Articoli marcati con tag ‘teologia’

Eredità europea e nuova oikoumene in H. G. Gadamer

.1. L’urgenza di una «Idea d’Europa»:

Nell’attuale agenda delle priorità politiche compare la costruzione, o il miglioramento, dell’edificio europeo. Sono molti gli studiosi e gli intellettuali che si sono mossi in tale direzione: ci basti qui ricordarne solo alcuni per rimarcare l’urgenza di un simile campo di ricerca.  Tra questi Massimo, Cacciari ha cercato di definire il profilo, mutevole e tragico, dell’identità europea1; Giovanni Reale ha sottolineato la necessità “antropologica” di un «uomo europeo»2; Derrida, invece, ha sviluppato un’attenta riflessione sul rapporto tra praxis politica e θεωρέω, indagando le possibilità storiche per un’Europa dell’ad-venire.3In vero è difficile trovare un pensatore europeo che non si sia mai interrogato sul significato e sul senso d’Europa. Infatti, in modi molto differenti, anche Nietzsche, Hegel, Husserl, Patocka, Habermas, Schmitt ne hanno approfondito il tema. Vista la vastità dell’argomento , sarà qui proposta una breve introduzione al concetto di «eredità europea» a partire dall’intenso dibattito che si sviluppò attorno all’ermeneutica di H. G. Gadamer. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Si pensi a Geofilosofia dell’Europa o, in una certa misura, a Il Potere che frena.
  2. G. Reale, Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell’uomo europeo. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003.
  3. J. Derrida, L’autre cap suivi de La Democrazie ajournéé. Paris, Le Editions de Minuit, 1991.

Saggio – La figura di Giuda Iscariota: profili di un traditore

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A distanza di più di venti secoli, “mentre la decristianizzazione avanza, mentre libri male affastellati sognano non si sa quali amori morti tra Maria Maddalena e il Cristo o Giuda”[1], scrive lo studioso francese Pierre-Emmanuel Dauzat, rimane pressoché inossidabile nella cultura occidentale un solo personaggio: Giuda Iscariota. Egli rimane in un senso profondo, perché strettamente legato al collo dalla corda del suo tradimento, macchiato di secolo in secolo dalla nascita di sempre nuove leggende nere, che lo hanno visto diventare nel tempo traditore, deforme, parricida ed incestuoso. Giuda è una figura avvolta nell’oscurità e nell’ambiguità, ma che viene continuamente illuminata da nuove azioni immorali, orrori ma anche riscatti, in un gioco di luce ed ombra che gli è connaturato; la sua porosità rende possibile una “profusione delle sue escrescenze esteriori”, tanto da far scomparire il profilo reale dietro l’immagine mitica. Se da un lato è opportuno lasciare da parte la pretesa di tentare di storicizzare il personaggio di Giuda, dall’altra si può risalire al “profilo biblico” dell’apostolo, con l’intento di riuscire a tracciarne al meglio le successive evoluzioni culturali.

Inevitabilmente il personaggio di Giuda, nella sua esistenza paradossale e contraddittoria, induce anche a porsi delle questioni teologiche di fondamentale importanza: il rapporto tra grazia divina e libertà umana, la condizione dell’uomo e la sua tensione tra il bene e il male e in ultimo la domanda più paradossale: come può un intimo di Gesù, uno dei dodici Apostoli essere un cuneo di tenebra nella comunità perfetta? Questi temi di grande spessore vengono affrontati nell’analisi dei contrastanti impianti teologici di Origene ed Agostino, che con grande impegno esegetico e sforzo speculativo tenteranno di risolvere, ognuno a suo modo, la questione dell’enigma del male.  Leggi il resto di questo articolo »

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.2)

.Compassione per il diavolo?

Avendo messo in chiaro la figura del diavolo, in cosa ne consista l’attività e la probabile condizione che ha portato alla sua caduta, approcciamo infine alla domanda che è stata la scaturigine di questo breve saggio: è lecito, per l’umanità, perdonare il diavolo, intercedere per lui nella speranza di una riconciliazione con l’ente divino? Tale interrogativo muove da due assunti: il precetto etico cristiano di amare e perdonare i propri nemici e la radicale condizione di perdita in cui l’ente diabolico è sprofondato al momento del peccato. Se al divergere fra volontà e natura in Lucifero è conseguito un immediato ed irrimediabile cambiamento di prospettive e l’impossibilità di reintegrarsi autonomamente nel rapporto beatifico da cui attingeva la pienezza della propria natura, il diavolo è allora un ente perennemente mancato, un non-ente bloccato in un gorgo di egotismo e che, pur rimembrandola, maledice l’originaria condizione beata, concependola quale insopportabile dipendenza; un ente impegnato in attività (sia per lo scopo che per le modalità d’esecuzione) sprovviste di un fine che non paia assurdo. Il diavolo devolve l’eternità a vessare creature lui inferiori col fine di plagiarle sapendo costantemente di trovarsi nel torto. Nel torto perché, all’ambito del cristianesimo, invece per porsi quale “altro valore” con la sua opera il diavolo propaga non-valori; altro non rimane: egli tormenta l’uomo ma è comunque costretto ad agire nei gangli e negli spiraglio lasciatagli dalla legge divina. Il suo intervento/dominio sul mondo appare costantemente vincolato, e quali che siano i risultati che ottiene resta comunque schiacciato nell’apparato che egli stesso ha inavvertitamente contribuito a creare. L’unica cosa che pare esser in grado di fare è trascinare altri con sé nella propria, indiscutibile follia. Leggi il resto di questo articolo »

Diavolo e modernità. Un’indagine sospesa tra apokatástasis e apokalypsis (pt.1)

.Premessa:

Questo breve saggio mira a problematizzare la figura del diavolo. A fronte di riflessioni sorte durante un convegno svoltosi a Roma in tarda primavera 1 con per oggetto la figura del diavolo, intesa non esclusivamente sul piano religioso, si avanza la seguente proposta: è possibile per il cristianesimo liberarsi del diavolo? L’interrogativo muove dai seguenti assunti: dinnanzi ad un’influenza diabolica  diabolica che, a dispetto della vasta portata che discuteremo a seguire, appare statisticamente irrilevante a livello globale, il quadro di conflitto agostiniano tra civitàs dei e civitàs diaboli non sembra trovare più riscontro in una modernità le cui problematiche derivano ben più dalla mancata coordinazione delle parti che da intenti malevoli. A fronte di ciò, la figura del diavolo può attraversare due sviluppi: o subire una riqualificazione che gli riconfermi un maggior peso sui drammi della modernità, oppure tentare un superamento dell’ente, che può compiersi in ambito cristiano unicamente mediante la riconciliazione tra questo ente sommamente problematico e la divinità.

Il saggio si divide in cinque parti. Nella prima si cercherà di definire il Diavolo nelle religioni rivelate, analizzandone i vari nomi ed i tratti più rilevanti delle sue raffigurazioni. Nella seconda si tenterà di qualificarne l’operato, dimostrandone la sostanziale infruttuosità e vacuità dinnanzi al reale impatto che l’operare di simili enti potrebbe apportare sul mondo e si proverà a spiegare le ragioni di tale presunta inattività. La terza parte affronterà invece le ragioni scatenanti la caduta del diavolo navigando tra le teorie di quanti autori, religiosi e laici, ne hanno nei secoli cercato una soluzione non problematica. Leggi il resto di questo articolo »

  1. il 24 maggio 2014, presso la sede dell’Arci in via Dei monti di Pietralata

L’origine e la responsabilità del male ne “I misteri degli egiziani” di Giamblico.

.Tra gli interrogativi storicamente volti alla sfera del divino, in qualunque modo venisse dipinta, il perché del male, la sua origine e la salvezza da esso (quest’ultimo inteso come il dolore, la morte o, più in generale, le sciagure che colpiscono l’umanità la cui origine e responsabilità appare ignota 1 ) spicca senz’altro tra più ricorrenti. 

È innegabile come il problema del male incomba, prepotentemente ed immancabilmente, su qualunque sistema teologico e filosofico che sia volto a designare e qualificare il mondo con le sue scale valoriali. Un interrogativo onnipresente. Volendo guardare solo alle culture antiche più influenti sulla civiltà europea (cultura greco latina, ebraica ed egiziana, i cui culti misterici ed iconografia hanno impattato ed hanno lasciato un’impronta forse più marcata rispetto alle contaminazioni di altri culti orientali od alle religioni nordiche) nessuna può esimersi dal portare la propria spiegazione del male nel mondo, che lo si intenda quale male morale o male cosmico.

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  1. Si intende discriminare tra gli eventi negativi la cui scaturigine appare chiaramente determinata dall’azione umana e quelli le cui concause sfuggivano alle culture primitive, non vincolate alla tirannica griglia della relazione logica causa-effetto su cui operano le scienze e, più in generale, le moderne società progredite. La prospettiva qui adottata è, per certi versi, inadeguata: non tutte le culture nel passato (compresa quella europea cristiana nella fase del dibattito religioso sul servo arbitrio) hanno prodotto chiare distinzioni tra azione degli uomini e male dovuto ad influenze divine, visto per altro l’ascendente delle seconde sulle prime. Restando  nell’orizzonte greco, è possibile identificare, tanto nella mitologia che nell’arte, un carattere di responsabilità proprio dell’azione uomo, che se non individuale comunque cerca la propria scaturigine da forze esterne l’azione umana. Partendo da questo assunto, l’articolo cercherà di inquadrare il problema del male non deputato all’agire dell’uomo all’interno dell’opera I misteri degli egiziani 

La rivelazione del non-nome di Dio

.“Orlo del velo che copre la presenza
dal vivo occhio mi penetra
un raggio di pura luce 1

 

“E Dio disse a Mosè: «Vai a farti fottere»” è la traduzione provocatoria ed irriverente che lo psicanalista e filosofo francese Jacques Lacan (1901-1981) fa del versetto biblico di Esodo 3,14, “E Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono»”. Alla richiesta di Mosè di conoscere il nome di Dio, non viene più risposto con “Io sono colui che sono”2, ma con una sorta di audace e ‘raffinato’ insulto 3, che nasconde un’indicazione dal significato molto più profondo. Si tratterebbe di un vero e proprio invito al segreto. Lasciando da parte la provocazione di Lacan, si può comprendere come questa irriverenza iniziale serva in realtà ad introdurre delle questioni teoretiche, teologiche e filosofiche di notevole spessore: la questione della dicibilità del nome di Dio, il rapporto di quest’ultimo con il linguaggio e con le creature e il connesso tema del segreto.

Tenendo presente che il ‘nominare’ è inteso come l’azione volta a dare un nome ed una consistenza a ciò che si nomina, al fine di poterlo rendere oggetto e soggetto di discorso ed analisi epistemica, se si cerca di accostare il piano teologico a quello del linguaggio, ci si ricollega subito ai diversi modi di parlare di Dio. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Giuni Russo, dal brano “Io nulla” (Album Morirò d’amore, 2003)
  2. Il versetto (che in ebraico traslitterato risulta essere “ehyeh asher ehyeh”) conta molteplici traduzioni, come ad esempio “Io sono colui che sono” della traduzione dei Settanta, che è traducibile anche con “Io sarò colui che sarò“, o “Io sono l’essere”
  3. Ne Il Seminario XX, Ancora, 1972-1973

Una filosofia ecologica: Edward Goldsmith ed il Tao dell’Ecologia.(pt2)

Nel precedente articolo sono state analizzate le fondamenta del pensiero critico di Goldsmith cercando di individuare i punti cardine della sua filosofia. In questa seconda parte verrà invece esposto il fondamento della sua idea ecologica .

Una caratteristica fondamentale per una visione ecologica del mondo, secondo Goldsmith, consiste nella sua olisticità. C.C. Adams, uno dei primi ecologi americani del ventesimo secolo, sosteneva che le interazioni tra i membri di un’associazione animale si devono paragonare alle relazioni esistenti tra le diverse cellule di un singolo individuo.

L’ecologia deve conseguentemente essere intesa come lo studio di una comunità gaiana. L’olismo degli ecologi è però incompatibile con il paradigma della scienza, in base al quale il mondo viene considerato casuale, atomizzato e meccanicistico. Per poter diventare una scienza rispettabile l’ecologia  è dovuta divenire anch’essa riduzionistica e meccanicistica. Goldsmith accusa Arthur Tanseley, ecologo di Oxford, di essere l’artefice principale di questo “mostro”. Leggi il resto di questo articolo »

Una filosofia ecologica: Edward Goldsmith ed il Tao dell’Ecologia . (pt.1)

Edward Goldsmith, nato a Parigi nel 1928, è il padre del pensiero ecologista europeo. Nel 1991 gli è stato attribuito uno tra i più importanti riconoscimenti a livello mondiale, il Right Livelihood Award, conosciuto come il “Premio Nobel Alternativo”e che viene presentato ogni anno al Parlamento svedese. Goldsmith è anche il fondatore della famosa rivista The Ecologist.

In questo breve articolo, si tenterà di esporre la summa del suo pensiero, contenuta ne Il Tao dell’ecologia, dove Goldsmith presenta una concezione ecologica  che è alla base di una vera e propria filosofia antiscientifica.

Che l’uomo moderno stia rapidamente distruggendo il mondo naturale dal quale dipende la sua sopravvivenza appare oggi un dato incontestabile. Giustamente Goldsmith si chiede: ma perchè stiamo facendo tutto questo?

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Il caleidoscopio arabo: storia, traduzioni e linee di pensiero autonome. (pt.1°)

Guardando attraverso un caleidoscopio, si vede sotto i propri occhi mutare di volta in volta uno scenario nuovo. Colori, forme, simmetrie si mescolano e danno vita ad uno spettro di immagini complesso ed elaborato. I piccoli pezzi dello strumento, già singolarmente luminosi e variopinti, concorrono a formare queste irripetibili esplosioni di colore: lo stesso accade nella trasmissione del sapere antico al patrimonio arabo. Dopo una fondamentale contestualizzazione storica delle traduzioni arabe, si potrà meglio comprendere come si possa parlare di una vera e propria rielaborazione caleidoscopica: filosofi e letterati d’Oriente attingono abbondantemente dai testi greci che traducono, per poi sviluppare una vera e propria linea di pensiero autonoma, che nel mondo arabo deve necessariamente fare i conti con l’aspetto teologico fortemente dogmatico dell’Islam.
Cronologicamente la questione si colloca tra la metà del VIII secolo e la fine del X, periodo in cui si stima che sia stato tradotto un gran numero di testi di origine greca, nello specifico testi profani greci non coranici, ossia d’argomento matematico, astronomico, fisico, alchemico, medico e filosofico.

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