Articoli marcati con tag ‘Jonas’

L’eternità della scelta. F.W.J. von Schelling e Hans Jonas

L’ idealismo, corrente filosofica che caratterizza l’Europa ottocentesca, in particolare la Germania, di cui ricordiamo i tre massimi esponenti: Johann Gottlieb Fichte (1762- 1814), Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854) e Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), ha avuto il merito di rivendicare, reagendo al mero empirismo dei positivisti, i diritti dello spirito soffocati dal materialismo. In questo modo lo spirito riesce a fondersi con l’infinito, conservando e al contempo superando, la finitezza dell’umano che assumeva i caratteri di condanna. La tipica attitudine degli idealisti e più in generale dei romantici della Germania ottocentesca, è infatti quella di ricercare, ovunque sia possibile all’uomo, l’ “oltre- limite”, vale a dire ciò che ontologicamente è al di là dell’ordine e dell’equilibrio armonico della natura. L’atmosfera idealista era intrisa di senso infinito in seno al finito, in cui la Einfühlung, la fusione fra l’infinito e il finito è così forte che si arriva a concepire quest’ultimo come la realizzazione vivente dell’infinito. Temi come l’eternità e l’immortalità dell’anima erano tanto vissuti, filosoficamente e non, che finirono con l’assumere il senso dell’esistenza in sé, spogliando gli uomini del loro carattere empirico attraverso l’elevazione del proprio spirito a Dio. In senso idealistico, Dio è quell’ Assoluto che è alla base dell’esistenza, quello Spirito di cui Hegel, ne “La fenomenologia dello Spirito” del 1807 traccia il percorso onto-teo-teleo-logico attraverso l’ assunzione di tappe ideali con risvolti storico- empirici.

La fine dell’idealismo è convenzionalmente collocata intorno agli anni trenta dell’ Ottocento, di pari passo con la morte di Hegel e con lo spegnimento intellettuale di alcuni dei temi caratterizzanti “la filosofia dello Streben”, come ad esempio il rapporto con l’infinito, lo spirito del mondo e l’ essenza della natura. Leggi il resto di questo articolo »

Intervista a L. Franceschini autore di “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” (pt.2)

Di seguito la seconda parte dell’intervista a L. Franceschini, autore del saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze edito da Ombre Corte. Rimandiamo inoltre alla prima parte della medesima intervista .

F. Della Sala: Malgrado lo spazio a nostra disposizione sia ormai poco, tengo particolarmente ad affrontare con lei almeno altri tre aspetti che permettano tanto di arricchire questo discorso sul razzismo, quanto di definire meglio il suo saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze. Sia nel libro, sia nella conferenza da lei tenuta a Barcellona affronta l’ardita impresa di rintracciare nella storia del pensiero quelle posizione che hanno facilitato lo sviluppo del razzismo. In questa impresa ermeneutica si è anche confrontato con la cultura greco – romana. Proprio in un saggio pubblicato da Athene Noctua a firma di L. Baldazzi, l’autore cerca di definire il concetto di straniero, rintracciando nell’estraneità il suo carattere peculiare. Come viene giustamente osservato, l’estraneità subisce, però, tutta una serie di suggestioni etiche, morali, consuetudinarie, che portano alla formulazione dello xenos e del barbaros. Il primo, malgrado sia estraneo, rientra in un processo di accettazione. Di più. Per i greci lo xenos viene addirittura ospitato, dal momento che la sua alterità non fuoriesce dai limiti della grecità. Nel caso del barbaros, invece, questi limiti vengono oltrepassati e lo straniero diventa nemico in potenza. Leggi il resto di questo articolo »

Intervista a L. Franceschini autore di “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” (pt.1)

Breve biografia dell’autore:

Leonardo Franceschini è nato a Roma nel 1985.  Ottiene la Laurea triennale in Filosofia e problemi storico sociali presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi intitolata “Il concetto di alienazione nelle opere giovanili di Marx”. Dopo aver trascorso un anno presso la “Universidad Ramon Llull” di Barcelona in qualità di studente erasmus, si laurea in Filosofia politica presso l’Università “La Sapienza” di Roma proponendo una tesi magistrale intitolata “Pensiero decoloniale: alternativa espistemica, scelta politica”. Nel 2012 e nel 2013 ha impartito un corso di filosofia e uno di lingua spagnola ai detenuti dell’istituto circondariale “Rebibbia” di Roma”. Dal giugno 2013 è membro del GIRCHE (Gruppo Internazionale di Ricerca: Cultura, Storia e Stato) presso la sede di Barcellona. Attualmente è dottorando presso la “Universidad de Barcelona” in attesa della cotutela con l’Università “L’orientale” di Napoli. In precedenza Leonardo Franceschini è stato anche autore della sceneggiatura del cortometraggio “Razza: umana”, in collaborazione con Shoah Foundation, Amnesty International e Archivio di Stato, vincitore del primo premio presso la Shoah Foundation Institute, University of Southern California. Ha inoltre tradotto l’opera teatrale “E’ stato morto un ragazzo”, basata sul caso di Federico Aldrovandi. L’opera tradotta, dal titolo “Obra Federico”, è stata rappresentata in molti teatri dell’America Latina. Da ormai dieci anni lavora privatamente con bambini e ragazzi affetti da problematiche legate alla dislessia e alla disgrafia, aiutandoli negli studi. Nel  Giugno 2013 pubblica il suo primo libro “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” edito dalla casa editrice Ombre Corte.

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La supposizione metafisica di Hans Jonas (pt.2)

Nell’articolo precedente è stato esposto il percorso battuto da Hans Jonas nel tentativo di rendere ragione dello spirito umano e della sua genesi. La struttura dell’opera può essere riassunta in tre fasi: nella prima Jonas teorizza il reperto cosmogonico e si concentra sulla validità delle scienze naturali sul piano meramente materiale; nella seconda viene indagata la relazione soggettività – spirito e il legame che questi due aspetti dell’esistenza umana hanno con il reperto cosmogonico; con la terza, presupponendo l’eccedenza e la trascendenza dello spirito, viene proposta una supposizione metafisica che prevede un Dio che si estranea a favore dell’autonoma cosmica. Come era stato affermato in precedenza questa ipotesi metafisica è solo in apparenza distante dal dibattito scientifico odierno. Materia, spirito e creazione. Reperto cosmologico e supposizione cosmogonica, lungi dall’essere un esperimento letterario e mitologico ad opera di uno dei più grandi esperti di religioni tardo-antiche, è un saggio che si inserisce con prepotenza ed innovazione all’interno dell’attuale panorama scientifico. Il trattato, che venne pubblicato per la prima volta in forma ridotta nel 1988,  è anzi una delle poche testimonianze, offerte dalla filosofia del secolo scorso, di nuovi spunti critici, autonomi rispetto alle due opposte fazioni impegnate nella disputa scientifica del ‘900: quella tra creazionisti ed evoluzionisti. Il lavoro di Jonas è decisivo anche in un altro senso. Il filosofo tedesco è infatti ben conscio che inserirsi nel dibattito scientifico proponendo un’ ipotesi metafisica potrebbe portare ad una facile e veloce liquidazione di Materia, spirito e creazione, bollata come “rigurgito metafisico” esterno ad un’argomentazione empirica. Per evitare una simile deriva Jonas è costretto a confrontare la sua supposizione con quell’intero patrimonio filosofico occidentale che si è cimentato nel problematico quesito circa l’origine del cosmo. Questo confronto permette di strutturare una profonda critica filosofica alle ragioni teoriche tanto dei creazionisti quanto degli evoluzionisti.

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La supposizione metafisica di Hans Jonas (pt.1)

Esistono degli interrogativi cui l’uomo sempre tende senza però riuscire a sentirsi pienamente soddisfatto e convinto dalle risposte a cui approda. Il grande quesito circa l’origine della vita, del mondo e dell’universo è uno di questi interrogativi radicali. Quest’interrogativo fondamentale attraversa l’intera storia dell’esistenza umana occupando un ruolo di prim’ordine tanto nei riti e nei miti delle civiltà arcaiche quanto nelle  più appassionate ricerche scientifiche contemporanee. Indubbiamente i progressi in campo scientifico e tecnologico hanno permesso di fare luce su aspetti del mondo ignoti o, semplicemente,  impensabili. Senza scadere in un positivismo radicale ed intransigente è doveroso evidenziare come lo sviluppo e la specializzazione delle scienze naturali, affiancate da un grandioso apparato tecnologico, abbia permesso all’uomo di arricchire la propria conoscenza circa la sua origine e quella dell’intero universo. Basti pensare a quel banale oggetto che è il cannocchiale puntato per la prima volta verso l’infinito del cielo da Galileo Galilei. Quel gesto, oggi così scontato, permise una rivoluzione tanto profonda da mettere in crisi sistemi secolari dati per certi. La scoperta delle imperfezioni lunari e di nuovi e lontanissimi astri, lungi dal mettere in dubbio la sola astronomia seicentesca, ripropose con forza domande vecchie quanto l’uomo 1: da chi o da cosa è stata generata l’immensità dello spazio? Siamo i soli abitanti dell’universo? Esistono dei limiti dell’universo? Questa generazione avviene partendo dal nulla o da una materia preesistente?

Sono passati secoli da quando il cannocchiale venne puntato da Galileo verso le stelle; oggi disponiamo di dati e teorie scientifiche che i primi scienziati moderni non avrebbero mai potuto immaginare. Anche le risposte circa l’origine dell’uomo e dell’universo sono profondamente mutate. In tal senso basta far brevemente riferimento alla rivoluzione iniziata da Darwin e alla più recente teoria del Big Bang e della conseguente espansione dell’universo. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa. Editori Laterza, Bari 2011. pp. 107-147

Saggio – Tertulliano interprete di Valentino

La storia del cristianesimo non è affatto un processo unitario e lineare, piuttosto descrive un percorso tortuoso, ricco di controversie e improvvisi cambi di direzione. Malgrado la storia del cristianesimo sia discontinua e controversa è comunque possibile individuare un principio valido che permetta di spiegarla e descriverla. Questo principio riguarda il rapporto tra il dono gratuito della Grazia e la facoltà del libero arbitrio, sicché anche le più radicali risposte teologiche debbono riconoscere, pure in minima parte, anche l’elemento opposto, che viene sempre e comunque accolto, anche se subordinato, di modo ché, chi opterà per l’onnipotenza divina, dovrà riconoscere il ruolo relativo anche alla libertà dell’individuo mentre chi opterà per il libero determinarsi della creatura non potrà misconoscere il ruolo relativo della Grazia di Dio. La grandiosa disputa teologica del II secolo d.C. tra Tertulliano e i Valentiniani può essere descritta e approfondita alla luce di quanto detto sopra.

Valentino e la sua speculazione ontoteologica rappresentano il tentativo più audace ed estremo del movimento gnostico. L’intero impianto ontologico, la minuzia con cui sono descritti i passaggi della tragedia e della salvezza divina, la complessa struttura cosmogonia e cristologia, nonché l’immensa elaborazione simbolica sono testimonianza del monumentale sforzo che i Valentiniani fecero per creare un sistema religioso, indubbiamente complesso, ma assai solido e sviluppato. Nella dottrina valentiniana la novità del dono finisce per coincidere con la riscoperta della propria filialità con Dio e della propria natura “sovrastorica”, sicché l’eversiva gratuità di grazia diviene reminiscenza platonica, ricordo della propria nascosta identità.
Come si evince dalla valutazione del sistema valentiniano, al termine del processo di salvezza, l’importanza dell’avvento escatologico di Gesù viene addirittura estremizzato in un intimità ontologica e filiale dello gnostico con il Dio di grazia.

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Gli ornamenti: Ernst Bloch tra arte gotica e scultura africana

La questione ornamentale rientra ormai a pieno titolo nel panorama estetico contemporaneo. La devastazione artistica e architettonica delle due guerre mondiali ha lasciato spazio ad una nuova uniformità estetica da cui l’ornamento è categoricamente bandito. Ernst Bloch è uno dei pensatori che per primi si dedicarono al problema dell’ornamento. Per il filosofo quella di ornare e di ornarsi diviene un’urgenza filosofica davanti all’omologazione anti – naturalistica della nuova civiltà della tecnica. La questione della salvaguardia dell’ornamento viene affrontata nel capitolo “Produzione dell’ornamento” della sua prima opera Spirito dell’Utopia del 1918. L’idea di racchiudere in modo organico tutto il materiale estetico in una sola opera non verrà  portata a compimento, pertanto per analizzare la  teoria critica di Bloch occorre  attenersi  oltre che al  capitolo dell’ opera Spirito dell’utopia,  alle conferenze tenute sull’argomento e all’epistolario tra il filosofo e György Lukács.

Proprio in una di queste lettere Bloch rileva come una delle caratteristiche fondamentali dell’ornamento sia la capacità di portare in superficie ciò che altrimenti rimarrebbe irrimediabilmente nascosto. L’ornamento rende una produzione meramente materiale, qualcosa di più, ma cosa crea l’ornamento? Quale “contenuto sedimentato” si cela dietro le svariate forme ornamentali? Cosa accomuna la compattezza del cristallo egiziano, la traforatura dell’arte gotica e la scultura tribale africana? Leggi il resto di questo articolo »