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Il concetto di politico

.Nonostante la brevità de Il concetto di “politico”, questo saggio di Schmitt ha dato vita ad una quantità immensa di letteratura, ricca di interpretazioni tra loro spesso contrastanti. L’opera, pubblicata inizialmente sotto forma di articolo nel 1927, passa attraverso un lunghissimo periodo di correzione ed ampliamento fino ad ottenere una forma definitiva nel 1963, che la vede arricchita di una premessa, una postilla, tre corollari e la trascrizione di una conferenza tenuta a Barcellona 1929 1. Schmitt non ha mai smesso di considerarsi, per via della sua formazione e della sua produzione, un giurista, e in questa luce si può comprendere appieno la fondamentale importanza che una trattazione sul concetto di politico assume all’interno del suo percorso. Il concetto di “politico” è scritto con lo scopo di «inquadrare teoricamente un problema di portata smisurata»2 e consiste nel tentativo di rispondere alla domanda “Cosa è politico? Cosa appartiene al campo del politico?”. Il primo passo dell’autore nell’affrontare questo problema è il definire un criterio a cui “è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici”3. Come nell’etica si distingue fra buono e cattivo e nell’estetica fra bello e brutto, nel politico si distingue fra amico e nemico; questo criterio indica «l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione»4 e configura la reale possibilità di una lotta (intesa come guerra fisica) fra i due schieramenti. Un’organizzazione che in questo caso abbia il potere di decidere se combattere o meno il nemico si definisce come politica; anche se generalmente sono gli Stati ad attuare questo tipo di decisioni, può essere considerata politica una qualsiasi organizzazione che abbia questo potere.

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  1. L’epoca delle neutralizzazioni e spoliticizzazioni, di cui si parlerà più avanti
  2. Postilla all’edizione del 1932, Il concetto di politico, in Le categorie del politico, di Carl Schmitt a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Società editrice il Mulino, Bologna, 1972, p.186.
  3. Il concetto di politico, p.108.
  4. ivi, p.109

Tra socialismo e nazionalismo: brevi appunti sulla figura storico-filosofica dell’Arbeiter (pt.2)

.Inevitabili ambiguità: l’esperimento politico di Niekisch tra socialismo e nazionalismo.

Nell’articolo precedente si è cercato di descrivere il complesso quadro teorico, storico e politico che contribuì a definire la figura dell’arbeiter nella Germania di Weimar. In conclusione è stato osservato come, tanto nell’alveo della tradizione marxiana, quanto di quella jungeriana, la figura antropologica del lavoratore si scontri con le necessità pratico-politiche della situazione tedesca. Da questa contrapposizione irriducibile tra teoria e prassi sorgono movimenti, partiti, riviste e gruppi politici costretti ad una costitutiva ambiguità, perennemente in tensione tra una filosofia del nazionalismo e una del socialismo. Le suggestioni politico-metafisiche di Niekisch offrono la possibilità di indagare i termini di questo “equivoco” originario che, de facto, apre la strada alla figura del lavoratore nazionalsocialista.

Ernst Niekisch (1889 – 1967) fu un politico tedesco che operò tra la prima e la seconda guerra mondiale. Da giovanissimo si iscrisse nell’SPD per poi fuoriuscirne nel 1918, non condividendo le posizioni scettiche nei confronti della Russia comunista e il pacifismo propagandato dal partito. Dopo un breve periodo nel gruppo dei “Socialisti Indipendenti”, Niekisch fonda il giornale Der WiderstandLa Resistenza -, pubblicato fino al 1934, tramite cui diffonde la sua idea di «nazionalbolscevismo» 1. Leggi il resto di questo articolo »

  1. C. Terracciano, M. Murelli, Nazionalcomunismo. SEB, Milano, 1996. pp. 122- 126 

Tra socialismo e nazionalismo: brevi appunti sulla figura storico-filosofica dell’Arbeiter (pt.1)

Breve introduzione a cura di M. Camici:

«Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. » Joseph Conrad, Cuore di tenebra.

Il lavoro, così come oggi lo conosciamo – o forse dovremmo meglio dire non conosciamo affatto – è per il 41,6% dei giovani italiani un sogno difficile e , purtroppo, spesso non realizzabile. Questo dato allarmante viene però analizzato e affrontato come una questione meramente economica ma, forse, il problema dell’occupazione, del lavoro e del lavoratore rappresenta qualcosa in più di tutto ciò. Come il pensiero filosofico ci insegna, non si può slegare il tema del lavoro da quello della libertà, da quella peculiare capacità dell’uomo di determinare la propria esistenza tramite le  sue stesse azioni. Per questo motivo, scrive Jan Patocka, «paradossalmente il lavoro ci fa sentire la nostra libertà, il suo carattere di peso è derivato dal peso inerente alla vita umana in generale, dal fatto che non possiamo semplicemente prendere la vita come qualcosa d’indifferente, bensì che la dobbiamo sempre “portare”, “condurre” – farcene garanti e rispondere per essa.» È proprio questa mancanza, l’impossibilità di poter determinare il proprio sé autonomamente, ad aver causato  il senso di smarrimento che viviamo nei nostri giorni. Certamente l’argomento legato al lavoro e al lavoratore non è un’esclusiva di noi contemporanei, piuttosto è un’ eredità lasciataci dai lontani moti rivoluzionari che hanno scosso, a partire dalla fine del settecento sino alle due guerre mondiali, l’Europa e il mondo intero. Leggi il resto di questo articolo »

L’eternità della scelta. F.W.J. von Schelling e Hans Jonas

L’ idealismo, corrente filosofica che caratterizza l’Europa ottocentesca, in particolare la Germania, di cui ricordiamo i tre massimi esponenti: Johann Gottlieb Fichte (1762- 1814), Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854) e Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), ha avuto il merito di rivendicare, reagendo al mero empirismo dei positivisti, i diritti dello spirito soffocati dal materialismo. In questo modo lo spirito riesce a fondersi con l’infinito, conservando e al contempo superando, la finitezza dell’umano che assumeva i caratteri di condanna. La tipica attitudine degli idealisti e più in generale dei romantici della Germania ottocentesca, è infatti quella di ricercare, ovunque sia possibile all’uomo, l’ “oltre- limite”, vale a dire ciò che ontologicamente è al di là dell’ordine e dell’equilibrio armonico della natura. L’atmosfera idealista era intrisa di senso infinito in seno al finito, in cui la Einfühlung, la fusione fra l’infinito e il finito è così forte che si arriva a concepire quest’ultimo come la realizzazione vivente dell’infinito. Temi come l’eternità e l’immortalità dell’anima erano tanto vissuti, filosoficamente e non, che finirono con l’assumere il senso dell’esistenza in sé, spogliando gli uomini del loro carattere empirico attraverso l’elevazione del proprio spirito a Dio. In senso idealistico, Dio è quell’ Assoluto che è alla base dell’esistenza, quello Spirito di cui Hegel, ne “La fenomenologia dello Spirito” del 1807 traccia il percorso onto-teo-teleo-logico attraverso l’ assunzione di tappe ideali con risvolti storico- empirici.

La fine dell’idealismo è convenzionalmente collocata intorno agli anni trenta dell’ Ottocento, di pari passo con la morte di Hegel e con lo spegnimento intellettuale di alcuni dei temi caratterizzanti “la filosofia dello Streben”, come ad esempio il rapporto con l’infinito, lo spirito del mondo e l’ essenza della natura. Leggi il resto di questo articolo »

Carl Schmitt: la filosofia elementare di “Land und Meer” (pt.2).

L’ epoca dei balenieri baschi e nord europei finì con l’inizio del 1600, secolo in cui la determinante invenzione di nuovi sistemi di vela capaci di spazzare via il remo, costituì l’autentica svolta nella storia del rapporto tra uomo e mare. La nuova cantieristica navale olandese produsse navi in grado di resistere ai lunghi viaggi negli oceani. Se gli italiani furono fondamentali nel perfezionamento della bussola e delle carte geografiche, gli spagnoli e i portoghesi si dedicarono maggiormente alle scoperte di terre lontane. I francesi, sfruttando gli scontri religiosi all’interno del suolo nazionale, inaugurarono a tutti gli effetti i primi atti di guerriglia marina 1. Gli inglesi, malgrado le loro ricerche e le loro imprese, possedevano una flotta minore rispetto agli altri stati e lo slancio europeo verso il mare li toccò solo in una seconda fase, quando ormai l’epoca delle gesta eroiche dei balenieri volgeva al termine. L’invenzione di un nuovo tipo di vela non incentivò solo lo slancio tecnico dei paesi d’Europa, ma permise – e qui sta il nocciolo della questione per Schmitt – la nascita di una nuova e temeraria specie di «figli del mare». Pirati, corsari, avventurieri dediti ai traffici marittimi, capitanati da figure ormai entrate nella leggenda: è il caso di Francis Drake, Hawkins o Sir Henry Morgan. Questi predoni del mare conquistano anche un’effettiva rilevanza storica annunciando lo stretto legame tra l’elemento marino e la lotta al nemico terrestre, allora rappresentato dalla Spagna cattolica. Per Schmitt l’epoca dei bucanieri durò dal 1550 al 1713: dall’inizio del conflitto tra potenze protestanti e cattoliche sino alla pace di Utrecht, trattato che sanciva la nascita della nuova Europa degli Stati Nazionali. In questi centocinquant’anni l’elemento marino si manifesta in maniera dirompente e rivoluzionaria. Se in un primo momento i pirati altro non erano che gruppi solitari di navigatori che razziavano le altre navi per scopi personali, in una seconda fase essi vennero inquadrati in vere e proprie flotte al servizio delle corone europee.  Leggi il resto di questo articolo »

  1. Durante le guerre religiose che insanguinarono la Francia, la fazione protestante degli Ugonotti inaugurò un nuovo tipo di guerra marina il cui obiettivo era colpire le navi commerciali della corona di Francia. Dunque, si può legittimamente parlare di avanguardia piratesca.

Intervista a L. Franceschini autore di “Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze” (pt.2)

Di seguito la seconda parte dell’intervista a L. Franceschini, autore del saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze edito da Ombre Corte. Rimandiamo inoltre alla prima parte della medesima intervista .

F. Della Sala: Malgrado lo spazio a nostra disposizione sia ormai poco, tengo particolarmente ad affrontare con lei almeno altri tre aspetti che permettano tanto di arricchire questo discorso sul razzismo, quanto di definire meglio il suo saggio Decolonizzare la cultura. Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze. Sia nel libro, sia nella conferenza da lei tenuta a Barcellona affronta l’ardita impresa di rintracciare nella storia del pensiero quelle posizione che hanno facilitato lo sviluppo del razzismo. In questa impresa ermeneutica si è anche confrontato con la cultura greco – romana. Proprio in un saggio pubblicato da Athene Noctua a firma di L. Baldazzi, l’autore cerca di definire il concetto di straniero, rintracciando nell’estraneità il suo carattere peculiare. Come viene giustamente osservato, l’estraneità subisce, però, tutta una serie di suggestioni etiche, morali, consuetudinarie, che portano alla formulazione dello xenos e del barbaros. Il primo, malgrado sia estraneo, rientra in un processo di accettazione. Di più. Per i greci lo xenos viene addirittura ospitato, dal momento che la sua alterità non fuoriesce dai limiti della grecità. Nel caso del barbaros, invece, questi limiti vengono oltrepassati e lo straniero diventa nemico in potenza. Leggi il resto di questo articolo »