Articoli marcati con tag ‘Foucault’

Guerra e filosofia: prospettive su Clausewitz e Sunzi (pt.1)

settimo sigillo anteprimaPrefazione a cura di Simone Tarli

La guerra: fenomeno e concetto, strategia e riflessione, teoresi e discesa in campo. “Cos’è la guerra? Qual è la sua essenza? Da cosa, perché nasce?” sono domande da cui sorgono tentativi di riposte, forse da parte di ogni essere umano, ma sicuramente da parte dei filosofi indistintamente dall’impianto – fenomenologico, analitico, psicologico e così via- posto alla base della riflessione. Il lavoro, che qui si presenta diviso in due parti, nasce dall’esigenza di un confronto filosofico con la guerra come fenomeno che si intreccia, inevitabilmente, con la messa a punto di una sua concettualizzazione. È noto, d’altronde, il controverso rapporto che i filosofi, ben più che la filosofia, hanno intrattenuto con la guerra — basti pensare alle esperienze di Ludwig Wittgenstein e Ernst Jünger. Le domande che “martellano” la ragione, soprattutto in relazione agli eventi più recenti – dalla Guerra del Vietnam alle due Guerre del Golfo, per fare degli esempi – attraversano, dalla prima all’ultima, le pagine che il lettore ha di fronte nel tentativo di avviare un discorso che possa porsi come base, parziale ma tendenzialmente solida negli intenti, di una risposta. Ammesso che una risposta ci sia, ovviamente. Si è ritenuto a tal fine opportuno impostare la ricerca come un “corpo a corpo” con i due capisaldi del pensiero militare e strategico: il trattato Della guerra di Karl von Clausewitz e L’arte della guerra di Sunzi, avviando al contempo un dialogo, un confronto diretto tra due tradizioni e culture, quella Occidentale e quella Orientale, che spesso si sono incontrate sul campo di battaglia. Leggi il resto di questo articolo »

La rivelazione del non-nome di Dio

.“Orlo del velo che copre la presenza
dal vivo occhio mi penetra
un raggio di pura luce 1

 

“E Dio disse a Mosè: «Vai a farti fottere»” è la traduzione provocatoria ed irriverente che lo psicanalista e filosofo francese Jacques Lacan (1901-1981) fa del versetto biblico di Esodo 3,14, “E Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono»”. Alla richiesta di Mosè di conoscere il nome di Dio, non viene più risposto con “Io sono colui che sono”2, ma con una sorta di audace e ‘raffinato’ insulto 3, che nasconde un’indicazione dal significato molto più profondo. Si tratterebbe di un vero e proprio invito al segreto. Lasciando da parte la provocazione di Lacan, si può comprendere come questa irriverenza iniziale serva in realtà ad introdurre delle questioni teoretiche, teologiche e filosofiche di notevole spessore: la questione della dicibilità del nome di Dio, il rapporto di quest’ultimo con il linguaggio e con le creature e il connesso tema del segreto.

Tenendo presente che il ‘nominare’ è inteso come l’azione volta a dare un nome ed una consistenza a ciò che si nomina, al fine di poterlo rendere oggetto e soggetto di discorso ed analisi epistemica, se si cerca di accostare il piano teologico a quello del linguaggio, ci si ricollega subito ai diversi modi di parlare di Dio. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Giuni Russo, dal brano “Io nulla” (Album Morirò d’amore, 2003)
  2. Il versetto (che in ebraico traslitterato risulta essere “ehyeh asher ehyeh”) conta molteplici traduzioni, come ad esempio “Io sono colui che sono” della traduzione dei Settanta, che è traducibile anche con “Io sarò colui che sarò“, o “Io sono l’essere”
  3. Ne Il Seminario XX, Ancora, 1972-1973

Esiste un’ideologia nella crisi? Spunti da Slavoj Žižek (Pt.2)

 3. Il buddhismo occidentale e la negazione feticistica

Per un discorrere della storia delle reazioni alla crisi, di cui si occupa la filosofia žižekiana, più che dei motivi storici concreti attorno al suo sorgere, sarebbe opportuno confrontarsi con riflessioni classiche della filosofia politica. Ciò a cui  Žižek in maniera lapidaria accenna nei suoi lavori riguardanti la crisi economia è soprattutto, per quanto riguarda Kant, il concetto di «uso pubblico della ragione»; che una deliberazione politica avente in sé una verificabilità razionale, una comprensibilità, debba prima di tutto nascere da un processo di confronto, da un filtro purificatore, è dubbio nella contemporaneità. All’affastellarsi di plurime opinioni «esposte» una accanto all’altra, invero, non si accompagna un’operazione selettiva ed un lavoro analogo a quello che ci si può aspettare da un rinnovamento della formulazione kantiana. Fa da contraltare a questo mancato lavoro di critica e modifica dell’opinione comune, così distante dalla “intelligenza collettiva” teorizzata dagli attuali sostenitori di una possibile e-democracy, la tutela e la non-tutela della privacy:

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Esiste un’ideologia nella crisi? Spunti da Slavoj Žižek (Pt.1)

1. Introduzione 

Col termine «ideologia» si era soliti indicare, nel XX secolo, una congerie di credenze fasciate insieme, provenienti da campi eterogenei del sapere e del sentire e volte ad orientare un gruppo sociale o la società in toto. Ma nella fase che stiamo vivendo, dove ormai appare inappropriato attribuire il termine «congiunturale» alla depressione economica e la crisi sembra diventata una caratteristica del nostro modo di vivere (ancor prima della crisi economica giungeva alle nostre orecchie, in elegie meste o marce trionfali, la formula di «fine della storia»), è presente un’ideologia? Difficile credere che aspetti caratteristici di questo frangente temporale ci orientino verso qualcos’altro: la tendenza a rivolgersi al passato si accompagna per la prima volta ad un’immaginazione futura che è sempre la stessa (il futuro che ci aspettiamo messianicamente è mutatis mutandis quello dell’evoluzione tecnologica sognato già nel dopoguerra e nel boom economico degli anni ’60). Sicuramente, e questo lo vedremo accompagnandoci alle riflessioni del filosofo sloveno Slavoj Žižek, emerge una nuova visione, un codice mentale che ci permette di adattarci sia nell’interpretazione della realtà socio-politica sia nella nostra stessa sopravvivenza in questo orizzonte. Ma è, l’adattamento, il modo migliore d’affrontare una simile condizione?

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Carl Schmitt: la filosofia elementare di “Land und Meer” (pt.2).

L’ epoca dei balenieri baschi e nord europei finì con l’inizio del 1600, secolo in cui la determinante invenzione di nuovi sistemi di vela capaci di spazzare via il remo, costituì l’autentica svolta nella storia del rapporto tra uomo e mare. La nuova cantieristica navale olandese produsse navi in grado di resistere ai lunghi viaggi negli oceani. Se gli italiani furono fondamentali nel perfezionamento della bussola e delle carte geografiche, gli spagnoli e i portoghesi si dedicarono maggiormente alle scoperte di terre lontane. I francesi, sfruttando gli scontri religiosi all’interno del suolo nazionale, inaugurarono a tutti gli effetti i primi atti di guerriglia marina 1. Gli inglesi, malgrado le loro ricerche e le loro imprese, possedevano una flotta minore rispetto agli altri stati e lo slancio europeo verso il mare li toccò solo in una seconda fase, quando ormai l’epoca delle gesta eroiche dei balenieri volgeva al termine. L’invenzione di un nuovo tipo di vela non incentivò solo lo slancio tecnico dei paesi d’Europa, ma permise – e qui sta il nocciolo della questione per Schmitt – la nascita di una nuova e temeraria specie di «figli del mare». Pirati, corsari, avventurieri dediti ai traffici marittimi, capitanati da figure ormai entrate nella leggenda: è il caso di Francis Drake, Hawkins o Sir Henry Morgan. Questi predoni del mare conquistano anche un’effettiva rilevanza storica annunciando lo stretto legame tra l’elemento marino e la lotta al nemico terrestre, allora rappresentato dalla Spagna cattolica. Per Schmitt l’epoca dei bucanieri durò dal 1550 al 1713: dall’inizio del conflitto tra potenze protestanti e cattoliche sino alla pace di Utrecht, trattato che sanciva la nascita della nuova Europa degli Stati Nazionali. In questi centocinquant’anni l’elemento marino si manifesta in maniera dirompente e rivoluzionaria. Se in un primo momento i pirati altro non erano che gruppi solitari di navigatori che razziavano le altre navi per scopi personali, in una seconda fase essi vennero inquadrati in vere e proprie flotte al servizio delle corone europee.  Leggi il resto di questo articolo »

  1. Durante le guerre religiose che insanguinarono la Francia, la fazione protestante degli Ugonotti inaugurò un nuovo tipo di guerra marina il cui obiettivo era colpire le navi commerciali della corona di Francia. Dunque, si può legittimamente parlare di avanguardia piratesca.

Intervista a L. Franceschini autore di “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” (pt.2)

Di seguito la seconda parte dell’intervista a L. Franceschini, autore del saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze edito da Ombre Corte. Rimandiamo inoltre alla prima parte della medesima intervista .

F. Della Sala: Malgrado lo spazio a nostra disposizione sia ormai poco, tengo particolarmente ad affrontare con lei almeno altri tre aspetti che permettano tanto di arricchire questo discorso sul razzismo, quanto di definire meglio il suo saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze. Sia nel libro, sia nella conferenza da lei tenuta a Barcellona affronta l’ardita impresa di rintracciare nella storia del pensiero quelle posizione che hanno facilitato lo sviluppo del razzismo. In questa impresa ermeneutica si è anche confrontato con la cultura greco – romana. Proprio in un saggio pubblicato da Athene Noctua a firma di L. Baldazzi, l’autore cerca di definire il concetto di straniero, rintracciando nell’estraneità il suo carattere peculiare. Come viene giustamente osservato, l’estraneità subisce, però, tutta una serie di suggestioni etiche, morali, consuetudinarie, che portano alla formulazione dello xenos e del barbaros. Il primo, malgrado sia estraneo, rientra in un processo di accettazione. Di più. Per i greci lo xenos viene addirittura ospitato, dal momento che la sua alterità non fuoriesce dai limiti della grecità. Nel caso del barbaros, invece, questi limiti vengono oltrepassati e lo straniero diventa nemico in potenza. Leggi il resto di questo articolo »

Intervista a L. Franceschini autore di “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” (pt.1)

Breve biografia dell’autore:

Leonardo Franceschini è nato a Roma nel 1985.  Ottiene la Laurea triennale in Filosofia e problemi storico sociali presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi intitolata “Il concetto di alienazione nelle opere giovanili di Marx”. Dopo aver trascorso un anno presso la “Universidad Ramon Llull” di Barcelona in qualità di studente erasmus, si laurea in Filosofia politica presso l’Università “La Sapienza” di Roma proponendo una tesi magistrale intitolata “Pensiero decoloniale: alternativa espistemica, scelta politica”. Nel 2012 e nel 2013 ha impartito un corso di filosofia e uno di lingua spagnola ai detenuti dell’istituto circondariale “Rebibbia” di Roma”. Dal giugno 2013 è membro del GIRCHE (Gruppo Internazionale di Ricerca: Cultura, Storia e Stato) presso la sede di Barcellona. Attualmente è dottorando presso la “Universidad de Barcelona” in attesa della cotutela con l’Università “L’orientale” di Napoli. In precedenza Leonardo Franceschini è stato anche autore della sceneggiatura del cortometraggio “Razza: umana”, in collaborazione con Shoah Foundation, Amnesty International e Archivio di Stato, vincitore del primo premio presso la Shoah Foundation Institute, University of Southern California. Ha inoltre tradotto l’opera teatrale “E’ stato morto un ragazzo”, basata sul caso di Federico Aldrovandi. L’opera tradotta, dal titolo “Obra Federico”, è stata rappresentata in molti teatri dell’America Latina. Da ormai dieci anni lavora privatamente con bambini e ragazzi affetti da problematiche legate alla dislessia e alla disgrafia, aiutandoli negli studi. Nel  Giugno 2013 pubblica il suo primo libro “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” edito dalla casa editrice Ombre Corte.

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Saggio – Tertulliano interprete di Valentino

La storia del cristianesimo non è affatto un processo unitario e lineare, piuttosto descrive un percorso tortuoso, ricco di controversie e improvvisi cambi di direzione. Malgrado la storia del cristianesimo sia discontinua e controversa è comunque possibile individuare un principio valido che permetta di spiegarla e descriverla. Questo principio riguarda il rapporto tra il dono gratuito della Grazia e la facoltà del libero arbitrio, sicché anche le più radicali risposte teologiche debbono riconoscere, pure in minima parte, anche l’elemento opposto, che viene sempre e comunque accolto, anche se subordinato, di modo ché, chi opterà per l’onnipotenza divina, dovrà riconoscere il ruolo relativo anche alla libertà dell’individuo mentre chi opterà per il libero determinarsi della creatura non potrà misconoscere il ruolo relativo della Grazia di Dio. La grandiosa disputa teologica del II secolo d.C. tra Tertulliano e i Valentiniani può essere descritta e approfondita alla luce di quanto detto sopra.

Valentino e la sua speculazione ontoteologica rappresentano il tentativo più audace ed estremo del movimento gnostico. L’intero impianto ontologico, la minuzia con cui sono descritti i passaggi della tragedia e della salvezza divina, la complessa struttura cosmogonia e cristologia, nonché l’immensa elaborazione simbolica sono testimonianza del monumentale sforzo che i Valentiniani fecero per creare un sistema religioso, indubbiamente complesso, ma assai solido e sviluppato. Nella dottrina valentiniana la novità del dono finisce per coincidere con la riscoperta della propria filialità con Dio e della propria natura “sovrastorica”, sicché l’eversiva gratuità di grazia diviene reminiscenza platonica, ricordo della propria nascosta identità.
Come si evince dalla valutazione del sistema valentiniano, al termine del processo di salvezza, l’importanza dell’avvento escatologico di Gesù viene addirittura estremizzato in un intimità ontologica e filiale dello gnostico con il Dio di grazia.

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Gli ornamenti: Ernst Bloch tra arte gotica e scultura africana

La questione ornamentale rientra ormai a pieno titolo nel panorama estetico contemporaneo. La devastazione artistica e architettonica delle due guerre mondiali ha lasciato spazio ad una nuova uniformità estetica da cui l’ornamento è categoricamente bandito. Ernst Bloch è uno dei pensatori che per primi si dedicarono al problema dell’ornamento. Per il filosofo quella di ornare e di ornarsi diviene un’urgenza filosofica davanti all’omologazione anti – naturalistica della nuova civiltà della tecnica. La questione della salvaguardia dell’ornamento viene affrontata nel capitolo “Produzione dell’ornamento” della sua prima opera Spirito dell’Utopia del 1918. L’idea di racchiudere in modo organico tutto il materiale estetico in una sola opera non verrà  portata a compimento, pertanto per analizzare la  teoria critica di Bloch occorre  attenersi  oltre che al  capitolo dell’ opera Spirito dell’utopia,  alle conferenze tenute sull’argomento e all’epistolario tra il filosofo e György Lukács.

Proprio in una di queste lettere Bloch rileva come una delle caratteristiche fondamentali dell’ornamento sia la capacità di portare in superficie ciò che altrimenti rimarrebbe irrimediabilmente nascosto. L’ornamento rende una produzione meramente materiale, qualcosa di più, ma cosa crea l’ornamento? Quale “contenuto sedimentato” si cela dietro le svariate forme ornamentali? Cosa accomuna la compattezza del cristallo egiziano, la traforatura dell’arte gotica e la scultura tribale africana? Leggi il resto di questo articolo »

Die Gemeinschaft des Nihilismus: il rapporto tra Nulla e munus. (pt.2)

Nel precedente articolo sono state evidenziate le dinamiche che sottostanno al concetto di Gemeinschaft come “non-cosa”. Tale teorizzazione ha portato ad identificare nel “niente in comune” la condizione necessaria affinché la comunità sia tale. Dopo aver indagato il rapporto tra comunità e niente, Esposito analizza la relazione che intercorre tra il niente e il nichilismo. Per far ciò occorre ricordare che Esposito definisce il “niente” come condizione e momento in cui nichilismo e comunità si intrecciano pur rimanendo, nella loro relazione, concetti ben distinti.

Come per la comunità anche il nichilismo assume in Esposito un significato assolutamente innovativo. Esso è la soppressione definitiva del niente in comune e non più la sua  lampante espressione. Esso infatti “non è il niente della cosa, ma del suo niente. Un niente al quadrato: il niente moltiplicato e contemporaneamente ingoiato dal niente. […] Non avendo voluto – o saputo -scavare più a fondo nel niente della relazione, il nichilismo moderno si ritrova consegnato al niente dell’assoluto – all’assoluto niente.” 1

Si danno così almeno due significati distinti di niente che vanno assolutamente tenuti separati malgrado la loro apparente coincidenza. Da un lato si presenta il niente della relazione che, come abbiamo abbondantemente visto, fa sì che l’essere in comune non venga concepito come ente pieno, ma come rapporto. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Roberto Esposito, Nichilismo e politica. Roma-Barsi, Editori Laterza, 2000. p. 30 – 31