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Sommovimenti del pensiero: la teoria delle emozioni di Martha Nussbaum

.Il titolo originale de L’intelligenza delle emozioni di Martha Nussbaum è Umpheaval of Thought: The Intelligence of Emotions, nella traduzione italiana si è persa la citazione di Proust «Sommovimenti del pensiero» (soulèvements géologiques de la pensée) che illustrava certamente meglio il rapporto tra intelligenza e emozioni. Le emozioni infatti non si limitano ad avere una qualche forma di intelligenza, ma agiscono sul pensiero scuotendolo, sollevandolo, dandoci motivazioni per agire o non agire. Le emozioni dunque, in quanto “sommuovono” l’agire umano, sono una parte fondamentale, troppo spesso ignorata, della filosofia morale. Il compito che la filosofa statunitense si prefigge è un’analisi multidisciplinare delle emozioni, del loro ruolo nella nostra vita spirituale e sociale, nello sviluppo e nella salute psicologica e nel senso che scegliamo di dare alla nostra vita. Benché ogni emozione abbia le sue caratteristiche specifiche, il suo significato, i suoi pregi, i suoi difetti, tutte le emozioni sono strettamente imparentate tra di loro. Verranno in seguito presentate, secondo la lettura di Nussbaum, le caratteristiche comuni a tutte le emozioni e il loro ruolo e significato generale per l’essere umano. Leggi il resto di questo articolo »

Pedagogia in evoluzione: ripensamenti e falsificazioni nelle tesi pedagogiche di Montaigne (pt.2)

.Altro segno di un’evoluzione del pensiero pedagogico di Montaigne riguarda le sue influenze letterarie. Nell’Esemplare di Bordeaux, appare per la prima volta nel cap. 26 (“Dell’educazione dei fanciulli”) del primo libro il nome di Quintiliano, e Platone viene nominato 6 volte in più rispetto all’edizione originale (in cui occorreva 4 volte), stavolta in posizione di rilievo1. Insieme ai loro nomi, si trovano aggiunte manoscritte che risentono chiaramente del loro pensiero. Prima di parlare di questi sviluppi, occorre tener presente che, al momento della prima edizione degli Essais, Montaigne deve gran parte delle sue riflessioni alla lettura di Plutarco e Seneca in primo luogo (i suoi autori preferiti, come sottolinea più volte2), Senofonte (da cui ricava la sua immagine di Socrate, piuttosto che da Platone3), Sesto Empirico (da cui la svalutazione del giudizio umano e la zetetica degli Essais4) e Lucrezio (da cui il crescente epicureismo che dominerà infine nel terzo volume dell’opera5). Leggi il resto di questo articolo »

  1. Ha certo poco rilievo il nome di Platone nella prima edizione del capitolo, in cui si trova a p. 271 (“Infatti, se (l’alunno) abbraccia le opinioni di Senofonte e di Platone per suo proprio ragionamento, non saranno più le loro, saranno le sue”), due volte a p. 299 (“E quando Platone l’ha invitata (la filosofia) al suo convito, vediamo come intrattiene gli astanti in modo leggero e adatto al tempo e al luogo, benché con i suoi ragionamenti più elevati e più salutari: Aeque pauperipus prodest, locupletibus aeque; / Et, neglecta, aeque pueris senibusque nocebit” – la citazione è da Orazio, Epistole I, 1, 25-26; e “Non è un corpo che si educa, è un uomo, non bisogna dividerlo in due. E come dice Platone (nel Timeo, 88b, ndr), non bisogna educare l’una senza l’altro, ma guidarli in modo uguale, come una coppia di cavalli attaccati allo stesso timone” – l’affermazione platonica è così celebre da poter essere nota a Montaigne grazie alla vulgata pertinente, senza una lettura del testo originale, come non serve aver letto il Simposio per sapere che nei convivii greci ci si allietava con la filosofia), e infine a p. 313 (“Gli Ateniesi (dice Platone (nelle Leggi, I, 641e, ndr)) hanno dal canto loro la cura dell’abbondanza e dell’eleganza nel parlare, gli Spartani, della brevità, e quelli di Creta, della fecondità delle idee più che del linguaggio: questi sono i migliori” – è più difficile in questo caso argomentare l’ignoranza da parte di Montaigne del testo originale, ma v. infra, e in ogni caso il nome di Platone non è in posizione di rilievo, usato solo in funzione esemplare come Zenone subito dopo) – ed. Essais, I, 26 “Dell’educazione dei fanciulli”, F. Garavini.
  2. Primi fra tutti i passi a I, 26, “Dell’educazione dei fanciulli”, p. 261 (“Non mi sono familiarizzato con nessun libro solido, eccetto Plutarco e Seneca, ai quali attingo come le Danaidi, empiendo e versando senza posa”) e a II, 10, “Dei libri”, p. 735 (“Quanto all’altra mia lettura, che unisce un po’ di frutto al piacere, da cui imparo a mettere ordine nei miei umori e disposizioni, i libri che mi servono a questo sono Plutarco, da quando è francese, e Seneca. Hanno tutti e due questo vantaggio notevole per la mia indole, che la scienza che vi cerco è trattata a brani scuciti, che non richiedono l’obbligo di un lungo lavoro, di cui sono incapace, come gli Opuscoli di Plutarco e le Lettere di Seneca, che sono la parte più bella dei suoi scritti e la più profittevole. (…) Questi autori concordano nella maggior parte delle opinioni utili e vere (…) La loro dottrina è fior di filosofia, e presentata in modo semplice e pertinente. (…) Seneca è pieno di tratti ingegnosi e arguti, Plutarco, di cose. Quello vi riscalda e vi commuove di più; questo vi soddisfa maggiormente e vi appaga meglio: costui ci guida, l’altro ci spinge.” – ed. Essais, F. Garavini. Cfr. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 198-200 e 214-217.
  3. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, pp. 238-240, e, sulla ricezione di Socrate, R. Ragghianti, Introduzione a Montaigne, Laterza, 2001, pp. 76-77.
  4. v. P. Villey, Les sources et l’évolution des Essais de Montaigne, vol. I, Librairie Hachette & Cie, Paris 1908, p. 218.
  5. v. ivi, pp. 169-171.

Pedagogia in evoluzione: ripensamenti e falsificazioni nelle tesi pedagogiche di Montaigne (pt.1)

.Nel 1571, venduta l’anno precedente la carica di consigliere al parlamento di Bordeaux, Michel de Montaigne decide di ritirarsi nell’otium contemplativo e trascorrere l’ultima parte della sua vita nella torre del castello familiare, immerso nei libri della sua biblioteca, “nel seno delle dotte vergini” (come recita un intaglio nella parete del suo gabinetto di lavoro). L’anno successivo, inizia la stesura degli Essais (“Saggi”1), registro delle riflessioni filosofiche e morali che lo tengono occupato fino al 1592, l’anno della sua morte. Intenzionato a dipingere se stesso e i suoi pensieri con la massima accuratezza possibile, Montaigne non dà una struttura contenutisticamente organica e coerente alla sua opera, ma conduce la sua ricerca (una zetetica d’ispirazione pirroniana, ma qui più introspettiva) senza vincoli di sorta, giungendo spesso a ripensamenti e a volte a contraddizioni. Il tutto si accorda con la sua concezione volatile e dinamica dello spirito (“uno strumento vagabondo, pericoloso e temerario” e “un corpo vacuo, che non si sa da che parte afferrare e dove dirigere”2), che lo induce a non dare rilevanza maggiore al ripensamento che al pensiero originale, e soprattutto a non “correggere” nel testo le prime idee con le successive: «Del resto non correggo le mie prime idee con le successive; qualche parola sì, forse, ma per variare, non per togliere. Voglio riprodurre il corso dei miei umori, e che si veda ogni parte nel suo nascere» 3. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Nota: per le citazioni testuali in questo articolo si è usata degli Essais l’edizione M. de Montaigne, Saggi, a cura di F. Garavini e A. Tournon, Bompiani, Milano 2012.
  2. Essais II, 12, Apologia di Raimond Sebond”, F. Garavini, p. 1025.
  3.  Essais II, 38, “Della rassomiglianza dei figli ai padri”, F. Garavini, p. 1401

Gorgia: la frattura tra physis e logos. (pt.2)

Nel precedente articolo si è cercato di definire la doppia dimostrazione, la prima “personale”, la seconda “dialettica”, che Gorgia sviluppò nell’audace tentativo di dimostrare che niente è. Lo studio logico e ontologico sul non essere, nonché il confronto con le dottrine di Melisso e di Zenone  permettono a Gorgia di far esplodere la tensione parmenidea tra esti e uc esti. L’opera gorgiana è però solo nella sua fase introduttiva dal momento che il sofista, malgrado l’immensa trattazione ontologica, è decisamente più interessato a chiarire i punti dell’inconoscibilità e dell’incomunicabilità dell’essere. L’attenzione si sposta così da un piano meramente logico ed ontologico ad un piano gnoseologico – linguistico; proprio in questo passaggio si concretizza la rivoluzione filosofica di Gorgia capace di provocare una profonda e definitiva frattura tra la physis ed il logos. Dopo aver dimostrato che niente è, con un’ironia provocatoria e spiazzante 1, Gorgia ammette che l’essere potrebbe esistere, ma rimarrebbe comunque preclusa all’uomo la possibilità di conoscerlo. Purtroppo disponiamo solo di pochi frammenti di questa seconda parte del trattato Sul non essere o sulla natura, ma è comunque possibile ipotizzare la soluzione proposta da Gorgia. Una prima risoluzione muove nuovamente dalle tesi degli Eleati, in particolare Parmenide, la cui filosofia, come più volte affermato, si basa sulla stretta identità tra essere e pensiero. Secondo gli Elati se un individuo pensa a qualche cosa, quel qualcosa è, esiste. Secondo Gorgia questo assunto è assurdo e paradossale dal momento che se penso ad un asino volante questo nella realtà oggettiva non esiste né potrebbe esistere. Leggi il resto di questo articolo »

  1. L’ironia gorgiana è da intendere come un vero e proprio atto teatrale. Il trattato era infatti utilizzato per le apparizioni pubbliche di Gorgia. L’ironia gorgiana è spiazzante in quanto, una volta dimostrato un ragionamento, viene immediatamente negata e ridicolizzata la dimostrazione stessa. Dunque, nell’ironia gorgiana, è presente un ulteriore attacco a quel modus operandi tipico degli eleati come Zenone e Melisso

Gorgia: la frattura tra physis e logos. (pt.1)

La Sofistica è una delle branche filosofiche più vivacemente discusse. Sin dalla loro improvvisa comparsa nella Grecia classica i sofisti vennero apertamente osteggiati tanto dalla filosofia tradizionale, quanto dalla gente comune delle poleis che vedeva nel loro insegnamento un elemento pericoloso per la stabilità sociale e il viver civile 1. I primi trattati contro i sofisti vedono impegnati filosofi del calibro di Platone ed Aristotele, ma parteciparono alla polemica anche tutti i socratici minori che nei logoi sokratikoi, divenuti ben presto un vero e proprio genere letterario, infiammarono la disputa contro i “maestri a pagamento”.  L’astio contro i sofisti è giunto sino ai giorni nostri tanto che con”sofista” si intende descrivere una persona dalle indubbie capacità retoriche utilizzate, però, per aggirare i problemi o per prevalere sugli altri. Se il pregiudizio verso la Sofistica è tutt’altro che scomparso, è altrettanto vero che in epoca moderna questo movimento filosofico è stato ampiamente rivalutato, ormai scevro da ogni rilettura polemica. Il fatto che i Sofisti fossero anche abili retori e che insegnassero a pagamento, non inficia affatto il grande valore filosofico dell’intero movimento, anzi, la cura retorica è proprio la diretta conseguenza della rivoluzione filosofica che i sofisti attuarono sui piani ontologico, logico e linguistico. Per comprendere questa importante svolta del pensiero greco è opportuno analizzare l’impianto teorico di uno dei maggiori sofisti: Gorgia. Gorgia, figlio di Carmantide,  nacque a Lentini nel 483 a.C. circa e morì ultra centenario nel 375 a. C circa. Leggi il resto di questo articolo »

  1. Questo secondo aspetto è in realtà assai più complesso. Da un lato è possibile affermare che parte dei cittadini greci vedessero nell’insegnamento sofista una minaccia all’onestà della vita pubblica, nonchè un bieco mezzo per far prevalere la propria posizione su tutti gli altri. Da un altro punto di vista è opportuno ricordare l’entusiasmo dei cittadini ateniesi all’arrivo di Gorgia. Tale enfasi testimonia l’interesse che la sofistica aveva suscitato nell’animo di molti cittadini greci

Saggio – Pausa e Ritmo. Sull’attacco della 5a di Beethoven

    Gli oggetti e gli eventi non sono esperienze primitive. Oggetti ed eventi sono rappresentazioni di relazioni. Dato che ‘oggetti’ ed ‘eventi’ non sono esperienze primitive e così non possono rivendicare uno status assoluto (oggettivo), le loro interrelazioni, l’“ambiente” è un affare meramente personale, i cui vincoli sono fattori anatomici o culturali […] Quelle proprietà che si credeva facessero parte delle cose si sono rivelate essere proprietà dell’osservatore.”  Così scrisse il fisico e filosofo Heinz Von Foerster in Sistemi che osservano. Partendo da questo presupposto, si evince che la conoscenza non è da cercare al di fuori di noi, bensì in noi. Ma allora che cos’è la conoscenza? Come la si acquisisce? Quanti metodi esistono per questa acquisizione ? Un unico metodo universale o molteplici e particolari? Quale o quali sono questi metodi? Ma soprattutto la conoscenza è riciclabile per acquisire nuova conoscenza? Si è cercato di dare una risposta a questi quesiti tentando di risolvere quello che viene qui definito ” L’enigma Beethoven”.

Tale enigma si cela dietro al compositore tedesco Ludwig Van Beethoven, figura cardine della musica del XIX ° secolo. L’estrema complessità della figura del compositore sembra essere custodita nel suo ruolo di transizione tra classicismo e romanticismo; egli è confine, terra di nessuno, tra l’uno e l’altro mondo, senza fare parte, in senso stretto, di alcuno dei due. La sua tecnica è classica, segue rigorosamente i dictat armonici e strutturali della scrittura musicale classica dell’epoca anteriore; ciò nonostante il risultato delle sue composizioni è strabiliante,emotivamente dirompente come un fiume in piena, ma soprattutto, diverso dalla musica che lo precede. Leggi il resto di questo articolo »