Lo Straniero amorale: Camus, Nussbaum, Proust, Agostino

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Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla ed essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo. 1

L’incipit de Lo Straniero di Albert Camus descrive l’episodio del funerale della madre di Meursault, il protagonista del romanzo. La perdita di una persona cara è un evento generalmente carico di emotività, specialmente quella di un genitore in quanto si tratta, al di là della valenza affettiva, di una figura chiave nella vita psicologica di una persona. C’è qualcosa che disturba, sin dall’inizio, nella narrazione di Meursault: l’uomo offre un resoconto dettagliato delle sue sensazioni, dei suoi pensieri e di ciò che avviene intorno a lui ma sembra mancare totalmente qualcosa sul piano emotivo. Persino l’uso del termine affettuoso “la mamma” (maman) appare forzato, fuori contesto nel discorso del figlio. L’importanza del genitore nella sua vita, il dolore, la tristezza non vengono mai menzionati.

Le sue preoccupazioni riguardo al recente lutto sono focalizzate su dettagli tecnici (il giorno del decesso, lo spostamento fino all’ospizio, i giorni di permesso) e su un continuo dover giustificarsi o spiegare con imbarazzo la sua situazione. Ma l’imbarazzo non sembrerebbe essere l’emozione appropriata in questo caso. Imbarazzo per cosa? Forse per aver spedito la madre anziana in un ospizio sperduto nella provincia algerina, un luogo che egli stesso descrive come «inumano e deprimente»2 e non essere andato quasi mai a trovarla, come gli fa osservare qualcuno, ma il protagonista rimane sorpreso come se non ci avesse pensato poi lo esclude, a suo modo di vedere era una scelta fatta per il bene della madre. In un passo del romanzo Meursault sente il suo anziano vicino che piange per la sparizione del suo cane:

E dal piccolo rumore strano che mi è giunto attraverso la parete, ho capito che stava piangendo. Non so perché ho pensato alla mamma. 3

In questo brano appare evidente come il protagonista non riesca ad entrare in contatto con le proprie emozioni: le rifiuta o non riesce a provarle e non sembra neanche avere coscienza del fatto che sarebbe normale provarle. Cosa intendiamo con questo “sarebbe normale”? Le emozioni sono qualcosa di privato e personale, sembrerebbe problematico introdurvi una componente normativa. E giusto giudicare qualcuno per quello che prova? La “normalità emotiva” è una responsabilità del singolo individuo? Più avanti il romanzo affronta proprio questi interrogativi, il protagonista commette un omicidio e durante il processo l’accusa si concentra soprattutto sul carattere disumano di Meursault per come aveva trattato la madre, per come subito dopo il funerale avesse avuto una storia con una donna e l’avesse portata a vedere un film comico. Il suo avvocato gli domanda per preparare la difesa se egli avesse sofferto per la morte della madre:

Questa domanda mi ha molto stupito […] gli ho risposto che avevo un po’ perduto l’abitudine di interrogare me stesso, che mi era difficile informarlo. Naturalmente volevo bene alla mamma, ma questo non significava nulla. Tutte le persone normali, gli ho detto, hanno una volta o l’altro desiderato la morte di coloro che amano. […] Comunque gli ho spiegato che avevo una natura tale che il mio fisico influenzava spesso i miei sentimenti. Il giorno che avevo sotterrato la mamma ero molto stanco e avevo un gran sonno. E così non mi sono reso conto di quel che succedeva. Ciò che potevo dire con sicurezza è che avrei preferito che la mamma non fosse morta. Ma l’avvocato non mi è parso soddisfatto. “Questo non basta,” mi ha detto. 4

Il legale scoraggiato non riesce a imbastire una difesa convincente, Meursault viene condannato a morte, la sentenza non riconosce alcuna attenuante per la cecità emotiva dell’imputato: «Ha dichiarato che io non avevo nulla a che fare con una società di cui disconoscevo le leggi più essenziali, e che non potevo sperare pietà da questo cuore umano di cui ignoravo i più elementari sentimenti».5 Viene accusato di essere “Straniero” alla vita emotiva e di conseguenza a quella sociale, della quale non ha più il diritto di fare parte.

Secondo Martha Nussbaum il diritto, e ancora prima la società, non deve mai escludere alcuni membri dalla comune “umanità”. Questo atteggiamento cela una tendenza a nascondere quelle parti di noi di cui ci vergognamo e che alcune categorie di persone  (come i criminali) ci ricordano 6. Un confronto con alcune concezioni dell’umanità e della morale possono aiutare a collocare il caso di Meursault in una prospettiva meno severa. Capire quali siano i suoi problemi e fino a dove ne sia responsabile.

La diagnosi emotiva: Nussbaum

(Per la teoria delle emozioni di Martha Nussbaum si veda l’articolo seguente http://www.athenenoctua.it/sommovimenti-del-pensiero/ )

Se Meursault è da biasimare per la sua reazione davanti alla morte della madre, dobbiamo capire cosa avrebbe dovuto provare in circostanze “normali”. Agostino, in un passaggio delle sue Confessioni, descrive mirabilmente l’esperienza del lutto:

L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte. Era per me un tormento la mia patria, la casa paterna un’infelicità straordinaria. Tutte le cose che avevo avuto in comune con lui, la sua assenza aveva trasformate in uno strazio immane. I miei occhi se lo aspettavano dovunque senza incontrarlo, odiavo il mondo intero perché non lo possedeva e non poteva più dirmi: “Ecco, verrà”, come durante le sue assenze da vivo. Io stesso ero divenuto per me un grande enigma. Chiedevo alla mia anima perché fosse triste e perché mi conturbasse tanto, ma non sapeva darmi alcuna risposta; 7

Il primo capitolo de L’intelligenza delle emozioni di Martha Nussbaum si apre con un lungo e dettagliato racconto della morte della madre dell’autrice (che si può ascoltare in questa intervista  8 ), nel quale vengono descritte in modo preciso e toccante le sue emozioni. Come in Agostino anche in questo caso la differenza con l’incipit del romanzo di Camus appare evidente:

Nelle settimane che seguirono, attraversai crisi di pianto straziante; interi giorni di terribile stanchezza; incubi in cui mi sentivo completamente sola e indifesa […] continuavo a biasimarmi per tutte le disattenzioni e la rabbia e le carenze d’amore che potevo ritrovare nella mia storia con lei, e per alcune che forse mi inventavo. […] avevo la strana sensazione di essere stata derubata di una storia […] la sensazione di essere sballottata tra paura e speranza, come tra due venti in lotta; la sensazione di forze molto potenti che laceravano il Sé, straziandolo pezzo per pezzo […] Mia madre è morta. Penso, sono consapevole che una persona di enorme valore, centrale nella mia vita non c’è più. Mi sembrava che un chiodo, da mondo fosse penetrato dentro di me; sentivo che nella mia vita si era improvvisamente aperta una lacerazione, uno strappo, una voragine. E vedevo il suo meraviglioso viso tremendamente amato e al tempo stesso separato da me per sempre. 9

Per spiegare i suoi sentimenti in quella circostanza Nussbaum effettua una distinzione tra emozioni di fondo e emozioni situazionali 10 : le emozioni di fondo persistono con il variare delle situazioni della vita. Possono essere più o meno coscienti e denotano il nostro attaccamento a cose che non controlliamo e di cui sentiamo il bisogno in quanto sono legate a fini che riteniamo importanti (l’amore per i genitori ad esempio). Le emozioni situazionali sono invece legate a eventi specifici, e sono reazioni al modo in cui il mondo viene incontro o meno ai nostri bisogni.

L’emozione di fondo è la ferita, l’emozione situazionale è il coltello del mondo che vi penetra. 11

La situazione del lutto, come appare dal racconto dell’autrice statunitense, è un terreno in cui vi è un intricato insieme di giudizi di fondo: sull’importanza della madre, della particolare storia che ci lega ad essa, sull’importanza in generale di avere un genitore e amarlo, di avere fatto un torto a quella persona per disattenzioni e molti altri. Questi giudizi di fondo generano un intreccio di amore, paura, colpa e speranza che si legano a una serie di credenze e aspettative. La madre viene vista come una persona che fa eudaimonisticamente parte dei fini e della vita della figlia. Ma nel momento della notizia della morte tutto questo complesso emotivo viene a scontrarsi e unirsi al dolore, al giudizio situazionale, con la terribile proposizione “Mamma è morta”.

Vi è una differenza essenziale tra il dare l’assenso, capire, interiorizzare fino in fondo il significato di queste parole e usarle con leggerezza come fa Meursault nella prima frase del romanzo di Camus. E essenziale per il contenuto proposizionale l’enorme importanza della persona scomparsa, cosa che nelle parole del protagonista de lo Straniero non avvertiamo. Così quando l’autrice afferma “Betty Craven è morta” (la madre di Nussbaum) sta affermando “Mia madre una persona di enorme valore, che profondamente amo, centrale nella mia vita non c’è più” 12 è un giudizio valutativo ed eudaimonistico. Dare l’assenso a una simile proposizione secondo la filosofa statunitense significa necessariamente esserne sconvolti profondamente 13.

Meursault non sembra turbato dalla proposizione “Oggi la mamma è morta”. Ci sono tre spiegazioni alla sua apatia: è possibile che non fosse veramente legato alla madre e che essa non facesse parte dei suoi progetti di vita; oppure può darsi che il diniego sia dovuto al fatto di non voler affrontare il dolore (che è un’ammissione di impotenza) e quindi, benché sappia che è morta, rifiuti di interiorizzare il significato valutativo della proposizione o ancora una terza ipotesi è che benché egli pronunci quelle parole vi è qualcosa che fa resistenza, la proposizione manca di contenuto eudaimonistico, l’idea della morte di una persona importante non è stata interiorizzata: il figlio non ha caricato la parola mamma di tutto il peso che dovrebbe avere, che riflette l’importanza che la persona defunta aveva nella sua vita.

L’emozione del dolore nel lutto è proprio il riconoscere il contenuto valutativo ed eudaimonistico di quella proposizione14. Il dolore va collocato nel pensiero, è una valutazione della ricchezza e dell’amore che ci legava a quella persona: «Il dolore stesso deve contenere il pensiero del suo essere, irrevocabilmente, morta15». Non è una conseguenza della proposizione, ma è la proposizione stessa. Non si accetta prima la proposizione “la mia meravigliosa madre è morta” per poi in un secondo momento soffrire. Sono le emozioni stesse che valutano: «la mia paura vedeva mia madre come qualcosa di estremamente importante e insieme molto minacciato; il mio dolore la vedeva come qualcosa di prezioso, e insieme irrevocabilmente separato da me16».

Ma l’accettazione, l’assenso a una realtà così difficile da accettare non è un processo semplice: «è come un chiodo conficcato nello stomaco. L’apparire della sua morte sta lì chiedendomi cosa ho intenzione di farne. […] se arrivo ad accogliere l’immagine della morte, se la faccio mia come il modo in cui stanno le cose, è in questo preciso momento, nell’atto cognitivo in sé, che sto conficcando il chiodo del mondo nella mia interiorità 17». Prima di riuscire ad interiorizzare la proposizione si può dover passare innumerevoli volte tramite la fase dell’assenso, dover piantare infinite volte quel chiodo che lacera il proprio Sé18. Questo processo ci viene descritto con grande sensibilità da Proust:

ora bisognava fermarsi di colpo davanti a quell’abisso, lei era morta. Non bastava più chiudere le tende, cercavo di chiudere occhi e orecchie della mia memoria, per non rivedere quella striscia arancione del tramonto […] tentavo di evitare quelle sensazioni suscitate dalla sera […] Ma già queste sensazioni mi avevano riafferrato, ricondotto abbastanza lontano dal momento presente affinché l’idea che Albertine era morta avesse tutto l’agio e lo slancio necessario per colpirmi di nuovo19.

Ma perché è così difficile accettare il lutto? Cos’è che lo rende così doloroso? L’emozione di fondo di amore verso la persona scomparsa è segno che essa faceva parte dei nostri fini, Lewis descrive come questi dopo la morte dell’amata siano costantemente frustrati:

pensieri, sentimenti, azioni, tutti, costantemente, avevano come oggetto H. Adesso il loro bersaglio non c’è più. Continuo a incoccare la freccia per forza di abitudine; poi mi ricordo, e devo mettere giù l’arco. Quante strade portano al pensiero di H. Ne prendo una, ma ora è sbarrata da un posto di blocco insormontabile. Quante strade un tempo; e ora, quanti vicoli ciechi20.”

Questi fini e progetti ormai senza oggetto erano, secondo Nussbaum, importanti per dare senso alla nostra vita21. Il lutto è straziante perché lacera con violenza la trama di speranze, progetti e aspettative costruite intorno alla persona amata e proprio per questo si delinea anche come una perdita di identità. Oltre alla persona amata si perde irrimediabilmente ciò che si era. Ed accettare questa nuova situazione non è facile: «L’emozione vede la vita della persona perduta come parte del paesaggio del mondo, e fugge la vista di un mondo in cui essa sia stata cancellata 22.». Agostino illustra in modo magistrale questa doppia perdita:

Mi stupivo che gli altri mortali vivessero, se egli, amato da me come non avesse mai a morire, era morto; e più ancora, che io vivessi se era morto colui, del quale ero un altro se stesso […] Io sentii che la mia anima e la sua erano state un’anima sola in due corpi perciò la vita mi faceva orrore, poiché non volevo vivere a mezzo, e perciò forse temevo di morire, per non far morire del tutto chi avevo molto amato. 23

L’ultima fase dell’esperienza del lutto è l’attenuarsi del dolore, questo avviene, secondo Nussbaum, perché si passa da un’emozione di dolore situazionale a una di fondo. Il lutto è un doloroso e frustrante ritessere la propria trama cognitiva. Piano piano tutte le proprie credenze e aspettative vengono riorganizzate in accordo con quella proposizione (“Mia madre è morta”). La persona perduta viene esclusa dai propri progetti. Ma anche questa calma si rivela dolorosa, l’essere arrivati al punto di non soffrire è un ammettere la perdita della persona amata e di quello che si era in quel periodo, come descrive Proust: «l’idea che un’altra persona è morta, rinchiusa su di sé dopo avere inghiottito un essere vivente, si stende, senza neppur un moto in quel punto della sua superficie, una realtà da cui quell’essere è escluso: dove non esiste più nessun volere, nessuna conoscienza24.».

Meursault, diversamente dai personaggi proustiani, sembra quasi augurarsi quella calma: «Per adesso è un po’ come se la mamma non fosse morta; dopo il funerale, invece, sarà una faccenda esaurita e tutto avrà preso un andamento più ufficiale.» 25. La sua esperienza del lutto non sembra avere nulla in comune con quella descritta da Nussbaum, Proust, Agostino e Lewis. Non sembra provare emozioni, perlopiù descrive semplici sensazioni e riflessioni sconnesse, quello che si percepisce da parte sua nei confronti del lutto è un curioso fastidio più che un’esperienza straziante. Il protagonista di Camus non è in contatto con le sue emozioni di fondo (sempre che ne abbia), non vi è la “ferita” nella quale il “chiodo del mondo” possa penetrare. E un uomo assurdo, la sua vita non ha senso:

Qual è, dunque, quell’imponderabile sensazione che priva lo spirito del sonno necessario alla vita? Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena, è propriamente il senso dell’assurdo. 26

Se seguiamo Nussbaum nel considerare il senso della vita come strettamente connesso all’insieme dei fini che leghiamo a oggetti e persone che non controlliamo e riteniamo importanti, ne consegue che per Meursault non c’è niente di importante, nessuna emozione di fondo, nessun senso della vita. L’accadere del mondo è scollegato dalle sue aspettative ed è questo che glielo rende incomprensibile, privo di valore.

Questi atteggiamenti ricordano molto quelli descritti da Antonio Damasio in soggetti con lesioni o disfunzioni cerebrali nelle zone legate al funzionamento delle emozioni. Essi hanno tutta l’aria di essere persone “normali”, dotati di intelligenza nella media ma non sono più in grado di valutare, di darsi priorità, di scegliere 27 Meursault diversamente dai quei casi clinici non ha avuto incidenti che l’hanno reso così, il suo sistema emotivo si è probabilmente atrofizzato per via del suo stile di vita o della sua educazione: gli è mancata e gli manca una “cultura delle emozioni”. Il protagonista del romanzo di Camus è uno Straniero perché non ha un contatto emotivo ed eudaimonistico con il mondo. Per questo uccide senza riuscire a soppesare il suo gesto né comprenderne veramente il senso, non capisce neanche il perché della sua condanna; è Straniero in quanto emotivamente sconnesso dagli altri (sua madre ad esempio); è Straniero al mondo esterno che gli appare indifferente e nel quale non proietta né riceve nessun senso ed è Straniero a se stesso in quanto senza le ragioni contenute nelle emozioni non riesce a spiegarsi il suo stesso agire.

L’intransigenza della sentenza rivela qualcosa di essenziale sul luogo che occupano le emozioni nella nostra società (per quanto, come si è visto, secondo Nussbaum il focalizzarsi del processo sulla disumanità dell’imputato sia riprovevole). Esse sono un collante imprescindibile, la base del nostro agire nel mondo e del nostro vivere insieme. Chi non ne prova o non vi è in contatto è uno Straniero. La cultura democratica promossa dall’autrice statunitense è volta allo sviluppo dell’umanità e del senso della vita di ognuno (l’esatto contrario dell’essere Stranieri) ed è importante in questo senso che la società non escluda nessuno da queste possibilità.

ff

Bibliografia

Albert Camus, L’étranger, Gallimard, 1957.

Albert Camus, Le mythe de Sisyphe, Gallimard, 1942.

Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, Bologna, il Mulino, 2004.

Martha C. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Roma, Carrocci, 2007.

Marcel Proust, A la recherche du temps perdu VII. Albertine disparue (La Fugitive), Gallimard, 1989.

Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio, Milano, Adelphi, 1995.

Agostino, Le Confessioni, Torino, Einaudi, 2000.

Note

 

  1. A. Camus (1957), p. 7. Traduzione italiana di Alberto Zeva.  “Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas. J’ai reçu un télégramme de l’asile: «Mère décédée. Enterrement demain. Sentiments distingués.» Cela ne veut rien dire. C’était peut-être hier.L’asile de vieillards est à Marengo, à quatre-vingts kilomètres d’Alger. Je prendrai l’autobus à deux heures et j’arriverai dans l’après-midi. Ainsi, je pourrai veiller et je rentrerai demain soir. J’ai demandé deux jours de congé à mon patron et il ne pouvait pas me les refuser avec une excuse pareille. Mais il n’avait pas l’air content. Je lui ai même dit: «Ce n’est pas de ma faute.» II n’a pas répondu. J’ai pensé alors que je n’aurais pas dû lui dire cela.”
  2. A. Camus (1957), p. 25.
  3. A. Camus (1957), p. 61. “Et au bizarre petit bruit qui a traversé la cloison, j’ai compris qu’il pleurait. Je ne sais pas pourquoi j’ai pensé à maman.”
  4. A. Camus (1957), p.96. “Cette question m’a beaucoup étonné … J’ai répondu cependant que j’avais un peu perdu l’habitude de m’interroger et qu’il m’était difficile de la renseigner. Sans doute, j’aimais bien maman, mais cela ne voulait rien dire. Tous les êtres sains avaient plus ou moins souhaité la mort de ceux qu’ils aimaient. … Cependant, je lui ai expliqué que j’avais une nature telle que mes besoins physiques dérangeaient souvent mes sentiments. Le jour où j’avais enterré maman, j’étais très fatigué, et j’avais sommeil. De sorte que je ne me suis pas rendu compte de ce qui se passait. Ce que je pouvais dire à coup sûr, c’est que j’aurais préféré que maman ne mourût pas. Mais mon avocat n’avait pas l’air content. Il m’a dit: «Ceci n’est pas assez.»”
  5. A. Camus (1957), p. 150. Si tratta dell’arringa del procuratore. “Il a déclaré que je n’avais rien à faire avec une société dont je méconnaissais les règles les plus essentielles et que je ne pouvais pas en appeler à ce coeur humain dont j’ignorais les réactions élémentaires.”
  6. M. C. Nussbaum (2007), pp.273-275.
  7. Agostino, op. cit., pp. 101-103. In questo brano Agostino racconta della morte di un suo amico di infanzia.
  8. intervista del 2000 da parte di Wim Kayzer nel programma Of beauty and consolation per la televisione olandese, parte prima: https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=UKEAg8IICXc#t=223 parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=PCyFyjEcFB4
  9. M. C. Nussbaum, (2004), pp. 39-60.
  10. Distinzione da non confondere con quella tra emozioni generali e concrete cf. Ivi, p.95.
  11. Ivi, p. 101.
  12. Ivi, p.60.
  13. Ivi, p.60-1.
  14. Ivi, p.62.
  15. Ivi, p.66.
  16. Ivi, p.47.
  17. Ivi, p.67.
  18. Ivi, p.68.
  19. M. Proust. op. cit., p. 62. Traduzione italiana di Paolo Pinto. “maintenant il fallait s’arrêter court devant ce même abîme, elle était morte. Ce n’était plus assez de fermer les rideaux, je tâchais de boucher les yeux et les oreilles de ma mémoire, pour ne pas voir cette bande orangée du couchant … Je tâchais d’éviter ces sensations que donnent l’humidité des feuilles dans le soir … Mais déjà ces sensations m’avaient ressaisi, ramené assez loin du moment actuel, afin qu’eût tout le recul, tout l’élan nécessaire pour me frapper de nouveau, l’idée qu’Albertine était morte.”
  20. C.S.Lewis, Diario di un dolore, Milano, Adelphi, 1990, pp.55-56. Citato in M. C. Nussbaum, (2004), p. 107.
  21. M. C. Nussbaum, (2004), p.105.
  22. Ivi, p.77.
  23. Agostino, op. cit., p. 105.
  24. M. Proust, op. cit. p. 90, “’l’idée qu’un autre est mort,redevenue plane après avoir englouti un être, s’étend, sans même un remous à cette place-là, une réalité d’où cet être est exclu, où n’existe plus aucun vouloir,aucune connaissance”
  25. A. Camus (1957), p. 7. “Après l’enterrement, au contraire, ce sera une affaire classée et tout aura revêtu une allure plus officielle.”
  26. A. Camus (1942), p. 20, Traduzione italiana di Attilio Borelli: Il mito di Sisifo, Bompiani, 2001. “Quel est donc cet incalculable sentiment qui prive l’esprit du sommeil nécessaire à la vie? Un monde qu’on peut expliquer même avec de mauvaises raisons et un monde familier. Mais au contraire, dans un univers soudain privé d’illusions et de lumières, l’homme se sent un étranger. Cet exil est sans recours puisqu’il est privé des souvenirs d’une patrie perdue ou de l’espoir d’une terre promise. Ce divorce entre l’homme de sa vie, l’acteur et son décor, c’est proprement le sentiment de l’absurdité.”
  27. A. R. Damasio, op. cit. pp. 31-52; 71-93. Si tratta del caso storico di Phineas Gage e di quello del paziente Eliott.

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