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Saggio – Appunti sul concetto di straniero in età precristiana

Sembrerebbe sconcertante affermare che il concetto di straniero non è presente nella riflessione filosofica. Il termine, che letteralmente pullula nella cultura greca ed è costante soggetto di confronto nelle beneamate versioni latine liceali (chi potrebbe scordare gli hostes di Giulio Cesare?) è indubbiamente oggetto di diversi autori moderni e contemporanei, tra cui citiamo Hannah Arendt, Levi Strauss, ma anche di costante dibattito legato alle tematiche dell’integrazione, dell’immigrazione, dei conflitti, delle identità culturali a confronto … Eppure, sorprendentemente, se si apre un dizionario filosofico italiano, di questo particolare lemma non si trova traccia. Come può essere? Cos’ha fatto sì che le enciclopedie consultato e non portassero menzione del concetto di straniero, pur riportando invece mille altre definizioni di termini che, sul momento, non apparirebbero propriamente filosofici. Un esempio è, senz’altro, la parola “energia”, che se appare propria di universi altro dalla filosofia, quelli della fisica, della chimica e della meccanica, deriva la sua origine da una espressione aristotelica: ἐνέργεια (energheia), termine usato nel senso di “azione efficace”, e che solo dal 1660 ha assunto l’accezione di “potere” o “potenzialità”1 Questo saggio non offre, ne può permettersi di offrire, una risposta al perché il termine straniero “straniero”, come i concetti ad esso affini che percorrono la filosofia antica, non trova posto nei moderni dizionari. Quello che si propone è di colmare almeno in parte quella che è, indiscutibilmente, una grave assenza, soprattutto a fronte delle problematiche che questo tema pone nella modernità. Non potendo certo esaurirsi un simile argomento in un saggio breve, tanto per l’immaturità del compositore quanto per l’effettiva molte di ricerche e fonti richieste per definire propriamente un concetto tanto vasto e variegato come “straniero” in ambito filosofico (e quindi, indirettamente, in ambito letterario ed antropologico), ho diretto la mia ricerca su quei mattoni concettuali che ne costituiscono la base: i termini usati in età pre cristiana dalla civiltà greca, latina ed ebraica per rivolgersi allo straniero. Leggi il resto di questo articolo »

  1.  http://www.etymonline.com/index.php?term=energy;  Douglas Harper. Energy in Online Etymology Dictionary, consultato lo 07/03/2013

Die Gemeinschaft des Nihilismus: il rapporto tra Nulla e munus. (pt.2)

Nel precedente articolo sono state evidenziate le dinamiche che sottostanno al concetto di Gemeinschaft come “non-cosa”. Tale teorizzazione ha portato ad identificare nel “niente in comune” la condizione necessaria affinché la comunità sia tale. Dopo aver indagato il rapporto tra comunità e niente, Esposito analizza la relazione che intercorre tra il niente e il nichilismo. Per far ciò occorre ricordare che Esposito definisce il “niente” come condizione e momento in cui nichilismo e comunità si intrecciano pur rimanendo, nella loro relazione, concetti ben distinti.

Come per la comunità anche il nichilismo assume in Esposito un significato assolutamente innovativo. Esso è la soppressione definitiva del niente in comune e non più la sua  lampante espressione. Esso infatti “non è il niente della cosa, ma del suo niente. Un niente al quadrato: il niente moltiplicato e contemporaneamente ingoiato dal niente. […] Non avendo voluto – o saputo -scavare più a fondo nel niente della relazione, il nichilismo moderno si ritrova consegnato al niente dell’assoluto – all’assoluto niente.” 1

Si danno così almeno due significati distinti di niente che vanno assolutamente tenuti separati malgrado la loro apparente coincidenza. Da un lato si presenta il niente della relazione che, come abbiamo abbondantemente visto, fa sì che l’essere in comune non venga concepito come ente pieno, ma come rapporto. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Roberto Esposito, Nichilismo e politica. Roma-Barsi, Editori Laterza, 2000. p. 30 – 31

Die Gemeinschaft des Nihilismus: il rapporto tra Nulla e munus. (pt.1)

Come giustamente osserva Emanuele Severino “più si parla di nichilismo, più diventa indispensabile pensare l’essenza del nichilismo” 1. Il compito proposto da Severino non è dei più semplici, sia a causa della vastità dell’argomento, sia per la presenza quotidiana e minacciosa del nichilismo, questo “ospite inquietante” padrone assoluto della nostra modernità. A raccogliere l’invito di Severino è un altro studioso e filosofo italiano, Roberto Esposito, che nella sua trilogia Communitas, Immunitas, Bios tocca a più riprese il concetto di nichilismo declinandolo sul piano etico – politico. Definire l’essenza del nichilismo è un compito che implica una conoscenza vastissima e soprattutto multidisciplinare. Questo, infatti, lungi dall’essere un fenomeno stabile e monolitico, attraversa tutti i campi della vita umana, talvolta in modo evidente, altre volte in modo assolutamente velato. Esposito appartiene a quella categoria di filosofi, come J-L. Nancy o L. Strauss, che analizza uno dei campi in cui il rapporto con il nichilismo non appare affatto così certo e scontato: quello della Gemeinschaft, la comunità sociale e politica. Questa tematica del pensiero di Esposito compare lungo tutta la sua produzione, ma per una più diretta esposizione questo articolo si atterrà al  solo saggio dell’autore comparso su “Nichilismo e politica” edito da Editori Laterza. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Emanuele Severino, Essenza del nichilismo.  Milano, Adelphi, 2005, p. 15.