un’interpretazione ancora più accurata»1. Ci auguriamo che l’eccellenza dell’iniziativa, il dinamismo degli organizzatori che ha permesso ai filosofi in itinere di visitare altre fiere del libro e della cultura e gli inviti ad eminenti studiosi provenienti da altri settori e discipline, non rimangano fattori isolati, che possano diffondersi organizzazioni di questo genere presso numerosi dipartimenti universitari, che avrebbero tutti gli strumenti necessari nelle loro mani.

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  1. Traduzione nostra. Per visionare questa parte dell’intervista: https://www.youtube.com/watch?v=jQsQOqa0UVc

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.2)

.Compassione per il diavolo?

Avendo messo in chiaro la figura del diavolo, in cosa ne consista l’attività e la probabile condizione che ha portato alla sua caduta, approcciamo infine alla domanda che è stata la scaturigine di questo breve saggio: è lecito, per l’umanità, perdonare il diavolo, intercedere per lui nella speranza di una riconciliazione con l’ente divino? Tale interrogativo muove da due assunti: il precetto etico cristiano di amare e perdonare i propri nemici e la radicale condizione di perdita in cui l’ente diabolico è sprofondato al momento del peccato. Se al divergere fra volontà e natura in Lucifero è conseguito un immediato ed irrimediabile cambiamento di prospettive e l’impossibilità di reintegrarsi autonomamente nel rapporto beatifico da cui attingeva la pienezza della propria natura, il diavolo è allora un ente perennemente mancato, un non-ente bloccato in un gorgo di egotismo e che, pur rimembrandola, maledice l’originaria condizione beata, concependola quale insopportabile dipendenza; un ente impegnato in attività (sia per lo scopo che per le modalità d’esecuzione) sprovviste di un fine che non paia assurdo. Il diavolo devolve l’eternità a vessare creature lui inferiori col fine di plagiarle sapendo costantemente di trovarsi nel torto. Nel torto perché, all’ambito del cristianesimo, invece per porsi quale “altro valore” con la sua opera il diavolo propaga non-valori; altro non rimane: egli tormenta l’uomo ma è comunque costretto ad agire nei gangli e negli spiraglio lasciatagli dalla legge divina. Il suo intervento/dominio sul mondo appare costantemente vincolato, e quali che siano i risultati che ottiene resta comunque schiacciato nell’apparato che egli stesso ha inavvertitamente contribuito a creare. L’unica cosa che pare esser in grado di fare è trascinare altri con sé nella propria, indiscutibile follia. Leggi il resto di questo articolo »

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.1)

.Premessa:

Questo breve saggio mira a problematizzare la figura del diavolo. A fronte di riflessioni sorte durante un convegno svoltosi a Roma in tarda primavera 1 con per oggetto la figura del diavolo, intesa non esclusivamente sul piano religioso, si avanza la seguente proposta: è possibile per il cristianesimo liberarsi del diavolo? L’interrogativo muove dai seguenti assunti: dinnanzi ad un’influenza diabolica  diabolica che, a dispetto della vasta portata che discuteremo a seguire, appare statisticamente irrilevante a livello globale, il quadro di conflitto agostiniano tra civitàs dei e civitàs diaboli non sembra trovare più riscontro in una modernità le cui problematiche derivano ben più dalla mancata coordinazione delle parti che da intenti malevoli. A fronte di ciò, la figura del diavolo può attraversare due sviluppi: o subire una riqualificazione che gli riconfermi un maggior peso sui drammi della modernità, oppure tentare un superamento dell’ente, che può compiersi in ambito cristiano unicamente mediante la riconciliazione tra questo ente sommamente problematico e la divinità.

Il saggio si divide in cinque parti. Nella prima si cercherà di definire il Diavolo nelle religioni rivelate, analizzandone i vari nomi ed i tratti più rilevanti delle sue raffigurazioni. Nella seconda si tenterà di qualificarne l’operato, dimostrandone la sostanziale infruttuosità e vacuità dinnanzi al reale impatto che l’operare di simili enti potrebbe apportare sul mondo e si proverà a spiegare le ragioni di tale presunta inattività. La terza parte affronterà invece le ragioni scatenanti la caduta del diavolo navigando tra le teorie di quanti autori, religiosi e laici, ne hanno nei secoli cercato una soluzione non problematica. Leggi il resto di questo articolo »

  1. il 24 maggio 2014, presso la sede dell’Arci in via Dei monti di Pietralata

Saggio – Pensiero borghese e proletario in “Storia e coscienza di classe”

.La categorie di borghese e rivoluzionario hanno permeato la filosofia, la letteratura e in buona parte tutte le scienze sociali dal sorgere del marxismo al XX secolo. Il saggio intende fornire un’analisi di alcuni passi fondamentali dell’opera di György Lukács, “Storia e coscienza di classe”, ritenuta fondamentale per tale tematica.
In Lukács le «antinomie del pensiero borghese» e «il punto di vista del proletariato» non hanno a che fare strettamente con una classificazione di benessere e censo di stampo statistico; borghesi e rivoluzionarie sono alcune scienze e le loro metodologie ed anche filosofi e ricostruzioni storiche possono essere caratterizzate in questo modo. Alla borghesia spetta la dilatazione ad oltranza del suo presente e l’applicazione di leggi razionali eterne nei contenuti dell’immediatezza; al proletariato la creazione di nuove mediazioni, la riscoperta di legami con delle tendenze del passato che facciano nascere nuove prospettive future.

Molte sono le riflessioni che possono nascere a partire dall’opera di Lukács in questo primo quarto di secolo del nuovo millennio; esistono ancora delle classi come soggetti dell’operare storico? Ed è ancora pregnante di senso quella differenza, che può suonare quasi come una tentazione, fra coscienza di classe e coscienza di ceto che il proletariato deve mantenere per non diventare anch’esso, quantomeno da un punto di vista teoretico, dalla mentalità borghese? Leggi il resto di questo articolo »

Friedrich Heinrich Jacobi: un filosofo di carattere. Le due facce della ragione

.Nonostante una formazione da commerciante alle spalle al fine di portare avanti l’attività di famiglia e la messa a punto di una dottrina a suo dire “non-filosofica”, Friedrich Heinrich Jacobi (Düsseldorf, 1743-Munich, 1819) riuscì a imporsi con naturalezza nel panorama culturale tedesco, in particolare nella tensione filosofica a cavallo tra la fine ‘700 e il primo decennio del 1800. Infatti, un’attiva partecipazione nei momenti più “caldi” della filosofia di allora e l’elaborazione di un vero e proprio metodo filosofico applicato alla sua “dottrina della fede” gli hanno assicurato un posto di rilievo nella filosofia del tempo, in particolare grazie ai rapporti che Jacobi intratteneva con gli “scienziati” dell’idealismo. A tal proposito, è bene ricordare l’episodio della controversia sull’ateismo di Fichte a seguito della pubblicazione del saggio Über den Grund unseres Galubens an eine göttliche Weltregierung (Sul fondamento della nostra fede in un governo divino del mondo) in risposta a quello pubblicato da Forberg1. Il saggio fichtiano infatti fu al centro di accese polemiche a causa della natura, a dire di molti, completamente atea dal momento che si fondava sull’identificazione tra Dio e un ordine morale universale del mondo: Dio viene così spersonalizzato e ridotto a un puro e semplice ordine a cui fa capo l’umano in quanto umano. La polemica fu scaturita da un libello anonimo dal titolo Lettera di un padre al figlio studente sull’ateismo di Fichte e Forberg che chiedeva una punizione nei riguardi di Fichte per il suo atteggiamento apertamente anticristiano. Fichte cercò di difendersi autonomamente e non solo: nell’Appellation an das Publikum Fichte, a propria difesa, rovesciò l’accusa di ateismo facendo riferimento all’eterno conflitto caratterizzante la filosofia occidentale, al cui centro vi era la differenza tra dogmatismo e idealismo, rispettivamente caratterizzati da eudemonismo e moralismo. Leggi il resto di questo articolo »

  1. F.K Forberg (1770-1848), filosofo e filologo tedesco, allievo di Fichte pubblicò il saggio Entwicklung des Begriffs der Religion (Sviluppo del concetto di religione)

Pedagogia in evoluzione: ripensamenti e falsificazioni nelle tesi pedagogiche di Montaigne (pt.2)

.Altro segno di un’evoluzione del pensiero pedagogico di Montaigne riguarda le sue influenze letterarie. Nell’Esemplare di Bordeaux, appare per la prima volta nel cap. 26 (“Dell’educazione dei fanciulli”) del primo libro il nome di Quintiliano, e Platone viene nominato 6 volte in più rispetto all’edizione originale (in cui occorreva 4 volte), stavolta in posizione di rilievo1. Insieme ai loro nomi, si trovano aggiunte manoscritte che risentono chiaramente del loro pensiero. Prima di parlare di questi sviluppi, occorre tener presente che, al momento della prima edizione degli Essais, Montaigne deve gran parte delle sue riflessioni alla lettura di Plutarco e Seneca in primo luogo (i suoi autori preferiti, come sottolinea più volte2), Senofonte (da cui ricava la sua immagine di Socrate, piuttosto che da Platone3), Sesto Empirico (da cui la svalutazione del giudizio umano e la zetetica degli Essais4) e Lucrezio (da cui il crescente epicureismo che dominerà infine nel terzo volume dell’opera5). Leggi il resto di questo articolo »

  1. Ha certo poco rilievo il nome di Platone nella prima edizione del capitolo, in cui si trova a p. 271 (“Infatti, se (l’alunno) abbraccia le opinioni di Senofonte e di Platone per suo proprio ragionamento, non saranno più le loro, saranno le sue”), due volte a p. 299 (“E quando Platone l’ha invitata (la filosofia) al suo convito, vediamo come intrattiene gli astanti in modo leggero e adatto al tempo e al luogo, benché con i suoi ragionamenti più elevati e più salutari: Aeque pauperipus prodest, locupletibus aeque; / Et, neglecta, aeque pueris senibusque nocebit” – la citazione è da Orazio, Epistole I, 1, 25-26; e “Non è un corpo che si educa, è un uomo, non bisogna dividerlo in due. E come dice Platone (nel Timeo, 88b, ndr), non bisogna educare l’una senza l’altro, ma guidarli in modo uguale, come una coppia di cavalli attaccati allo stesso timone” – l’affermazione platonica è così celebre da poter essere nota a Montaigne grazie alla vulgata pertinente, senza una lettura del testo originale, come non serve aver letto il Simposio per sapere che nei convivii greci ci si allietava con la filosofia), e infine a p. 313 (“Gli Ateniesi (dice Platone (nelle Leggi, I, 641e, ndr)) hanno dal canto loro la cura dell’abbondanza e dell’eleganza nel parlare, gli Spartani, della brevità, e quelli di Creta, della fecondità delle idee più che del linguaggio: questi sono i migliori” – è più difficile in questo caso argomentare l’ignoranza da parte di Montaigne del testo originale, ma v. infra, e in ogni caso il nome di Platone non è in posizione di rilievo, usato solo in funzione esemplare come Zenone subito dopo) – ed. Essais, I, 26 “Dell’educazione dei fanciulli”, F. Garavini.
  2. Primi fra tutti i passi a I, 26, “Dell’educazione dei fanciulli”, p. 261 (“Non mi sono familiarizzato con nessun libro solido, eccetto Plutarco e Seneca, ai quali attingo come le Danaidi, empiendo e versando senza posa”) e a II, 10, “Dei libri”, p. 735 (“Quanto all’altra mia lettura, che unisce un po’ di frutto al piacere, da cui imparo a mettere ordine nei miei umori e disposizioni, i libri che mi servono a questo sono Plutarco, da quando è francese, e Seneca. Hanno tutti e due questo vantaggio notevole per la mia indole, che la scienza che vi cerco è trattata a brani scuciti, che non richiedono l’obbligo di un lungo lavoro, di cui sono incapace, come gli Opuscoli di Plutarco e le Lettere di Seneca, che sono la parte più bella dei suoi scritti e la più profittevole. (…) Questi autori concordano nella maggior parte delle opinioni utili e vere (…) La loro dottrina è fior di filosofia, e presentata in modo semplice e pertinente. (…) Seneca è pieno di tratti ingegnosi e arguti, Plutarco, di cose. Quello vi riscalda e vi commuove di più; questo vi soddisfa maggiormente e vi appaga meglio: costui ci guida, l’altro ci spinge.” – ed. Essais, F. Garavini. Cfr. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 198-200 e 214-217.
  3. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 238-240, e, sulla ricezione di Socrate, R. Ragghianti, Introduzione a Montaigne, Laterza, 2001, pp. 76-77.
  4. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, p. 218.
  5. v. ivi, pp. 169-171.