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Il concetto limite di suicidio. Emil Cioran e Albert Camus.

«Quanto all’istinto di conservazione – nient’altro che pura e semplice testardaggine – ciò che più conta è combatterlo, denunciarne le devastazioni. Tanto meglio ci riusciremo se verrà riabilitato il suicidio, se ne sosterremo l’eccellenza e lo renderemo gioioso ed accessibile a tutti»1

Questo è uno dei molti aforismi con cui causticamente Emil Cioran (1911-1995), scrittore e filosofo franco-rumeno del Novecento, richiama all’attenzione sull’idea del suicidio. Nella sua produzione frammentaria, aforistica e volontariamente lontana da qualsiasi idea di sistema filosofico, più volte emerge con prepotenza questo tema; ed insieme ad esso le taglienti riflessioni sulla morte e sul tempo, che segnano profondamente il pensiero del filosofo. Una tale affermazione può suonare sovversiva e persino scandalosa, ma acquista un preciso senso se letta alla luce di una idea che si potrebbe indicare come concetto limite di suicidio.
Per quanto riguarda la riflessione filosofica, giuridica e soprattutto morale sul suicidio, essa affonda le sue radici molto indietro nel tempo, già nel mondo greco e romano. Per rendere evidente la spaccatura (ad esempio filosofica) sul tema basti pensare ad esempio da un lato alla posizione di Aristotele, per cui il suicidio è atto spregevole soprattutto nei confronti della polis, e dall’altro all’idea stoica della libera possibilità di disporre della propria vita 2.
Considerato di norma come atto immorale dal punto di vista etico e religioso, il rifiuto autonomo del proseguimento della vita apre molteplici e problematiche prospettive di riflessione bioetica e sociale, dal suicidio assistito all’eutanasia. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Emil Cioran, Il funesto demiurgo, Adelphi, Milano, 2011
  2. L’esempio più alto di coerenza con la filosofia stoica di età imperiale si ha con Seneca (4 a.C-65 d.C). Il suicidio, a seguito del suo coinvolgimento nella congiura dei Pisoni, sopraggiunge in modo coerente col suo pensiero: il saggio deve essere capace di restituire al fato il “bene vita” nel momento in cui non ci sono più i presupposti per condurre una esistenza serena e autarchica.

Gesto artistico e follia: Franz Xavier Messerschmidt

Franz Xavier Messerschmidt (1736 – 1784) fu uno scultore bavarese di cui si hanno confuse e contraddittorie informazioni biografiche. E’ certo che nacque a Wiensensteig, in una famiglia numerosa dove precocemente venne a contatto col mondo dell’arte grazie ai due fratelli della madre, gli scultori professionisti P. K. Staub e J. B. Staub. Il giovane Messerschmidt iniziò quindi la sua carriera artistica frequentando l’Accademia di Vienna, arrivando ad ottenere la nomina di professore aggiunto. Ma l’evento che più segnò la sua vita fu la malattia psichica che lo colpì nel 1771 circa e che gli impedì di ottenere la cattedra a causa di una serie di comportamenti paranoidi e manie di persecuzione. Da quel momento in poi la malattia avanzò sempre più e Messerschmidt dovette stabilirsi qualche anno dopo presso il fratello, a Bratislava. In città e nei paesi vicini si vociferava di lui che fosse “un individuo strano, scurrile e con una notissima tendenza all’isolamento” 1.

Nonostante la sua ‘cattiva fama’ e la sua riluttanza ad accogliere curiosi, acquirenti e critici d’arte nella sua casa, nel 1781 andò a fargli visita lo scrittore tedesco Friedrich Nicolai, che inserì il resoconto del suo contatto con l’artista nell’opera Reisenbeschreibung durch Deutschland und die Schweiz (Descrizione di un viaggio attraverso la Germania e la Svizzera). Fu proprio a partire da questa diretta testimonianza degli atteggiamenti patologici di Messerschmidt, che si sviluppò l’interpretazione della figura dello scultore da parte dell’austriaco Ernst Kris (1900-1957). Kris fu sia uno stimato storico dell’arte e funzionario del Kunsthistorisches Museum di Vienna, sia in seguito un docente di psicoanalisi a New York2. Nel 1952 pubblicò la sua opera Ricerche psicoanalitiche sull’arte, e servendosi delle descrizioni di Nicolai, dedicò il capitolo “Uno scultore psicotico del XVIII secolo” proprio all’artista bavarese.

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  1. Ernst Kris, Ricerche psicoanalitiche sull’arte, Einaudi, Torino, 1967. p. 125
  2. Ivi, Prefazione all’edizione italiana, p. XIII