Articoli marcati con tag ‘metafisica’

Prolegomeni ad ogni futura Metafisica: il risveglio di Kant e la soluzione al dubbio di Hume

giulia

 Lo confesso francamente: l’avvertimento di David Hume fu quello che, molti anni or sono, primo mi svegliò dal sonno dommatico e dette tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa. Mi tenni ben lontano dal seguirlo nelle conseguenze, che provenivano solo dal fatto che egli non si pose la quistione nella sua integrità, ma si fermò solo su una parte di essa, che non può offrire nessuna spiegazione senza che si consideri il tutto1.

Il risveglio di Kant dal sonno dogmatico, in cui egli stesso confessa di essere caduto, rimane una delle più celebri confessioni di debito intellettuale del pensiero moderno. Attraverso e limitatamente all’opera in cui la stessa citazione è presente, è possibile provare a ripercorrere quale sia stata la scintilla offerta da David Hume e in qual senso Kant possa affermare, con un certo senso di soddisfazione e sulla falsariga di un’apparente modestia, di aver compiuto «l’impresa» di superare lo scetticismo a cui lo scozzese era approdato.

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  1. I.Kant (2009), p.13.

Materiali per una filosofia pratica in “Sein und Zeit”

.I. Heidegger e la questione dell’agire.

La questione dell’agire all’interno della riflessione heideggeriana è una delle più controverse e dibattute. Se a partire dai suoi studi fenomenologici sulla fatticità (Faktizität) della vita il problema dell’essere (Sein) viene progressivamente ad imporsi nel suo pensiero, il progetto di Sein und Zeit (1927) si configura come l’esplicita e «concreta elaborazione del problema del senso dell’essere»1. Il problema, che si trova caduto nella dimenticanza, in una condizione di oblio, trivializzato come concetto più generale e vuoto di tutti, necessita dunque di una ripetizione nel senso di un’adeguata rielaborazione della sua stessa impostazione. Il suo risultato dovrà arrestarsi alla comprensione del senso dell’essere dell’Esserci (Dasein) come temporalità (Zeitlichkeit) e, se l’essere rimarrà nella speculazione di Heidegger come «un’ossessione, la sua prima e ultima parola»2, diversamente, il problema dell’agire sembra emergere esplicitamente come questione fondamentale solo in Über den Humanismus (1946), rispetto alla questione etica e dell’humanitas, su sollecitazione di Jean Beufret. Quasi vent’anni intercorrono tra l’elaborazione della domanda sul senso dell’essere e il tentativo di un ripensamento decisivo dell’essenza dell’agire. Leggi il resto di questo articolo »

  1. M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2010, p.10.
  2. R. Schürmann, Dai principi all’anarchia, Il mulino, Bologna 1995, p. 26.

Eredità europea e nuova oikoumene in H. G. Gadamer

.1. L’urgenza di una «Idea d’Europa»:

Nell’attuale agenda delle priorità politiche compare la costruzione, o il miglioramento, dell’edificio europeo. Sono molti gli studiosi e gli intellettuali che si sono mossi in tale direzione: ci basti qui ricordarne solo alcuni per rimarcare l’urgenza di un simile campo di ricerca.  Tra questi Massimo, Cacciari ha cercato di definire il profilo, mutevole e tragico, dell’identità europea1; Giovanni Reale ha sottolineato la necessità “antropologica” di un «uomo europeo»2; Derrida, invece, ha sviluppato un’attenta riflessione sul rapporto tra praxis politica e θεωρέω, indagando le possibilità storiche per un’Europa dell’ad-venire.3In vero è difficile trovare un pensatore europeo che non si sia mai interrogato sul significato e sul senso d’Europa. Infatti, in modi molto differenti, anche Nietzsche, Hegel, Husserl, Patocka, Habermas, Schmitt ne hanno approfondito il tema. Vista la vastità dell’argomento , sarà qui proposta una breve introduzione al concetto di «eredità europea» a partire dall’intenso dibattito che si sviluppò attorno all’ermeneutica di H. G. Gadamer. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Si pensi a Geofilosofia dell’Europa o, in una certa misura, a Il Potere che frena.
  2. G. Reale, Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell’uomo europeo. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003.
  3. J. Derrida, L’autre cap suivi de La Democrazie ajournéé. Paris, Le Editions de Minuit, 1991.

Friedrich Heinrich Jacobi: un filosofo di carattere. Le due facce della ragione

.Nonostante una formazione da commerciante alle spalle al fine di portare avanti l’attività di famiglia e la messa a punto di una dottrina a suo dire “non-filosofica”, Friedrich Heinrich Jacobi (Düsseldorf, 1743-Munich, 1819) riuscì a imporsi con naturalezza nel panorama culturale tedesco, in particolare nella tensione filosofica a cavallo tra la fine ‘700 e il primo decennio del 1800. Infatti, un’attiva partecipazione nei momenti più “caldi” della filosofia di allora e l’elaborazione di un vero e proprio metodo filosofico applicato alla sua “dottrina della fede” gli hanno assicurato un posto di rilievo nella filosofia del tempo, in particolare grazie ai rapporti che Jacobi intratteneva con gli “scienziati” dell’idealismo. A tal proposito, è bene ricordare l’episodio della controversia sull’ateismo di Fichte a seguito della pubblicazione del saggio Über den Grund unseres Galubens an eine göttliche Weltregierung (Sul fondamento della nostra fede in un governo divino del mondo) in risposta a quello pubblicato da Forberg1. Il saggio fichtiano infatti fu al centro di accese polemiche a causa della natura, a dire di molti, completamente atea dal momento che si fondava sull’identificazione tra Dio e un ordine morale universale del mondo: Dio viene così spersonalizzato e ridotto a un puro e semplice ordine a cui fa capo l’umano in quanto umano. La polemica fu scaturita da un libello anonimo dal titolo Lettera di un padre al figlio studente sull’ateismo di Fichte e Forberg che chiedeva una punizione nei riguardi di Fichte per il suo atteggiamento apertamente anticristiano. Fichte cercò di difendersi autonomamente e non solo: nell’Appellation an das Publikum Fichte, a propria difesa, rovesciò l’accusa di ateismo facendo riferimento all’eterno conflitto caratterizzante la filosofia occidentale, al cui centro vi era la differenza tra dogmatismo e idealismo, rispettivamente caratterizzati da eudemonismo e moralismo. Leggi il resto di questo articolo »

  1. F.K Forberg (1770-1848), filosofo e filologo tedesco, allievo di Fichte pubblicò il saggio Entwicklung des Begriffs der Religion (Sviluppo del concetto di religione)

Ousìa: un profilo della sostanza aristotelica secondo il libro Z della Metafisica.

.Una delle questioni più spinose che si possa affrontare nell’esegesi dei testi di Aristotele è indubbiamente la definizione del concetto di sostanza (ousìa). Si tratta di una faccenda tuttora controversa e densa di irrisolte aporie interpretative, poiché, pur mettendo da parte le incrostazioni storiche - talvolta fuorvianti – originate da alcune tradizioni esegetiche poco interessate ad una ricostruzione accurata del pensiero originale 1, il testo stesso della Metafisica appare in molti punti poco chiaro, oscuro e apparentemente contraddittorio.

Inoltre, Aristotele aveva già definito, nelle Categorie, la sostanza distinguendola in due tipi:

Sostanza nel senso più proprio, in primo luogo e nella più grande misura, è quella che non si dice di un qualche soggetto (hypokeìmenon), né è in un qualche soggetto, ad esempio, un determinato uomo, o un determinato cavallo. D’altro canto, sostanze seconde si dicono le specie (eìde), in cui sono presenti le sostanze che si dicono prime, ed oltre alle specie, i generi (géne) di queste”2. Leggi il resto di questo articolo »

  1. La principale attività filosofica nel neoplatonismo era incentrata sull’interpretazione delle opere di Platone e Aristotele, ma senza interesse storiografico: sia in Plotino (Enneadi), sia in Proclo (Teologia platonica) è riscontrabile una tendenza alla conciliazione tra i due grandi filosofi in vista della costruzione di un sistema filosofico compiuto, intento che talvolta portò a falsificazioni. Poi, la scolastica medievale era solita donare fondamento autorevole alle sue dissertazioni teologiche facendo riferimento ai testi di Platone e Aristotele: Tommaso D’Aquino scrisse un importante, e influente, commento alla Metafisica.
  2. Categorie, 2a10, trad. di G. Colli (1955) con variazioni mie (“soggetto” al posto di “sostrato”, “presenti” al posto di “immanenti” – vd. nota 3)

La metaetica applicata ai concetti di ragione nell’azione, intenzionalità e direzione d’adattamento di John Searle – Metaethics in John Searle’s concepts of reason in action, intentionality and direction of fit

Introduzione alla meta-etica

Di cosa si sta parlando quando la parola chiave è “meta-etica”? Si può capire già dal termine che il nostro studio è collocato in un campo di interesse il cui scopo è quello di “controllare qualcosa a proposito di qualcosa”.

 Etimologia: meta+etica: una disciplina che ha a che fare con la fondazione dell’etica, in particolare con la natura delle asserzioni normative e le giustificazioni etiche1.

In filosofia, infatti, la meta-etica è la branca dell’etica che cerca una spiegazione sulla natura delle proprietà etiche: l’obiettivo è quello di trovare la ragione di alcune attitudini, proprietà e giudizi della vita ordinaria. Possiamo, dunque, riassumere dicendo che si tratta di una sorta di riflessione filosofica sulle teorie etiche e morali. La meta-etica è il terzo, nonché ultimo, gradino di un “itinerario etico”, infatti, prima di giungervi, è necessario attraversare due passaggi che coincideranno con il fulcro delle teorie meta-etiche. I due gradini precedenti sono i seguenti: il primo è il comportamento umano della vita quotidiana senza alcuna sfumatura teoretica sulla quale indagare perché trattasi semplicemente della nostra vita, il nostro modo “innato” di vivere nel mondo; il secondo livello, al contrario, è il cominciamento dell’inserimento nel mondo filosofico: a questo livello coloro che hanno rilevanza non sono le persone considerate nel complesso, ma i filosofi che tentano di spiegare e giustificare i giudizi morali coinvolti nel primo passaggio; nasce così la filosofia morale. Leggi il resto di questo articolo »

  1. www.philosophy.enacademic.com/1509/metaethics

Tra socialismo e nazionalismo: brevi appunti sulla figura storico-filosofica dell’Arbeiter (pt.2)

.Inevitabili ambiguità: l’esperimento politico di Niekisch tra socialismo e nazionalismo.

Nell’articolo precedente si è cercato di descrivere il complesso quadro teorico, storico e politico che contribuì a definire la figura dell’arbeiter nella Germania di Weimar. In conclusione è stato osservato come, tanto nell’alveo della tradizione marxiana, quanto di quella jungeriana, la figura antropologica del lavoratore si scontri con le necessità pratico-politiche della situazione tedesca. Da questa contrapposizione irriducibile tra teoria e prassi sorgono movimenti, partiti, riviste e gruppi politici costretti ad una costitutiva ambiguità, perennemente in tensione tra una filosofia del nazionalismo e una del socialismo. Le suggestioni politico-metafisiche di Niekisch offrono la possibilità di indagare i termini di questo “equivoco” originario che, de facto, apre la strada alla figura del lavoratore nazionalsocialista.

Ernst Niekisch (1889 – 1967) fu un politico tedesco che operò tra la prima e la seconda guerra mondiale. Da giovanissimo si iscrisse nell’SPD per poi fuoriuscirne nel 1918, non condividendo le posizioni scettiche nei confronti della Russia comunista e il pacifismo propagandato dal partito. Dopo un breve periodo nel gruppo dei “Socialisti Indipendenti”, Niekisch fonda il giornale Der WiderstandLa Resistenza -, pubblicato fino al 1934, tramite cui diffonde la sua idea di «nazionalbolscevismo» 1. Leggi il resto di questo articolo »

  1. C. Terracciano, M. Murelli, Nazionalcomunismo. SEB, Milano, 1996. pp. 122- 126 

Tra socialismo e nazionalismo: brevi appunti sulla figura storico-filosofica dell’Arbeiter (pt.1)

Breve introduzione a cura di M. Camici:

«Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. » Joseph Conrad, Cuore di tenebra.

Il lavoro, così come oggi lo conosciamo – o forse dovremmo meglio dire non conosciamo affatto – è per il 41,6% dei giovani italiani un sogno difficile e , purtroppo, spesso non realizzabile. Questo dato allarmante viene però analizzato e affrontato come una questione meramente economica ma, forse, il problema dell’occupazione, del lavoro e del lavoratore rappresenta qualcosa in più di tutto ciò. Come il pensiero filosofico ci insegna, non si può slegare il tema del lavoro da quello della libertà, da quella peculiare capacità dell’uomo di determinare la propria esistenza tramite le  sue stesse azioni. Per questo motivo, scrive Jan Patocka, «paradossalmente il lavoro ci fa sentire la nostra libertà, il suo carattere di peso è derivato dal peso inerente alla vita umana in generale, dal fatto che non possiamo semplicemente prendere la vita come qualcosa d’indifferente, bensì che la dobbiamo sempre “portare”, “condurre” – farcene garanti e rispondere per essa.» È proprio questa mancanza, l’impossibilità di poter determinare il proprio sé autonomamente, ad aver causato  il senso di smarrimento che viviamo nei nostri giorni. Certamente l’argomento legato al lavoro e al lavoratore non è un’esclusiva di noi contemporanei, piuttosto è un’ eredità lasciataci dai lontani moti rivoluzionari che hanno scosso, a partire dalla fine del settecento sino alle due guerre mondiali, l’Europa e il mondo intero. Leggi il resto di questo articolo »

L’eternità della scelta. F.W.J. von Schelling e Hans Jonas

L’ idealismo, corrente filosofica che caratterizza l’Europa ottocentesca, in particolare la Germania, di cui ricordiamo i tre massimi esponenti: Johann Gottlieb Fichte (1762- 1814), Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854) e Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), ha avuto il merito di rivendicare, reagendo al mero empirismo dei positivisti, i diritti dello spirito soffocati dal materialismo. In questo modo lo spirito riesce a fondersi con l’infinito, conservando e al contempo superando, la finitezza dell’umano che assumeva i caratteri di condanna. La tipica attitudine degli idealisti e più in generale dei romantici della Germania ottocentesca, è infatti quella di ricercare, ovunque sia possibile all’uomo, l’ “oltre- limite”, vale a dire ciò che ontologicamente è al di là dell’ordine e dell’equilibrio armonico della natura. L’atmosfera idealista era intrisa di senso infinito in seno al finito, in cui la Einfühlung, la fusione fra l’infinito e il finito è così forte che si arriva a concepire quest’ultimo come la realizzazione vivente dell’infinito. Temi come l’eternità e l’immortalità dell’anima erano tanto vissuti, filosoficamente e non, che finirono con l’assumere il senso dell’esistenza in sé, spogliando gli uomini del loro carattere empirico attraverso l’elevazione del proprio spirito a Dio. In senso idealistico, Dio è quell’ Assoluto che è alla base dell’esistenza, quello Spirito di cui Hegel, ne “La fenomenologia dello Spirito” del 1807 traccia il percorso onto-teo-teleo-logico attraverso l’ assunzione di tappe ideali con risvolti storico- empirici.

La fine dell’idealismo è convenzionalmente collocata intorno agli anni trenta dell’ Ottocento, di pari passo con la morte di Hegel e con lo spegnimento intellettuale di alcuni dei temi caratterizzanti “la filosofia dello Streben”, come ad esempio il rapporto con l’infinito, lo spirito del mondo e l’ essenza della natura. Leggi il resto di questo articolo »

La supposizione metafisica di Hans Jonas (pt.2)

Nell’articolo precedente è stato esposto il percorso battuto da Hans Jonas nel tentativo di rendere ragione dello spirito umano e della sua genesi. La struttura dell’opera può essere riassunta in tre fasi: nella prima Jonas teorizza il reperto cosmogonico e si concentra sulla validità delle scienze naturali sul piano meramente materiale; nella seconda viene indagata la relazione soggettività – spirito e il legame che questi due aspetti dell’esistenza umana hanno con il reperto cosmogonico; con la terza, presupponendo l’eccedenza e la trascendenza dello spirito, viene proposta una supposizione metafisica che prevede un Dio che si estranea a favore dell’autonoma cosmica. Come era stato affermato in precedenza questa ipotesi metafisica è solo in apparenza distante dal dibattito scientifico odierno. Materia, spirito e creazione. Reperto cosmologico e supposizione cosmogonica, lungi dall’essere un esperimento letterario e mitologico ad opera di uno dei più grandi esperti di religioni tardo-antiche, è un saggio che si inserisce con prepotenza ed innovazione all’interno dell’attuale panorama scientifico. Il trattato, che venne pubblicato per la prima volta in forma ridotta nel 1988,  è anzi una delle poche testimonianze, offerte dalla filosofia del secolo scorso, di nuovi spunti critici, autonomi rispetto alle due opposte fazioni impegnate nella disputa scientifica del ‘900: quella tra creazionisti ed evoluzionisti. Il lavoro di Jonas è decisivo anche in un altro senso. Il filosofo tedesco è infatti ben conscio che inserirsi nel dibattito scientifico proponendo un’ ipotesi metafisica potrebbe portare ad una facile e veloce liquidazione di Materia, spirito e creazione, bollata come “rigurgito metafisico” esterno ad un’argomentazione empirica. Per evitare una simile deriva Jonas è costretto a confrontare la sua supposizione con quell’intero patrimonio filosofico occidentale che si è cimentato nel problematico quesito circa l’origine del cosmo. Questo confronto permette di strutturare una profonda critica filosofica alle ragioni teoriche tanto dei creazionisti quanto degli evoluzionisti.

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