Sommovimenti del pensiero: la teoria delle emozioni di Martha Nussbaum

.Il titolo originale de L’intelligenza delle emozioni di Martha Nussbaum è Umpheaval of Thought: The Intelligence of Emotions, nella traduzione italiana si è persa la citazione di Proust «Sommovimenti del pensiero» (soulèvements géologiques de la pensée) che illustrava certamente meglio il rapporto tra intelligenza e emozioni. Le emozioni infatti non si limitano ad avere una qualche forma di intelligenza, ma agiscono sul pensiero scuotendolo, sollevandolo, dandoci motivazioni per agire o non agire. Le emozioni dunque, in quanto “sommuovono” l’agire umano, sono una parte fondamentale, troppo spesso ignorata, della filosofia morale. Il compito che la filosofa statunitense si prefigge è un’analisi multidisciplinare delle emozioni, del loro ruolo nella nostra vita spirituale e sociale, nello sviluppo e nella salute psicologica e nel senso che scegliamo di dare alla nostra vita. Benché ogni emozione abbia le sue caratteristiche specifiche, il suo significato, i suoi pregi, i suoi difetti, tutte le emozioni sono strettamente imparentate tra di loro. Verranno in seguito presentate, secondo la lettura di Nussbaum, le caratteristiche comuni a tutte le emozioni e il loro ruolo e significato generale per l’essere umano.

L’amore provoca così nel pensiero dei veri e propri sommovimenti geologici. In quello del signor Charlus, che – qualche giorno prima – somigliava a una pianura così uniforme che fino ai limiti estremi egli non avrebbe potuto scorgere un’idea sola levarsi dal suolo, erano sorte d’improvviso, dure come la pietra, catene di montagne […] dove si torcevano in gruppi giganteschi e titanici il Furore, la Gelosia, la Curiosità, l’Invidia, l’Odio, la Sofferenza, l’Orgoglio, lo Spavento e l’Amore.1

Emozioni come giudizi di valore

Nussbaum afferma che le emozioni non sono, come sostiene una certa tradizione, “incontrollabili venti irrazionali” 2, ma, come indicato prima di lei da Aristotele, gli stoici, Spinoza, Descartes, Hume e Smith 3 sono intimamente costituite da elementi cognitivi, e possono essere definite come reazioni intelligenti alla percezione del valore (ovvero sono un tipo particolare di giudizi di valore). In quanto giudizi, esse comprendono un elemento valutativo, e non si tratta di operazioni cognitive complesse, ma in genere di semplice ricezione ed elaborazione di informazioni che non richiedono un’autocoscienza riflessiva. 4

Il valore viene attribuito a oggetti o persone ritenute importanti per il soggetto in questione ma che, in quanto esterni, sfuggono al suo controllo. Ma dal momento che hanno questa importanza, il soggetto nutre verso di loro un insieme di bisogni e di aspettative che li rende parte del suo insieme di fini. Da questi fini dipende quella che Nussbaum definisce «prosperità personale»: il poter scegliere liberamente ciò che riteniamo importante e legarvi i propri progetti. Questo delegare parte della propria vita a elementi esterni è un’ammissione di fragilità, di bisogno, di incompletezza. 5

Le emozioni hanno un oggetto intenzionale

Una delle caratteristiche delle emozioni è il fatto di essere in relazione con il loro oggetto. Si tratta di un oggetto intenzionale, ovvero che appare nel modo in cui noi lo interpretiamo. L’intenzionalità è un concetto scolastico introdotto nella riflessione psicologica e filosofica contemporanea da Franz Brentano 6, e viene definita come l’attitudine costitutiva del pensiero (e abbiamo visto come le emozioni contengano elementi di pensiero) ad avere sempre un contenuto, a dirigersi necessariamente verso un oggetto, senza il quale il pensiero stesso non sussisterebbe. 7 Secondo Brentano infatti:

ogni fenomeno psichico contiene qualcosa in sé come oggetto […] nel giudizio qualcosa è accettato o rifiutato, nell’amore qualcosa viene amato, nell’odio odiato, nel desiderio desiderato 8

Sebbene spesso ci sentiamo passivi e ci pare di non avere nessun controllo sulla nostra vita emotiva, in realtà siamo noi a qualificare in modo attivo l’oggetto delle nostre emozioni: le nostre emozioni sono un modo (il nostro) di vedere quell’oggetto (che può anche essere immaginario).

Le emozioni hanno un contenuto cognitivo 

Le emozioni sono certamente accompagnate e formate da elementi non cognitivi (come ad esempio sensazioni, qualia, rappresentazioni dell’immaginazione, reazioni corporee) ma secondo Nussbaum nessuno di questi elementi può essere specifico di una determinata emozione al punto da identificarla e distinguerla dalle altre emozioni. 9 Queste discriminazioni si possono effettuare solo analizzando il pensiero che contengono, dal momento che la credenza è la condizione necessaria e componente fondamentale delle emozioni. 10

Le credenze contenute nelle emozioni e il modo in cui vengono visti gli oggetti intenzionali delle medesime, sono relativi al valore dell’oggetto in questione, ovvero all’importanza che esso ricopre nella vita della persona e a quanto sia legato ai suoi progetti e fini. Ma questo non implica che gli oggetti (o persone) siano considerati come semplici mezzi per i propri fini: essi possono essere caricati di valore intrinseco ed essere considerati a loro volta come fini (l’amore ad esempio è un’emozione che non può essere considerata in ottica meramente utilitaristica, non si amano i propri figli solo in base ai progetti che si legano a loro ma li si ama anche, o soprattutto, in quanto figli ovvero persone amate incondizionatamente.).

Le emozioni sono eudaimonistiche

Nussbaum definisce «eudaimonistico» 11 ciò che concerne il prosperare di una persona, ovvero l’insieme dei suoi fini e progetti. L’oggetto delle emozioni è molto spesso legato a quei fini, tranne in alcuni casi, come ad esempio lo stupore. Le emozioni saranno tanto più urgenti e intense quanto più il loro oggetto verrà ritenuto importante, ovvero eudaimonisticamente legato ai propri fini. Questo attaccamento implica che tutte le emozioni esprimono un qualcosa di comune, si tratta di un insieme di reazioni a un «amore di fondo» per quegli oggetti e persone che riteniamo importanti.

Una teoria neostoica delle emozioni

Gli Stoici offrivano una teoria delle emozioni (passioni) nella quale esse erano considerate come giudizi: giudizi errati che Crisippo definiva «distorsioni della ragione» 12 . Per gli Stoici un giudizio è l’assenso a un’apparenza, ovvero l’accettare (o negare o ignorare) un determinato stato di cose.13 Questo assenso è sempre volontario, ma l’oggetto delle nostre emozioni sfugge invece al nostro controllo (gli Stoici, ad esempio, non consideravano un’emozione la gioia che proviamo per qualcosa che è sotto il nostro controllo). Nussbaum nega però che l’oggetto debba sfuggire per forza al nostro controllo, dato che possiamo provare emozioni anche per un’intuizione inaspettata frutto di un nostro ragionamento.

Nussbaum definisce la sua teoria delle emozioni «neostoica» in quanto riprende molti elementi di quella stoica: entrambe considerano le emozioni particolari tipi di giudizio aventi oggetti in genere incontrollabili e che consistono nel dare un assenso a uno stato di cose che, secondo la filosofa di New York, «lacera la mia autosufficenza»14 Ma vi sono anche molte differenze essenziali tra i due pensieri: la scuola stoica elabora la sua  teoria delle emozioni allo scopo di poterne fare a meno, mentre l’intento di Nussbaum è radicalmente diverso. Alcune emozioni (come ad esempio vergogna, disgusto, gelosia) in certe circostanze andrebbero considerate con sospetto, se non addirittura rimosse (in particolare nel diritto e nelle politiche pubbliche). Ma oltre questi casi limitati, Nussbaum non condivide il progetto stoico di liberazione dalle emozioni, ma l’esatto contrario: intende delineare una cultura politica che favorisca e protegga la vita emotiva di tutti i cittadini e invita a coltivare attivamente alcune emozioni particolarmente rilevanti in campo etico, come amore e compassione.

Un’altra differenza con la teoria stoica è il riconoscere da parte di Nussbaum una maggiore passività del soggetto davanti alle emozioni: l’assenso è volontario ma spesso è forzato dalle circostanze. Pur ammettendo che esista un individuo come il saggio stoico15 che riesca a liberarsi da ogni emozione (rinunciando ad avere fini nel mondo esterno), per il quale l’assenso è veramente volontario, questo non è il caso degli esseri umani nei termini in cui ne parla la filosofa statunitense: la vita emotiva è una parte essenziale della loro umanità, del senso della loro vita, dello stare in società, dell’avere degli scopi nel mondo.

La teoria neostoica include anche gli animali. Anche le loro emozioni hanno un contenuto cognitivo anche se non formulabile linguisticamente. Essi hanno una ricca vita cognitiva, una razionalità che permette loro di fare valutazioni e apprendere importanti notizie sul mondo.

Controllo delle emozioni e rapporto con il mondo

Quel che il confronto tra teoria stoica e neostoica illustra bene è il carattere attivo da una parte e passivo dall’altra del rapporto tra individuo e emozioni. Rapporto che media quello tra individuo e mondo: le emozioni cercano di adattarsi al mondo per assimilare gli eventi e per rappresentarci in modo adeguato ciò che conta e ha valore (questo è un aspetto importante della loro funzione adattativa). Infatti, secondo Nussbaum, «Le emozioni sono interazioni con un mondo che ci sta profondamente a cuore, interazioni che possono completarci o farci a pezzi»16. Il mondo penetra il Sé nell’emozione per via cognitiva attraverso le nostre percezioni e credenze su ciò che è importante 17. Da una parte subiamo l’azione del mondo, dall’altra siamo noi tramite il valore che attribuiamo agli oggetti a determinare il peso di quest’azione, secondo Camus infatti:

L’individuo non può nulla, e, nondimeno può tutto.[…]è il mondo che lo sminuzza ma sono io che lo libero, e che gli attribuisco tutti i suoi diritti. 18

E possibile agire attivamente sul valore dato a questi oggetti, ricalibrando il loro ruolo rispetto ai nostri fini, e in questo modo attenuare (aspetto molto importante in psicologia terapeutica) o anche aumentare l’intensità delle proprie emozioni. Non si tratta di un processo facile. Cambiare i propri fini può essere molto doloroso in quanto essi fanno parte della nostra identità. Nussbaum descrivendo l’episodio della morte della madre illustra chiaramente questo aspetto: «non è un braccio o una gamba ma il senso della nostra vita a patire il dolore del lutto».19 Il superamento e l’accettazione del dolore per la perdita della persona amata avviene tramite la (dolorosa) rimozione di fini, progetti che prima erano legati ad essa.

Emozioni tra autoreferenzialità e legami con gli altri

Un aspetto che non va mai dimenticato è che le emozioni sono totalmente intime, personali e hanno una spiccata componente autoreferenziale. Sono le «mie emozioni», i «miei giudizi di valore», riguardano la «mia vulnerabilità», il senso della «mia vita». Ad essere caricato di valore è il proprio mondo, ciò che ci sta immediatamente intorno. Adam Smith osservava ironicamente che il sapere che domani perderemo un mignolo ci provocherebbe emozioni molto più intense e sentite rispetto alla notizia della devastazione della Cina da parte di un terremoto, 20 ma seguendo la teoria neostoica questo non ci rende cattive persone, è del tutto naturale che l’uso di un dito sia più immediatamente collegato ai nostri progetti e fini rispetto al benestare di persone che mai vedremo e con cui probabilmente mai entreremo in contatto.

Questi aspetti moralmente contraddittori delle nostre tendenze emotive possono essere secondo Nussbaum affrontati (e risolti) per via del fatto che le emozioni sono legate all’immaginazione, spesso più sono intense e più l’evento che ci raffiguriamo è percettivamente denso. Questo permette di far rientrare nella propria sfera emotiva anche oggetti che sono distanti, rappresentandoli nell’immaginazione. In questo modo anche i terremotati cinesi possono essere umanizzati, e tramite la compassione, si può creare un legame con essi.

Emozioni e Umanità

In sintesi, la teoria delle emozioni di Martha Nussbaum le presenta, in generale, come reazioni intelligenti riguardo a stati di cose (oggetti intenzionali) che in genere sfuggono al nostro controllo (e rivelano la nostra fragilità, incompletezza, umanità), oggetti che ci stanno particolarmente a cuore e sono legati ai nostri fini, alla nostra prosperità personale, al senso della nostra vita. Il fatto che le emozioni siano caratterizzate da giudizi (o intrecci di giudizi) le rende controllabili, affrontabili sul piano del pensiero. La filosofia morale e tutte le sue applicazioni, per capire aspetti importanti del nostro agire e modificarne altri problematici, dovrà dunque analizzare i giudizi caratteristici di ogni singola emozione, e decidere quali «coltivare» e quali trattare con estrema cautela, per costruire una società democratica in cui l’umanità e i fini importanti per ogni singolo individuo possano «fiorire» liberamente. Questo è ciò che la filosofa statunitense prova a realizzare in tutti i suoi scritti di cui L’intelligenza delle emozioni è il fondamentale punto di partenza.

Bibliografia:

Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, Bologna, il Mulino, 2004.
Mauro Bonazzi, Loredana Cardullo, Giovanni Casertano, Emidio Spinelli, Franco Trabattoni, Filosofia antica, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2005.
Alfredo Brancucci, Coscienza e Neuroscienze, Roma, Bulzoni, 2009.
Albert Camus, Le mythe de Sisyphe, Gallimard, 1942.

Note:

  1. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Sodoma e Gomorra, citato in M. C. Nussbaum, op. cit., p. 2.
  2. Nussbaum effettua un confronto serrato tra la sua teoria e la teoria “antagonista” che sostiene che le emozioni siano elementi ciechi, animali, puramente corporei, irrazionali, senza oggetto. Si tratta di una tradizione di stampo empirista che ha una lunga storia e che è ancora molto influente nel diritto e nelle politiche pubbliche in particolare grazie alla psicologia cognitiva (cf. M. C. Nussbaum, op. cit., pp. 44-46.)
  3. Ivi, p. 55.
  4. Ivi, p. 42.
  5. Ivi, p. 40
  6. Alfredo Brancucci, op. cit., 2009, p. 36.
  7. Nicola Abbagnano, Linee di storia della filosofia, III vol., Paravia, Torino 1960, p. 182.
  8. Franz Brentano, Psychologie vom empirishen Standpunkt. Dunker und Hemboldt, 1874 citato in A. Brancucci, op. cit., p. 36.
  9. M. C. Nussbaum, op. cit., p. 102.
  10. Ivi, p. 102.
  11. Nussbaum precisa che l’uso corrente del termine greco è riferito in genere a quelle dottrine che perseguono come fine la felicità intesa come bene supremo, ma questo uso è riduttivo: il significato originario del termine si riferisce a qualsiasi tipo di bene (cf. note p. 52). Inoltre, contro Aristotele, Nussbaum sostiene che, secondo la sua interpretazione del concetto di eudaimonia, i fini devono poter essere determinati da ogni singolo individuo e non possono dunque essere imposti agli altri (cf. p. 53.). Bisogna anche evitare di fare confusione tra il fatto che un oggetto rappresenti un bene per noi e il fatto che sia buono: le cose che amiamo non sono per forza buone, e non è la bontà la base di alcune nostre emozioni: non amiamo i nostri genitori o figli perché sono buoni, non è solo il loro lato buono che ci è caro.
  12. AA.VV. Filosofia antica, pp. 284-292.
  13. M. C. Nussbaum, op. cit., p. 58.
  14. Ivi, p. 68.
  15. AA.VV. Filosofia antica, pp. 283-284.
  16. M. C. Nussbaum, op. cit., p. 104.
  17. Ivi, p. 105.
  18. Albert Camus, op. cit., p. 120. Traduzione italiana di Attilio Borelli: Il mito di Sisifo, Bompiani, 2001.
  19. M. C. Nussbaum, op. cit., p.105.
  20. Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Milano, Rizzoli, 1995 (1759), pp. 293-294.

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