Articoli marcati con tag ‘Bibbia’

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.2)

.Compassione per il diavolo?

Avendo messo in chiaro la figura del diavolo, in cosa ne consista l’attività e la probabile condizione che ha portato alla sua caduta, approcciamo infine alla domanda che è stata la scaturigine di questo breve saggio: è lecito, per l’umanità, perdonare il diavolo, intercedere per lui nella speranza di una riconciliazione con l’ente divino? Tale interrogativo muove da due assunti: il precetto etico cristiano di amare e perdonare i propri nemici e la radicale condizione di perdita in cui l’ente diabolico è sprofondato al momento del peccato. Se al divergere fra volontà e natura in Lucifero è conseguito un immediato ed irrimediabile cambiamento di prospettive e l’impossibilità di reintegrarsi autonomamente nel rapporto beatifico da cui attingeva la pienezza della propria natura, il diavolo è allora un ente perennemente mancato, un non-ente bloccato in un gorgo di egotismo e che, pur rimembrandola, maledice l’originaria condizione beata, concependola quale insopportabile dipendenza; un ente impegnato in attività (sia per lo scopo che per le modalità d’esecuzione) sprovviste di un fine che non paia assurdo. Il diavolo devolve l’eternità a vessare creature lui inferiori col fine di plagiarle sapendo costantemente di trovarsi nel torto. Nel torto perché, all’ambito del cristianesimo, invece per porsi quale “altro valore” con la sua opera il diavolo propaga non-valori; altro non rimane: egli tormenta l’uomo ma è comunque costretto ad agire nei gangli e negli spiraglio lasciatagli dalla legge divina. Il suo intervento/dominio sul mondo appare costantemente vincolato, e quali che siano i risultati che ottiene resta comunque schiacciato nell’apparato che egli stesso ha inavvertitamente contribuito a creare. L’unica cosa che pare esser in grado di fare è trascinare altri con sé nella propria, indiscutibile follia. Leggi il resto di questo articolo »

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.1)

.Premessa:

Questo breve saggio mira a problematizzare la figura del diavolo. A fronte di riflessioni sorte durante un convegno svoltosi a Roma in tarda primavera 1 con per oggetto la figura del diavolo, intesa non esclusivamente sul piano religioso, si avanza la seguente proposta: è possibile per il cristianesimo liberarsi del diavolo? L’interrogativo muove dai seguenti assunti: dinnanzi ad un’influenza diabolica  diabolica che, a dispetto della vasta portata che discuteremo a seguire, appare statisticamente irrilevante a livello globale, il quadro di conflitto agostiniano tra civitàs dei e civitàs diaboli non sembra trovare più riscontro in una modernità le cui problematiche derivano ben più dalla mancata coordinazione delle parti che da intenti malevoli. A fronte di ciò, la figura del diavolo può attraversare due sviluppi: o subire una riqualificazione che gli riconfermi un maggior peso sui drammi della modernità, oppure tentare un superamento dell’ente, che può compiersi in ambito cristiano unicamente mediante la riconciliazione tra questo ente sommamente problematico e la divinità.

Il saggio si divide in cinque parti. Nella prima si cercherà di definire il Diavolo nelle religioni rivelate, analizzandone i vari nomi ed i tratti più rilevanti delle sue raffigurazioni. Nella seconda si tenterà di qualificarne l’operato, dimostrandone la sostanziale infruttuosità e vacuità dinnanzi al reale impatto che l’operare di simili enti potrebbe apportare sul mondo e si proverà a spiegare le ragioni di tale presunta inattività. La terza parte affronterà invece le ragioni scatenanti la caduta del diavolo navigando tra le teorie di quanti autori, religiosi e laici, ne hanno nei secoli cercato una soluzione non problematica. Leggi il resto di questo articolo »

  1. il 24 maggio 2014, presso la sede dell’Arci in via Dei monti di Pietralata

Laicità come conseguenza paradossale del monoteismo? Il “Noachide” nella Religion der Vernunft di Hermann Cohen (pt.2)

.La figura del Noachide diventerà un cardine nella rielaborazione talmudica e in Maimonide: c’è in ogni caso una vera e propria concretezza in questa “Legge”, quantificata in sette prescrizioni di carattere civile. Nessuna di queste ha qualcosa che riconduce all’ebraismo in sé, non siamo ancora giunti a quella discendenza di Abramo che dovrebbe segnare con i suoi passi un cammino favorito da Dio: sono prescrizioni di carattere morale, in sé razionali nell’interpretazione di Cohen, e l’unico riferimento che viene fatto alla religione è un generico ammonimento nei confronti della bestemmia e dell’idolatria1 che riguarda il mantenimento dell’ordine pubblico di qualsiasi civiltà antica. Al Noachide viene sollecitato dunque il riconoscimento della moralità, «mentre quello della religione non gli viene richiesto2».

Noè «non ha ricevuto ancora altra rivelazione al di fuori di quella dell’uomo come essere vivente3»: già qui ci è dato modo d’azzardare quella forma di laicità del diritto, che si annida paradossalmente nel testo fondativo dei monoteismi. Nei termini coheniani è presente la formula di “diritto naturale”: viene da domandarsi se nella contemporaneità possa considerarsi anche la bioetica come sfera che, riguardando ancora metaforicamente il patto fra Dio e i Noachidi, non possa essere privata d’una dimensione di universalità contro le rivendicazioni di differenti credi. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Più che mera adorazione di idoli, zoomorfici o antropomorfici, Cohen collega spesso il termine “idolatria” del linguaggio biblico a culti estatici e senza controllo, di carattere erotico per esempio.
  2. Ibi, pagina 213.
  3. Ibidem.

Laicità come conseguenza paradossale del monoteismo? Il “Noachide” nella Religion der Vernunft di Hermann Cohen (pt.1)

.Quella che era sembrata per qualche anno una questione di “attualità” in Italia, nazione con una larga maggioranza della popolazione credente e cattolica, riguardo la possibilità di mantenere appeso dentro ogni aula scolastica il simbolo religioso della croce, ha in realtà definitivamente sorpassato il confine del dibattito momentaneo, dando il via ad ampie riflessioni di carattere morale sulla laicità o meno delle istituzioni. È diventato chiaro dopo qualche anno che la questione non verteva più né soltanto sulla legalità, nel carattere caotico dell’ubi maior legislativo (disposizioni dei TAR regionali versus decreti regi risalenti agli anni ’20 ancora in vigore), né si limitava ad un sentire collettivo della popolazione italiana: il modello multiculturale ed integrativo di un nuovo mondo globalizzato iniziava a scuotere fin nelle radici l’idea di Leitkultur, liquido amniotico dell’educazione nei vecchi Stati-Nazione.

Valutando la questione dall’alto e teoricamente, ci troviamo di fronte ad una religione monoteista, il Cristianesimo, che oltre a sentirsi minacciata dalla secolarizzazione atea, è, nei suoi fedeli, costretta nella condivisione di spazi comuni per la maggior parte dei casi con altri monoteismi. Nel populismo si è avvertita quasi immediatamente un’identità del rapporto fra laicità e religione implicito nella problematica con quello fra Cristianesimo ed Islam, Occidente e Oriente. Si tralascia spesso in tali confronti culturali la comune matrice di queste due religioni, il monoteismo, e per dipanare alcuni dubbi possiamo ricorrere più specificamente ad un unico testo, la Bibbia, con la quale entrambe più o meno consciamente si confrontano nella loro origine dottrinale. Leggi il resto di questo articolo »

Le correnti del ‘900 – Esistenzialismo: Heidegger in Essere ed il tempo

Esistenzialismo:  Movimento filosofico (e in seguito anche letterario), che comprende quegli indirizzi di pensiero che concepiscono la filosofia non come sapere sistematico e astratto, ma come impegno del singolo nella ricerca del significato e della possibilità dell'”esistenza”, il modo cioè d’essere specifico dell’uomo, caratterizzato dall’irripetibilità e dalla precarietà. 1

Nonostante l’Esistenzialismo sia tra le correnti filosofiche più rilevanti nel novecento, risulta complicato fornirne una definizione calzante e capace d’inquadrarne la multiformità. La mancanza di una scuola di riferimento, l’eterogeneità delle tematiche declinate dagli autori e l’ampia diffusione di opere artistiche e letterarie che ne hanno veicolato i temi salienti ha secondo molti studiosi prodotto più che una corrente “un’atmosfera culturale”, un clima analogo a quello illuminista, romantico o positivista popolato da un gran numero di “esistenzialisti”. Avvalersi di questa lettura consente di illustrare il caratteri dei vari ambiti senza dover necessariamente riconoscerne ad uno un ruolo predominante. Volendo in questa sede trattare dell’esistenzialismo come corrente filosofica ci accontenteremo di fornire brevi cenni sulle altre importanti declinazioni in ambito letterario, psicologico/psicanalitico e finanche religioso a discapito della loro rilevanza e compenetrazione. Compenetrazione che risulterà evidente quando tratteremo di uno dei principali esponenti. Volendo brevemente trattare dell’esistenzialismo come atmosfera, questa ha dato luogo a riflessioni volte ai caratteri che più demarcano la finitezza dell’esistenza umana, vale a dire i limiti e gli aspetti drammatici del vivere.

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Rivelazione e Trinità nella Fenomenologia dello spirito di Hegel

La Germania dell’ Ottocento è stata spettatrice di un fiorire culturale e filosofico nato dalla fiducia nella Rivoluzione francese del 1789, in cui il valore principale da promuovere era la libertà. Questo sentimento della libertà si presenta come motore culturalmente rivoluzionario attorno a un protagonismo della cultura che vede, in prima fila, gli studenti. Studenti di filosofia che, sostenitori dei principi promossi nell’Ottantanove, cercano di tenere sempre alta una tensione ideale e intellettuale. Non a caso, infatti, appena scoppiata la Rivoluzione, tre dei più famosi studenti dell’ istituto teologico di Tubinga, quali Schelling, Hegel e Hölderlin 1 piantarono il simbolico “albero della libertà” che rappresentava la loro totale adesione alle novità culturali, fattuali e ideali del tempo. In Germania si svilupparono parallelamente un idealismo filosofico che ruotava intorno al primato e all’assolutezza dello Spirito che governava il mondo e un romanticismo letterario che aveva per protagonista l’uomo e i suoi combattuti, ricercati, sofisticati sentimenti che anelavano ciò che c’è über (oltre). Proprio in relazione al suddetto oltre, inevitabilmente, la religione acquisisce un valore sempre più importante, divenendo uno dei capisaldi della speculazione degli idealisti. Il Cristianesimo, in particolare, avendo per protagonista un uomo—e essendo l’antropocentrismo una caratteristica del pensiero post-rivoluzionario—, diviene la religione per eccellenza. Leggiamo infatti negli scritti schellinghiani:

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  1. Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854) e Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) sono stati due dei filosofi più importanti della corrente filosofica nota come idealismo che ha caratterizzato soprattutto la Germania romantica ottocentesca, mentre  Friedrich Hölderlin (1770- 1843) fu un poeta tedesco, considerato tra i più grandi della letteratura mondiale.

Un confronto con Renè Girard: teoria del sacrificio e novità maya.

1 Nell’inverno 2012 ebbi la possibilità di confrontarmi con l’esperto Hiparco Melendez, archeologo, antropologo e guida messicana che mi accompagnò alla scoperta della civiltà Maya nella fitta giungla dello Yucatan. Fu proprio Melendez a comunicarmi le più recenti e rilevanti scoperte circa i maya e il loro misterioso passato. Rimasi profondamente affascinato dalla recente teoria circa la sacralità dei cenotes 2, nonchè dall’ipotesi astrologica che prevede di catalogare i maya come unica “civiltà lunare” ad oggi conosciuta 3. Fu però la visita, al grande tempio del Chac Mool a Chichén Itzá a incuriosirmi. Diversamente da quanto si crede, le città maya in cui si praticavano sacrifici umani erano decisamente poche, forse meno di una decina, tanto che l’intero complesso urbanistico di simili centri abitati rispondeva unicamente a necessità religiose. E’ questo il caso di Chichén Itzá, città scarsamente popolata ma ricca di templi, campi di gioco sacri e importanti complessi religiosi e sacerdotali. I sacrifici umani venivano presumibilmente svolti poche volte l’anno in una piramide più defilata rispetto alla famosissima piramide-calendario di Chichén Itzá. Sulla cima di questo tempio si erge l’altare del Chac Mool, una statua raffigurante un uomo sdraiato con il busto rivolto a tre quarti. Proprio su questo particolare altare veniva posto il corpo della vittima, scelta per il sacrificio rituale. La recentissima scoperta di affreschi sui muri perimetrali del piano più alto della piramide ha permesso di far luce sulla macabra cerimonia maya. Leggi il resto di questo articolo »

  1. L’immagine di copertina si riferisce ad un sacrificio umano azteco.
  2. In base ai nuovi studi antropologici nelle comunità maya tutt’ora esistenti è risultato evidente che l’acqua dei cenotes non sia utilizzata per scopi agricoli, ma venga piuttosto venerata come porta al mondo ultraterreno
  3. I maya sarebbero una civiltà lunare dal momento che, nella giungla dello Yucatan, è possibile osservare nitidamente il cielo solo la notte, quando le foglie e i rami delle piante, abbassandosi, permettono aperture verso il cielo. Secondo questa teoria, tale fatto ha una rilevanza notevole nello sviluppo religioso, linguistico, culturale e astronomico dei maya

Saggio – Appunti sul concetto di straniero in età precristiana

Sembrerebbe sconcertante affermare che il concetto di straniero non è presente nella riflessione filosofica. Il termine, che letteralmente pullula nella cultura greca ed è costante soggetto di confronto nelle beneamate versioni latine liceali (chi potrebbe scordare gli hostes di Giulio Cesare?) è indubbiamente oggetto di diversi autori moderni e contemporanei, tra cui citiamo Hannah Arendt, Levi Strauss, ma anche di costante dibattito legato alle tematiche dell’integrazione, dell’immigrazione, dei conflitti, delle identità culturali a confronto … Eppure, sorprendentemente, se si apre un dizionario filosofico italiano, di questo particolare lemma non si trova traccia. Come può essere? Cos’ha fatto sì che le enciclopedie consultato e non portassero menzione del concetto di straniero, pur riportando invece mille altre definizioni di termini che, sul momento, non apparirebbero propriamente filosofici. Un esempio è, senz’altro, la parola “energia”, che se appare propria di universi altro dalla filosofia, quelli della fisica, della chimica e della meccanica, deriva la sua origine da una espressione aristotelica: ἐνέργεια (energheia), termine usato nel senso di “azione efficace”, e che solo dal 1660 ha assunto l’accezione di “potere” o “potenzialità”1 Questo saggio non offre, ne può permettersi di offrire, una risposta al perché il termine straniero “straniero”, come i concetti ad esso affini che percorrono la filosofia antica, non trova posto nei moderni dizionari. Quello che si propone è di colmare almeno in parte quella che è, indiscutibilmente, una grave assenza, soprattutto a fronte delle problematiche che questo tema pone nella modernità. Non potendo certo esaurirsi un simile argomento in un saggio breve, tanto per l’immaturità del compositore quanto per l’effettiva molte di ricerche e fonti richieste per definire propriamente un concetto tanto vasto e variegato come “straniero” in ambito filosofico (e quindi, indirettamente, in ambito letterario ed antropologico), ho diretto la mia ricerca su quei mattoni concettuali che ne costituiscono la base: i termini usati in età pre cristiana dalla civiltà greca, latina ed ebraica per rivolgersi allo straniero. Leggi il resto di questo articolo »

  1.  http://www.etymonline.com/index.php?term=energy;  Douglas Harper. Energy in Online Etymology Dictionary, consultato lo 07/03/2013