Articoli marcati con tag ‘Kant’

Prolegomeni ad ogni futura Metafisica: il risveglio di Kant e la soluzione al dubbio di Hume

giulia

 Lo confesso francamente: l’avvertimento di David Hume fu quello che, molti anni or sono, primo mi svegliò dal sonno dommatico e dette tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa. Mi tenni ben lontano dal seguirlo nelle conseguenze, che provenivano solo dal fatto che egli non si pose la quistione nella sua integrità, ma si fermò solo su una parte di essa, che non può offrire nessuna spiegazione senza che si consideri il tutto1.

Il risveglio di Kant dal sonno dogmatico, in cui egli stesso confessa di essere caduto, rimane una delle più celebri confessioni di debito intellettuale del pensiero moderno. Attraverso e limitatamente all’opera in cui la stessa citazione è presente, è possibile provare a ripercorrere quale sia stata la scintilla offerta da David Hume e in qual senso Kant possa affermare, con un certo senso di soddisfazione e sulla falsariga di un’apparente modestia, di aver compiuto «l’impresa» di superare lo scetticismo a cui lo scozzese era approdato.

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  1. I.Kant (2009), p.13.

L’Europa e la teoria discorsiva della democrazia

.L’Europa? Una necessità democratica.

Jürgen Habermas, uno dei più importanti filosofi viventi, si è fortemente interessato al tema dell’Unione Europea, come gli ultimi scritti dimostrano. La tematica europea e quella della transnazionalizzazione della democrazia sono diventate sempre più urgenti nel momento in cui dal XX secolo è cresciuta in maniera esponenziale la complessità della società mondiale. Di tale crescita la politica sembra aver perso il controllo, incapace di organizzarsi difronte al fatto che i mercati finanziari hanno oltrepassato il raggio d’azione degli stati nazionali. D’altronde Habermas parte da una concezione della democrazia in parte simile a quella di Rousseau: «autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti ne sono al tempo stesso gli autori», ma poi aggiunge «in una democrazia i cittadini sono soggetti unicamente alle leggi che essi si sono dati secondo procedure democratiche». Perciò il crescere del potere delle organizzazioni internazionali (ad es. mercati finanziari) e delle problematiche mondiali (ad es. surriscaldamento globale), via via che le funzioni degli Stati nazionali ne perdono il controllo, mina il procedere democratico degli Stati stessi. Dunque Habermas ritiene che si sia costretti a riconoscere la necessità di ampliare le procedure democratiche oltre i confini degli stati nazionali, a meno che non ci si voglia rassegnare a questa situazione. Soltanto transnazionalizzando la democrazia, verso una futura società mondiale retta da una costituzione, si può dar modo ai cittadini di trasformare l’uso civico della libertà di comunicazione in forze produttive in grado legittimare un processo di autodeterminazione democratica.

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Saggio – Pensiero borghese e proletario in “Storia e coscienza di classe”

.La categorie di borghese e rivoluzionario hanno permeato la filosofia, la letteratura e in buona parte tutte le scienze sociali dal sorgere del marxismo al XX secolo. Il saggio intende fornire un’analisi di alcuni passi fondamentali dell’opera di György Lukács, “Storia e coscienza di classe”, ritenuta fondamentale per tale tematica.
In Lukács le «antinomie del pensiero borghese» e «il punto di vista del proletariato» non hanno a che fare strettamente con una classificazione di benessere e censo di stampo statistico; borghesi e rivoluzionarie sono alcune scienze e le loro metodologie ed anche filosofi e ricostruzioni storiche possono essere caratterizzate in questo modo. Alla borghesia spetta la dilatazione ad oltranza del suo presente e l’applicazione di leggi razionali eterne nei contenuti dell’immediatezza; al proletariato la creazione di nuove mediazioni, la riscoperta di legami con delle tendenze del passato che facciano nascere nuove prospettive future.

Molte sono le riflessioni che possono nascere a partire dall’opera di Lukács in questo primo quarto di secolo del nuovo millennio; esistono ancora delle classi come soggetti dell’operare storico? Ed è ancora pregnante di senso quella differenza, che può suonare quasi come una tentazione, fra coscienza di classe e coscienza di ceto che il proletariato deve mantenere per non diventare anch’esso, quantomeno da un punto di vista teoretico, dalla mentalità borghese? Leggi il resto di questo articolo »

L’Europa di Habermas

DSC_0980Da poco, in Italia e nel resto d’Europa, si sono chiuse le urne per l’elezione del Parlamento Europeo e ad essere chiamati al voto sono state 23 nazioni e 405 milioni di elettori.  I timori prodotti dalla crisi economica hanno reso sempre più presenti nella coscienza delle persone le tematiche e le problematiche legate all’Unione Europea. Il tradizionale confronto tra il Partito Popolare Europeo e il Partita Socialista Europeo ha lasciato il posto a due nuovi contendenti; da una parte si sono fatti avanti i difensori dello stato nazione, i cosiddetti “euroscettici”, che reclamano il ritorno ad una sovranità nazionale ormai minata dai trattati europei. Dall’altra, i sostenitori degli “Stati Uniti d’Europa” che vorrebbero la creazione di uno stato federale sul modello degli Stati Uniti d’America.

La sorprendente avanzata dei partiti nazionalisiti in Inghilterra e  Francia dimostra come ad essere tornato in discussione nel dibattito politico e accademico è il fine e il progetto stesso dell’UE. Un contributo importante e originale a questa disputa viene da Jürgen Habermas, professore emerito di Filosofia all’Università di Francoforte nonché uno dei maggiori filosofi viventi. Habermas ritiene che la crisi economica sia in realtà, per l’Europa, un’opportunità. È “grazie” a quest’ultima infatti che i popoli hanno preso coscienza per la prima volta dell’importanza e dell’impatto che il progetto europeo ha sulle loro vite, e della necessità di far fronte a queste problematiche in maniera compatta.  Innanzitutto, perché l’Europa oggi? Il filosofo tedesco vede nell’Europa un passo decisivo per una società mondiale retta da una costituzione. Leggi il resto di questo articolo »

Esiste un’ideologia nella crisi? Spunti da Slavoj Žižek (Pt.2)

 3. Il buddhismo occidentale e la negazione feticistica

Per un discorrere della storia delle reazioni alla crisi, di cui si occupa la filosofia žižekiana, più che dei motivi storici concreti attorno al suo sorgere, sarebbe opportuno confrontarsi con riflessioni classiche della filosofia politica. Ciò a cui  Žižek in maniera lapidaria accenna nei suoi lavori riguardanti la crisi economia è soprattutto, per quanto riguarda Kant, il concetto di «uso pubblico della ragione»; che una deliberazione politica avente in sé una verificabilità razionale, una comprensibilità, debba prima di tutto nascere da un processo di confronto, da un filtro purificatore, è dubbio nella contemporaneità. All’affastellarsi di plurime opinioni «esposte» una accanto all’altra, invero, non si accompagna un’operazione selettiva ed un lavoro analogo a quello che ci si può aspettare da un rinnovamento della formulazione kantiana. Fa da contraltare a questo mancato lavoro di critica e modifica dell’opinione comune, così distante dalla “intelligenza collettiva” teorizzata dagli attuali sostenitori di una possibile e-democracy, la tutela e la non-tutela della privacy:

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Esiste un’ideologia nella crisi? Spunti da Slavoj Žižek (Pt.1)

1. Introduzione 

Col termine «ideologia» si era soliti indicare, nel XX secolo, una congerie di credenze fasciate insieme, provenienti da campi eterogenei del sapere e del sentire e volte ad orientare un gruppo sociale o la società in toto. Ma nella fase che stiamo vivendo, dove ormai appare inappropriato attribuire il termine «congiunturale» alla depressione economica e la crisi sembra diventata una caratteristica del nostro modo di vivere (ancor prima della crisi economica giungeva alle nostre orecchie, in elegie meste o marce trionfali, la formula di «fine della storia»), è presente un’ideologia? Difficile credere che aspetti caratteristici di questo frangente temporale ci orientino verso qualcos’altro: la tendenza a rivolgersi al passato si accompagna per la prima volta ad un’immaginazione futura che è sempre la stessa (il futuro che ci aspettiamo messianicamente è mutatis mutandis quello dell’evoluzione tecnologica sognato già nel dopoguerra e nel boom economico degli anni ’60). Sicuramente, e questo lo vedremo accompagnandoci alle riflessioni del filosofo sloveno Slavoj Žižek, emerge una nuova visione, un codice mentale che ci permette di adattarci sia nell’interpretazione della realtà socio-politica sia nella nostra stessa sopravvivenza in questo orizzonte. Ma è, l’adattamento, il modo migliore d’affrontare una simile condizione?

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Intervista a L. Franceschini autore di “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” (pt.2)

Di seguito la seconda parte dell’intervista a L. Franceschini, autore del saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze edito da Ombre Corte. Rimandiamo inoltre alla prima parte della medesima intervista .

F. Della Sala: Malgrado lo spazio a nostra disposizione sia ormai poco, tengo particolarmente ad affrontare con lei almeno altri tre aspetti che permettano tanto di arricchire questo discorso sul razzismo, quanto di definire meglio il suo saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze. Sia nel libro, sia nella conferenza da lei tenuta a Barcellona affronta l’ardita impresa di rintracciare nella storia del pensiero quelle posizione che hanno facilitato lo sviluppo del razzismo. In questa impresa ermeneutica si è anche confrontato con la cultura greco – romana. Proprio in un saggio pubblicato da Athene Noctua a firma di L. Baldazzi, l’autore cerca di definire il concetto di straniero, rintracciando nell’estraneità il suo carattere peculiare. Come viene giustamente osservato, l’estraneità subisce, però, tutta una serie di suggestioni etiche, morali, consuetudinarie, che portano alla formulazione dello xenos e del barbaros. Il primo, malgrado sia estraneo, rientra in un processo di accettazione. Di più. Per i greci lo xenos viene addirittura ospitato, dal momento che la sua alterità non fuoriesce dai limiti della grecità. Nel caso del barbaros, invece, questi limiti vengono oltrepassati e lo straniero diventa nemico in potenza. Leggi il resto di questo articolo »

Saggio – Pausa e Ritmo. Sull’attacco della 5a di Beethoven

    Gli oggetti e gli eventi non sono esperienze primitive. Oggetti ed eventi sono rappresentazioni di relazioni. Dato che ‘oggetti’ ed ‘eventi’ non sono esperienze primitive e così non possono rivendicare uno status assoluto (oggettivo), le loro interrelazioni, l’“ambiente” è un affare meramente personale, i cui vincoli sono fattori anatomici o culturali […] Quelle proprietà che si credeva facessero parte delle cose si sono rivelate essere proprietà dell’osservatore.”  Così scrisse il fisico e filosofo Heinz Von Foerster in Sistemi che osservano. Partendo da questo presupposto, si evince che la conoscenza non è da cercare al di fuori di noi, bensì in noi. Ma allora che cos’è la conoscenza? Come la si acquisisce? Quanti metodi esistono per questa acquisizione ? Un unico metodo universale o molteplici e particolari? Quale o quali sono questi metodi? Ma soprattutto la conoscenza è riciclabile per acquisire nuova conoscenza? Si è cercato di dare una risposta a questi quesiti tentando di risolvere quello che viene qui definito ” L’enigma Beethoven”.

Tale enigma si cela dietro al compositore tedesco Ludwig Van Beethoven, figura cardine della musica del XIX ° secolo. L’estrema complessità della figura del compositore sembra essere custodita nel suo ruolo di transizione tra classicismo e romanticismo; egli è confine, terra di nessuno, tra l’uno e l’altro mondo, senza fare parte, in senso stretto, di alcuno dei due. La sua tecnica è classica, segue rigorosamente i dictat armonici e strutturali della scrittura musicale classica dell’epoca anteriore; ciò nonostante il risultato delle sue composizioni è strabiliante,emotivamente dirompente come un fiume in piena, ma soprattutto, diverso dalla musica che lo precede. Leggi il resto di questo articolo »

Spunti su Rousseau – l’obbligo alla libertà

Questa breve riflessione rotea attorno ad un’assai suggestiva espressione a cui  Jean – Jacques Rousseau ricorre nel primo libro del Contratto Sociale (1762), vale a dire “l’obbligo alla libertà”.  Se “obbligare” ad essere liberi appare una contraddizione in termini, è quantomai opportuno affrontare lo specifico senso che l’autore ginevrino attribuisce al concetto di liberà, che è sia l’obbiettivo per cui si costituisce lo stato che il vincolo dallo Stato imposto. Analizzando tale “costrizione” si osserva come, oltre a garantire la coerenza interna del nuovo organo politico, essa sia qualificante della nuova identità che l’uomo assume prendendo parte al contratto. Sebbene lo stesso autore, in un altro passaggio, cerca di smarcarsi dal definire il significato della parola libertà 1 , sembra che l’intero discorso del contratto sociale si regga sul principio di garantirla e conciliarla con le esigenze di tutti.

Nell’approcciare il tema della libertà del singolo all’interno della società, il Contratto Sociale di  Rousseau rimane un passaggio obbligato; l’importanza dei suoi precetti non deriva soltanto dall’influenza avuta nell’ispirare i movimenti rivoluzionari sette – ottocenteschi, ma anche dalla più recente debacle sorta tra chi vuole ritrovare nel pensiero del filosofo ginevrino possibili derive totalitarie e chi, invece, giudica prevenute simili letture.

Tra i sostenitori di un Rousseau “totalitario” troviamo diversi autori. Isaiah Berlin, teorico del liberalismo e padre della ormai celebre distinzione tra libertà negativa (da intendersi in senso restrizioni all’azione del soggetto) e libertà positiva (capacità di autodeterminazione) 2 , è certo tra i più influenti. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Ciò viene esplicitamente affermato in un passo che commenteremo a seguire
  2. La distinzione tra le due libertà è oggetto del saggio Due concetti di libertà, 1958

La supposizione metafisica di Hans Jonas (pt.2)

Nell’articolo precedente è stato esposto il percorso battuto da Hans Jonas nel tentativo di rendere ragione dello spirito umano e della sua genesi. La struttura dell’opera può essere riassunta in tre fasi: nella prima Jonas teorizza il reperto cosmogonico e si concentra sulla validità delle scienze naturali sul piano meramente materiale; nella seconda viene indagata la relazione soggettività – spirito e il legame che questi due aspetti dell’esistenza umana hanno con il reperto cosmogonico; con la terza, presupponendo l’eccedenza e la trascendenza dello spirito, viene proposta una supposizione metafisica che prevede un Dio che si estranea a favore dell’autonoma cosmica. Come era stato affermato in precedenza questa ipotesi metafisica è solo in apparenza distante dal dibattito scientifico odierno. Materia, spirito e creazione. Reperto cosmologico e supposizione cosmogonica, lungi dall’essere un esperimento letterario e mitologico ad opera di uno dei più grandi esperti di religioni tardo-antiche, è un saggio che si inserisce con prepotenza ed innovazione all’interno dell’attuale panorama scientifico. Il trattato, che venne pubblicato per la prima volta in forma ridotta nel 1988,  è anzi una delle poche testimonianze, offerte dalla filosofia del secolo scorso, di nuovi spunti critici, autonomi rispetto alle due opposte fazioni impegnate nella disputa scientifica del ‘900: quella tra creazionisti ed evoluzionisti. Il lavoro di Jonas è decisivo anche in un altro senso. Il filosofo tedesco è infatti ben conscio che inserirsi nel dibattito scientifico proponendo un’ ipotesi metafisica potrebbe portare ad una facile e veloce liquidazione di Materia, spirito e creazione, bollata come “rigurgito metafisico” esterno ad un’argomentazione empirica. Per evitare una simile deriva Jonas è costretto a confrontare la sua supposizione con quell’intero patrimonio filosofico occidentale che si è cimentato nel problematico quesito circa l’origine del cosmo. Questo confronto permette di strutturare una profonda critica filosofica alle ragioni teoriche tanto dei creazionisti quanto degli evoluzionisti.

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