Prolegomeni ad ogni futura Metafisica: il risveglio di Kant e la soluzione al dubbio di Hume

giulia

 Lo confesso francamente: l’avvertimento di David Hume fu quello che, molti anni or sono, primo mi svegliò dal sonno dommatico e dette tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa. Mi tenni ben lontano dal seguirlo nelle conseguenze, che provenivano solo dal fatto che egli non si pose la quistione nella sua integrità, ma si fermò solo su una parte di essa, che non può offrire nessuna spiegazione senza che si consideri il tutto1.

Il risveglio di Kant dal sonno dogmatico, in cui egli stesso confessa di essere caduto, rimane una delle più celebri confessioni di debito intellettuale del pensiero moderno. Attraverso e limitatamente all’opera in cui la stessa citazione è presente, è possibile provare a ripercorrere quale sia stata la scintilla offerta da David Hume e in qual senso Kant possa affermare, con un certo senso di soddisfazione e sulla falsariga di un’apparente modestia, di aver compiuto «l’impresa» di superare lo scetticismo a cui lo scozzese era approdato.

È necessario innanzitutto provare a inquadrare il testo, e non solo cronologicamente, all’interno dell’evoluzione del pensiero kantiano. I Prolegomeni ad ogni futura metafisica che potrà presentarsi come scienza vengono pubblicati nel 1783, a due anni dalla prima edizione della Critica della ragion pura (1781) e ad uno dall’unica attenzione di pubblico ottenuta dall’opera, una breve recensione di Christian Garve sulla rivista Göttingische Anzeigen von gelehrten Sachen, edita dopo l’intervento del redattore Johann Georg Heinrich Federche che aveva reso la già superficiale analisi anche arrogante. Gli interpreti kantiani hanno dibattuto a lungo sull’esigenza che ha spinto Kant a scrivere l’opera e, sostenuti dal suo carteggio con l’editore, oggi concordano sulla volontà di rispondere ad un doppio intento: da un lato egli sentiva la necessità di presentare una specie di compendio/estratto della Critica della ragion pura2, che si rendeva conto esser «arida, oscura, in contraddizione con tutti i concetti abituali e, per di più, ampia»3; dall’altro voleva polemicamente rispondere alla stessa recensione che, a suo avviso, aveva sminuito la sua opera e il suo pensiero senza aver posto ragionata attenzione al testo.

Le due esigenze si conciliano parzialmente nella consapevolezza dell’autore che sia necessaria un’introduzione, non tanto alla Critica della ragion pura, ma alla originalità della sua filosofia critica (o trascendentale) come nuova scienza. La novità non era stata colta e il suo pensiero era stato interpretato dai pochi che avevano letto la Critica, come un’ennesima riproposizione di un idealismo di stampo berkeleyano4. Nasce così questa “post-introduzione” dove Kant ripresenta il progetto generale della Critica; se lì aveva utilizzato il metodo sintetico, ovvero quello che partendo dall’esame dei principi stessi, dalle condizioni, giunge al condizionato con il vantaggio di mostrare la completezza e omogeneità del sistema della ragione, qui viceversa sceglie di procedere analiticamente, ossia in modo regressivo, partendo dagli esempi, dal condizionato, fino a giungere ai principi5.

Indagare la questione del principio è doppiamente centrale e costitutivo di questo testo: se la metafisica è per sua natura la scienza dei principi, il filosofo prussiano fa un passo ancora più indietro e sottolinea che per poter solo parlare di una metafisica sia necessario innanzitutto interrogarsi sulle sue fondamenta, e che proprio questo è il problema che va trattato per primo. Occupandosi delle condizioni di possibilità della metafisica, i Prolegomeni sono sì un discorso preliminare, ma un discorso preliminare alla metafisica stessa, una «metafisica della metafisica», come la definisce Hohenegger6: non vogliono esporre una scienza data e si rivolgono ai futuri maestri, ovvero a coloro che, solo dopo che si sarà giunti a qualche punto conclusivo di questa indagine, potrebbero dar concretezza alle coordinate che Kant sta fornendo per trovare una metafisica. Kant aveva già definito la filosofia critica come il mezzo per purificare la nostra ragione, lo strumento con cui la ragione può analizzare se stessa e che deve essere necessariamente preliminare ad ogni indagine: se i Prolegomeni sono propedeutici a questa analisi, diventano una vera e propria “propedeutica della propedeutica”. Già da questo brevissimo accenno sembra evidente che ogni affermazione sulla metafisica sia inevitabilmente legata al ruolo che Kant vuole attribuirle nel suo sistema, al sottile rapporto che essa intrattiene con la critica della ragione, al limite che demarca l’uso legittimo della ragione da quello non legittimo. Kant in questo testo è totalmente proteso a dare qualche definizione di questo limite e a mostrare così in quale senso la sua intera filosofia trascendentale debba essere considerata un superamento di dogmatismo e scetticismo da un lato, ed empirismo e razionalismo dall’altro. E prova a farlo riprendendo e sciogliendo nuovamente la domanda chiave del suo sistema: “è possibile conoscere per pura ragione?”.

È nel tentativo di dare risposta a tale questione che il filosofo torna a Hume e al momento in cui si è accorto che tutto ciò che la metafisica (colei che per eccellenza vanta di poter affermare qualcosa a priori) aveva sostenuto fino a quel momento non aveva maggior consistenza e solidità di un castello di sabbia:

Aristotele dice in qualche luogo “vegliando noi abbiamo un mondo comune; ma sognando ciascuno ha il suo mondo”. A me sembra che si possa invertire l’ultima proposizione e dire: quando di diversi uomini ciascuno ha il suo proprio mondo, è da desumere che sognino7.

Qual è quindi il sogno da cui era necessario esser svegliati? Naturalmente la metafisica stessa. Kant argomenta mostrando come ogni pensatore abbia creduto di poter affermare qualcosa sul mondo costruendo il proprio edificio teorico: l’incomunicabilità e l’inconciliabilità di tutti questi sistemi sono già da soli indice della vacuità e sterilità dei concetti che pretenderebbero di far valere.

Proviamo a seguire più da vicino l’analisi di David Hume, quella che condurrà all’argomento che sarà poi noto come il problema dell’induzione8. Nella Ricerca sull’intelletto umano Hume aveva posto al vaglio la legittimità delle conoscenze metafisiche partendo dall’analisi di un suo  fondamentale concetto, la connessione di causa e di effetto. È il principio di causalità a far incontrare prima, e nettamente separare poi, il pensiero di Kant e quello di Hume. Il modo differente in cui lo interpretano rispecchia e conduce al tempo stesso alle due diverse conclusioni a cui giungono sulla natura umana, sul rapporto tra intelletto e mondo e sul valore e possibilità della conoscenza.

Hume riprende per la sua indagine la distinzione, operata da Leibniz, degli oggetti della ragione in due specie: relazione tra idee e materie di fatto9. La conoscenza nella prima specie si basa sul principio di identità che permette la dimostrazione a priori, oggettiva ed universale e che conduce all’evidenza tipica, ad esempio, delle conoscenze matematiche. Rispetto alla seconda specie, la conoscenza si basa sulla relazione di causa effetto (o principio di ragion sufficiente, come lo definì Leibniz); siamo qui nel campo proprio dei fatti del mondo, dove il contrario di ciò che accade è sempre possibile. Nonostante la portata minore della certezza nella materia di fatto, Hume nota che l’uomo mostra una sicurezza rispetto ai fatti del mondo (siamo convinti che il sole sorgerà, che una voce al buio è indice di una persona che parla, che una palla da biliardo ne muoverà un’altra colpendola…) e, nella necessità di spiegare questa confidata attendibilità, egli focalizza l’attenzione sull’origine del nesso causale10.

Nella sezione IV delle Ricerche, denominata Dubbi scettici sulle operazioni dell’intelletto, Hume  conclude che non può essere un ragionamento a portarci a derivare, né a priori, né a posteriori, che dato un evento (A), ne seguirà necessariamente un altro (B): non può essere a priori perché altrimenti dato A sapremmo derivare B dalla sola analisi di A; non può essere nemmeno a posteriori perché è di solito necessario un certo numero di casi in cui A e B siano associati per permetterci di fissare il nesso causale; mentre se fosse l’esperienza ad istruire, già solo dopo una volta in cui A è seguito da B dovremmo inferire che l’uno dipende necessariamente dall’altro. Lo scetticismo di Hume si impernia proprio nella constatazione che non può essere la ragione a dare questa garanzia:

Se, pertanto, esitate un momento, o se, dopo aver riflettuto, mettete davanti qualche argomento intricato o profondo, voi, in qualche modo, date per perduta la partita e riconoscete che non è il ragionamento che ci spinge a supporre che il passato renda simile a se il futuro e che ci costringa ad attenderci effetti simili da che sono, all’apparenza, simili11

Da «filosofo, che partecipa in qualche modo al desiderio del sapere, per non dire a scetticismo» Hume vuole conoscere il «fondamento di questa inferenza»12, e proseguendo nella sua ricerca offre nella V sezione una Soluzione scettica di questi dubbi: c’è un «principio di eguale peso ed autorità»13 degli argomenti della ragione a guidare la vita nella prassi e spingere l’uomo a credere che la natura si mantenga sempre uguale a se stessa, tale principio prende il nome di consuetudine o abitudine (custom or habit). Per Hume il problema non è affatto di natura pragmatica, ma epistemologica. Egli è un empirista e ritiene che tutta la conoscenza umana derivi esclusivamente dai sensi e dall’esperienza, e l’esame del nesso causale non ha lo scopo di inficiare questa convinzione, ma evidenzia il fatto che la conoscenza così raggiunta è priva di garanzia di oggettività e universalità: per il bambino, lo stolto, l’anziano e perfino per lo scienziato ciò non costituisce una ragione di turbamento, anche se il sole potrebbe non sorgere domani l’uomo continua a provare il sentimento14 che gli fa credere che ciò accadrà. Hume fa tremare il palazzo della metafisica, mostra che le fondamenta sono soltanto apparenti, ma la soluzione che ne dà non può soddisfare Kant. Il sentimento della credenza, che soggiace alla necessità causale, non solo non può dar fondamento alla metafisica, ma porta Hume al punto di delineare una scienza priva della possibilità di fare previsioni certe, togliendo alle leggi di natura ogni apodittica apriorità.

Qui si deve quindi fermare l’omaggio allo scozzese e può prendere avvio la critica della ragion pura. Kant si assume in prima persona l’onere di avventurarsi nella ragione e attraverso la ragione stessa fare un’analisi che porti a stabilire principi e leggi:

Anche questi [Hume] però non ebbe presentimento alcuno di una scienza formale cosiffatta, ma, per mettere al sicuro il suo legno, lo trasse a spiaggia (lo scetticismo), dove poteva rimanersene a marcire: invece di che a me importa di dargli un pilota che, munito di una completa carta nautica e una bussola, possa con sicurezza guidarlo dove gli pare, secondo i sicuri principi dell’arte nautica tratti dalla conoscenza del globo15.

Primo passo per costruire la metafisica come scienza formale è secondo Kant indicarne una caratteristica che possa permettere di distinguerla dalle altre scienze: essa deve essere «conoscenza pura, [non derivata dall’esperienza] filosofica [quindi discorsiva]», da ciò egli fa conseguire che debba essere di necessità costituita di giudizi sintetici a priori16. Per comprendere cosa intenda con questa affermazione, è necessario esporre brevemente la topica e celebre distinzione kantiana dei due tipi di giudizio: gli analitici sono «esplicativi»17, non costituiscono conoscenza, ma affermano nel predicato ciò che era già contenuto non esplicitamente nel soggetto (ad es. tutti i corpi sono estesi), sono sempre a priori e corrispondono alle relazioni tra idee di cui aveva parlato Hume; i sintetici sono invece «estensivi»18, sono i soli che producono e ampliano conoscenza perché aggiungono con il predicato qualcosa che non era già contenuto nel soggetto e che non poteva essere dunque semplicemente tratto da esso (ad es. alcuni corpi sono pesanti), questi corrispondono alle materie di fatto, ma Kant aggiunge che non solo possono essere costruiti a posteriori, ma anche a priori19.

La grande novità che egli ritiene di aver scoperto, e che era sfuggita all’«acuto uomo» 20, ossia a Hume, è che tutta la matematica non è costituita da giudizi analitici, bensì è, nella sua peculiarità di scienza, totalmente sintetica e quindi, nella suddivisione operata dallo scozzese, essa rientrerebbe sotto il tipo di conoscenza della materia di fatto. Con una lunga argomentazione21, viene mostrato come ogni conoscenza matematica non proceda semplicemente «da concetti, ma sempre e soltanto con la costruzione dei concetti» 22; non è possibile derivare il predicato dal soggetto senza che si faccia riferimento ad un elemento mediano che egli identifica in un’intuizione. Nell’operazione di somma di cinque e sette, il dodici non si ottiene pensando semplicemente i concetti di cinque e sette: «per girar e rigirar, che facciamo, il nostro concetto, noi non potremmo mai, senza ricorrere all’intuizione, trovare la somma per mezzo della pura analisi dei nostri concetti» 23È qui che si colloca l’errore di Hume, se egli si fosse accorto che la matematica non basa il suo fondamento sul principio di contraddizione (seppur sempre soddisfacendolo) non avrebbe potuto porre anche questa sotto il precario e incerto sentimento della credenza, pena la perdita di oggettività, necessità e universalità; non si sarebbe accontentato della sua soluzione scettica e avrebbe proseguito la sua analisi in cerca di qualcosa che oggettivasse la conoscenza sintetica.

La matematica offre quindi a Kant il primo esempio di conoscenza sintetica pura e può esser presa come punto di partenza per rispondere alla questione centrale circa la possibilità della conoscenza per pura ragione. È necessario quindi riformulare la domanda: non bisogna indagare se tal conoscenza sia possibile (è assunta già come certa, la matematica rimane indubitabile), ma come sia possibile. Kant argomenta che nelle conoscenze matematiche l’apriorità è garantita da una intuizione pura, e questa rappresenta la parte formale dell’intuizione sensibile, mentre la materiale è data dall’oggetto che viene intuito: spazio e tempo, le intuizione pure, ci sono dati prima delle cose perché sono la condizione di possibilità dell’intuizione stessa. Gli oggetti possono essere esperiti solo come fenomeni e quindi solo nel rapporto con la nostra sensitività: intuiamo le cose come ci appaiono e non come sono in sé, ma non possiamo non intuirli che attraverso queste forme a priori della sensibilità, che divengono una condizione di possibilità dell’intuizione stessa. 24

La questione dell’origine della necessità causale viene però risolta da Kant attraverso il secondo esempio di scienza pura che presenta nei Prolegomeni: la scienza pura della natura. La fisica consta infatti di una parte totalmente svincolata dall’esperienza (non che ne prescinda in senso assoluto, in quanto questa parte a priori sarà derivata da ciò che rende possibile l’esperienza), ossia di una serie di leggi a cui necessariamente i fenomeni sono sottoposti. Questa parte è quella che egli espone attraverso la Tavola Fisiologica pura dei princìpi universali della scienza della natura 25. La tavola è la terza di quelle da lui proposte e viene ricavata dalla prime due. La prima è quella dei giudizi: se pensare è giudicare, ossia unire predicati a soggetti, esaminando i diversi modi in cui si giudica si ottene l’intera gamma di possibilità in cui un predicato può essere dato ad un soggetto 26, ci sono così quattro classi di giudizio declinate in tre parti ognuna. Dai differenti modi di giudicare è possibile derivare le dodici categorie che formano la seconda tavola 27. A costruire il giudizio è l’intelletto che sussume il materiale empirico (già intuito come fenomeno, dunque sotto la rappresentazione di spazio e tempo) sotto una specifica categoria, organizzando e formando l’esperienza stessa. I giudizi d’esperienza constano di una parte materiale (data dall’intuizione) e di una formale (le categorie): come spazio e tempo erano la componente pura e a priori dell’intuizione, così le dodici categorie sono quella dell’intelletto; come spazio e tempo erano la condizione di possibilità dell’intuizione, così le categorie sono la condizione di possibilità dell’esperienza.

La categoria di causa fa parte della classe di categorie che si occupano della relazione tra i fenomeni e Kant può dare la sua soluzione: noi non troviamo la necessità nell’esperienza, ma al contrario siamo noi a darla, e non possiamo fare altrimenti. È proprio e specifico del nostro intelletto operare organizzando ciò che viene intuito in giudizi tramite le categorie e, di nuovo in parallelo con la matematica, è la ragione a fornire l’apriori necessario a garantire la possibilità di una scienza pura della natura. La fisica formale, o principi fisiologi, o leggi della natura, come la si voglia chiamare, è direttamente ottenuta dalle categorie: fenomeni in successione, ad esempio, saranno sempre sussunti sotto il concetto di effetto in relazione ad una causa, come la regola del giudizio ipotetico prescrive, che tutto ciò che avviene sarà sempre predeterminato da una causa, ed è una legge di natura. È solo definendo la natura come insieme dei fenomeni, ossia degli oggetti dell’esperienza, che è possibile conoscerla: «se natura significasse l’esistenza delle cose in sé, non potremmo conoscerla mai né a priori né a posteriori»28. Non sarebbe possibile la conoscenza a priori, dal momento che a priori potrei conoscere solo ciò che è nel mio concetto e non nelle cose in sé; non sarebbe nemmeno possibile a posteriori, perché dovrei poter conoscere, attraverso l’esperienza, leggi che apparterrebbero alle cose in sé anche a prescindere dalla mia esperienza, ma l’esperienza può mostrare solo come esistono le cose e non come dovrebbero necessariamente esistere secondo leggi a priori. La natura è dunque resa possibile materialmente dalla nostra sensitività che, eccitata dagli oggetti che le sono in sé sconosciuti, forma i fenomeni che la costituiscono e formalmente dal nostro intelletto, che può pensare solo organizzando il materiale dell’intuizione sotto le regole delle categorie. La conoscenza delle leggi di natura può essere sintetica a priori perché «la possibilità dell’esperienza in generale è dunque nello stesso tempo la legge universale della natura» 29. Così Kant, superando le vane pretese di razionalisti ed empiristi, può scalzare anche il dubbio scettico di Hume. Egli può affermare di aver trovato nel soggetto stesso l’oggettività e universalità della scienza a cui Hume aveva rinunciato:

Sono ben lontano dal ritenere questi concetti soltanto come prodotti dell’esperienza, e la necessità che si presenta in essi, come attribuita loro a torto e come semplice apparenza che una lunga abitudine fa balenare dinanzi ai nostri occhi; ho invece dimostrato a sufficienza che essi e i princìpi che ne derivano, stan saldi a priori, prima di ogni esperienza, ed hanno una loro indubitabile oggettiva esattezza, ma sì soltanto in riguardo all’esperienza 30

Nella sua soluzione al dubbio di Hume vi è l’occasione per sottolineare il punto su cui, come si è detto, Kant nei Prolegomeni chiedeva di essere meglio compreso: l’accusa di idealismo. Quando egli afferma che la validità delle categorie può essere “soltanto in riguardo all’esperienza” vuole sottolineare che le categorie possono essere applicate solo al materiale fenomenico, in quanto ne rappresentano la stessa condizione di possibilità, e in nessun caso sarà possibile riferirle al noumeno (la cosa in sé), pena cadere nella tradizionale e inammissibile metafisica. Se, riprendendo i concetti classici della filosofia, si vuol parlare di idealismo, esso deve essere detto trascendentale: con questo termine Kant stesso designa «ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti, in quanto questa deve essere possibile a priori»31. Idealismo che non mette in dubbio l’esistenza del quid (la cosa in sé), che deve al contrario in qualche modo essere qualcosa che entra a contatto con la nostra sensibilità per produrre il fenomeno, ma lo lascia come totalmente inconoscibile, indeterminabile, in quanto al di là dell’esperienza e del campo di applicazione delle categorie, cioè di ciò che rende possibile ogni forma di conoscenza.

In questa sede si voleva ripercorrere l’analisi del principio di causalità nelle due concezioni di Hume e di Kant, si è scelto di farlo attraverso gli occhi del secondo, dunque, di necessità, in modo non imparziale. Lui, vissuto dopo, ha la possibilità di leggere Hume, di esserne ispirato e di porre delle obiezioni. Benché non si abbia qui il proposito di tentare la possibilità di controbattere con Hume alle critiche poste da Kant, ciò non deve essere inteso come una presa di posizione tra i due. L’analisi del principio di causa effetto è un’occasione, per Kant stesso, di tentare un’esposizione più chiara del proprio sistema, e riproponendola si crede di aver colto un punto centrale dell’opera: infatti, nonostante nella seconda parte del testo Kant provi a delineare una risposta alla possibilità della metafisica, la questione rimane aperta.

 

Bibliografia

I. Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che potrà presentarsi come scienza, Roma-Bari, Laterza, 2009.

I. Kant, Critica della ragion pura, Torino, Utet, 2005.

D. Hume, Ricerca sull’intelletto umano, Roma-Bari, Laterza, 2009.

P. Spinicci, Lezioni sui prolegomeni ad ogni futura metafisica che vorrà presentarsi come scienza, Le parole della filosofia, I, 1998. (Consultato il 5 febbraio 2015). Disponibile all’indirizzo: <https://docs.google.com/document/d/1cy0S_5E1mYfcApY5QA-r6Yxh6xGj_DKHMANsd57DHIc/edit>

J. Ladyman, Filosofia della scienza, Roma, Carocci, 2014.

F. Adorno, T. Gregory, V. Verra, Manuale di storia della filosofia, vol. II, Roma­-Bari, 2010.

 

 

 

  1. I.Kant (2009), p.13.
  2. Hoenegger evidenzia che probabilmente Kant non definì mai compendio ciò che aveva intenzione di scrivere, è il suo editore J. F. Hartknoch a riferirsi al progetto con questo appellativo. Hohenegger mostra anche come sarebbe contrario allo stesso spirito del testo, e all’idea di filosofia di Kant, l’essere un compendio manualistico: indagando la possibilità della metafisica, i Prolegomeni devono fornire innanzitutto delle risposte e mettono da parte il modello matematico/sillogistico su cui tradizionalmente si basava la dimostrazione in filosofia. I. Kant (2009), p. VII.
  3. ivi, p. 13.
  4. G. Berkeley ha teorizzato una posizione idealista per cui tutto ciò che esiste ha una natura spirituale, ed arriva a negare l’esistenza di oggetti materiali indipendenti dalla mente tanto che la sua posizione è spesso sintetizzata nella sua massima «Esse est percepi». F. Adorno, T. Gregory, V. Verra (2010), pp. 265-271.
  5. Il riferimento alla contrapposizione dei due metodi nelle due opere va considerato soltanto nel piano espositivo della scienza, non nel modello realmente utilizzato per la sua costruzione. L’analitico è il metodo che Newton ha utilizzato per la scienza naturale e viene scelto da Kant per i Prolegomeni perché gli appare il più adatto a catturare l’attenzione del pubblico.
  6. I. Kant (2009), p. XVIII.
  7. P. Spinicci (1998), Lezione I.
  8. Il metodo induttivo è caratterizzato dal fatto di partire dall’esperienza e giustificare su di essa le generalizzazione a cui giunge, al contrario del deduttivo che ricava invece il particolare dall’universale. A partire da Bacone e passando per la Rivoluzione scientifica è considerato il metodo della scienza; per un approfondimento della storia del metodo induttivo, delle obiezioni e delle relative risposte si rimanda ai capp. 1-2 di J. Ladyman (2007).
  9. F. Adorno, T. Gregory, V. Verra (2010), pp. 216-217.
  10. D. Hume (2009), pp 37-39.
  11. ivi, p. 61.
  12. ivi, p. 59.
  13. ivi, p. 65.
  14. Hume, nella Ricerca, si riferisce alla credenza definendola «feeling».
  15. I. Kant (2009), p.17.
  16. ivi, pp.25-26. Il corsivo è di Kant. Nel testo Kant stesso rimanda alla Critica della Ragion Pura per maggior chiarezza sulla differenza tra conoscenza pura matematica e conoscenza pura filosofica.
  17. ivi, p.27.
  18. ibidem.
  19. ivi, pp.25-41
  20. ivi, p. 37
  21. ivi, pp.31-41
  22. ivi, p. 35.
  23. ivi, p.
  24. ivi, p. 79. Ciò garantisce la perfetta applicazione delle proposizioni geometriche al mondo, è lo «spazio del pensiero che rende possibile quello fisico». La geometria è costituita interamente della forma (lo spazio) grazie a cui, attraverso il senso esterno, percepiamo necessariamente gli oggetti, e l’aritmetica è costruita a partire dalla forma (il tempo) attraverso cui percepiamo gli oggetti del senso interno.
  25. ivi, pp.117-119.
  26. Kant riprende la tavola dai manuali di logica.
  27. Si riporta la tavola trascendentale dei concetti intellettivi presente nei Prolegomeni. Secondo la quantità: unità, pluralità, totalità; secondo la qualità: realtà, negazione, limitazione; secondo la relazione: sostanza, causa, comunanza; secondo la modalità: possibilità, esistenza, necessità. Ivi, p.115.
  28. ivi, p.95.
  29. ivi, p. 151.
  30. ivi, p. 133.
  31. I. Kant (2005),p. 90.

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