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Il Taoismo. Religione o filosofia?

.Nella secolare cultura Occidentale (dove per Occidentale si intende quel tipo di cultura sviluppatosi in Grecia e progressivamente spostatosi verso Roma allargandosi all’Europa ed infine al Nuovo Mondo) la distinzione tra filosofia e religione è stata sempre netta. Dilungarsi sulle innumerevoli diatribe che videro filosofi e teologi scontrarsi in ogni epoca sarebbe oltremodo inutile, ciò che è utile ricordare, invece, è il rapporto conflittuale instauratosi tra i due ambiti. Essere filosofi (in Occidente) significa cercare una verità che sia il più possibile scientifica e libera dall’ingombro della fede. Questo perché la fede è per sua natura “soggettiva” e non “oggettiva” come la scienza. È altresì vero, però, che per secoli i filosofi hanno cercato delle spiegazioni basandosi solamente sulle loro cognizioni, con rare eccezioni (Cartesio ad esempio), che fanno certamente onore allo sforzo ma non rendono la risposta esauriente. Immaginatevi ora una società in cui la religione esiste solo come forma di “interpretazione” del fenomeno, quindi come interpretazione della realtà. Immaginate anche che questa società ponga l’essere umano non al centro, né al di fuori dell’universo ma lo consideri una parte di esso, né preponderante, né per forza di cose infinitesimale. In questa società l‘essere umano è schiacciato da fenomeni e paesaggi naturali incredibilmente vasti e l’unica costante che trova è quella del Cielo1. Il Cielo all’interno della società cinese antica (perché di questa società abbiamo parlato finora) è l’entità concreta sotto la quale l’intera esistenza umana si svolge. Questo ente “vede” eppure non vede la vita degli uomini. Com’è possibile? Le filosofie e le religioni orientali sono colme di quelli che a noi potrebbero sembrare dei paradossi dai quali è pressoché impossibile uscire: eppure, se si leggono i testi della tradizione taoista, e li si analizza alla luce del contesto in cui furono scritti, si scopre che questi paradossi non sono altro che verità insite nell’animo di ogni essere umano; delle verità sepolte dentro la nostra mente che con difficoltà riusciamo a riportare alla luce 2.

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  1. Il Cielo non è propriamente una divinità né l’incarnazione di un ente fisico o metafisico. Il Cielo è il destino, il passato, il futuro. Tutto ciò che l’uomo non può vedere o toccare con mano, quindi, in parole povere: il fato.
  2. Non uso a caso il termine “riportare” e più avanti vedremo perché

Erasmo da Rotterdam e la commedia della vita

.Il punto di vista da cui Erasmo da Rotterdam si interroga sull’uomo, problematizzandolo, non può che essere considerato un grande esempio della cultura umanista di cui egli stesso è uno dei più importanti fautori, pur restando caratteristico e singolare. Erasmo non inserisce l’uomo in una struttura del mondo in base alla quale definirne il valore1, ma si sofferma sul rapporto di ogni singolo con la vita, ovvero il campo in cui le persone esprimono il loro modo d’essere. Ciò che ne fa parte, quindi, si può considerare come il punto di partenza per comprendere la natura dell’uomo.

Questo modello antropologico abbraccia tutti i modi di manifestarsi delle persone senza caratterizzarli in maniera positiva o negativa. Non che il pensiero di Erasmo sia privo di un impianto etico-morale2 : semplicemente questo non deve intervenire nel momento in cui ci si interroga sull’uomo in quanto tale. L’opera da cui più emerge questa Weltanschauung è l’Elogio della follia. Pensato durante il ritorno da un viaggio in Italia nel 1509, ed edito nel 1511 a Parigi, questo libello viene spesso considerato come un caso a parte nella sua opera, più vicino allo scherzo di un erudito che ad un vero e proprio scritto filosofico. Questa interpretazione, però, allontana lo sguardo dal punto focale dell’Elogio, ovvero dalla «presa di coscienza della follia come elemento essenziale dell’uomo»3 da parte di Erasmo, oltre ad essere in contrasto con ciò che egli stesso afferma in maniera esplicita nelle sue lettere private. Nella lettera di risposta al latinista , filosofo e teologo Martin Dorp4, infatti, si legge che l’Elogio persegue in forma scherzosa lo stesso scopo delle altre opere.

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  1. Ci si riferisce all’antropologia mitica e teologica rinascimentali come descritte da B. Groethuysen in Antropologia Filosofica capp.9-10, ovvero come correnti di pensiero che tendono l’una a mettere in rapporto l’uomo col macrocosmo che lo circonda, ad esempio in una scala gerarchica del creato, e l’altra con la perfezione e l’infinità di Dio. Sono quindi correnti che guardano al di fuori della vita umana per trovarne il significato.
  2. Erasmo, essendo un pensatore cristiano, per di più facente parte del clero, non può che considerare l’insegnamento di Cristo come il modello etico-morale a cui tendere.
  3. Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, p.IX
  4. Dorp aveva criticato il lavoro di Erasmo nell’Elogio per il tono troppo leggero con cui trattava argomenti seri e per le critiche ai teologi.

Un saluto alla Favola delle api

Così ogni parte era piena di vizio, ma il tutto era un paradiso … Tali erano le benedizioni di quello stato: i loro delitti contribuivano a farle grandi; e la virtù, che quella politica aveva appreso mille trucchi astuti, grazie alla sua felice influenza, aveva stretto amicizia con il vizio; e da allora anche il peggiore dell’intera moltitudine faceva qualcosa per il bene comune … Le parti direttamente opposte si aiutavano a vicenda, come per dispetto; e la temperanza e la sobrietà servivano l’ubriachezza e la ghiottoneria … Perfino l’invidia e la vanità, servivano l’industria”.

In questi mesi di crisi economica ed impietose rivelazioni degli abusi protratti dalla nostra classe dirigente tutta, simili discorsi fantasiosi suoneranno un provocatorio assurdo. Leggi il resto di questo articolo »